Sindrome del colon irritabile (Irritable Bowel Syndrome)

colon irritabileLa Sindrome del Colon Irritabile (o Irritable Bowel SYndrome-IBS in inglese) è una patologia relativamente recente dal punto di vista della definizione diagnostica.
 I suoi sintomi sono stati individuati per la prima volta da Da Costa nel 1871 e raccolti sotto il nome di enterite membranosa.
Si deve poi a Bockus (1929) l’attuale definizione clinica ovvero “una serie di disturbi persistenti all’alvo intestinale che non dipendono da alcuna patologia lesionale conosciuta”.
È il disturbo più comune che riguarda il colon ed è associato con due o più dei seguenti sintomi, di cui almeno uno si dovrebbe verificare una volta su quattro:
  • dolore o disagio addominale, alleviato con la defecazione
  • cambiamento nella frequenza delle feci
  • alterazione dell’aspetto, del colore e dell’odore delle feci (feci dure, sciolte o acquose)
  • alterazione del passaggio delle feci (con sforzo o urgenza, con la sensazione di evacuazione incompleta)
  • produzione di muco
  • rigonfiamento o sensazione di rigonfiamento addominale
I sintomi devono essere continui o verificarsi per almeno 3 mesi.
Altri sintomi somatici presenti nell’IBS sono:
  • flatulenza
  • mal di testa
  • letargia
  • frequenza ad urinare
  • mal di schiena
I sintomi psichici più frequentemente rilevati sono ansia e depressione (Pancheri, 1987).
Come dimostrato da vari autori (Drossman et al., 1995; Ford et al., 1987; Lydiard et al., 1993; Masand et al., 1995) vi è una notevole incidenza di disturbi psichiatrici nei pazienti con IBS che varia dal 50 al 90%, ma non è ancora stato chiarito se questa correlazione sia legata alla patologia in sé oppure sia dovuta allo stato di “paziente” (Lydiard, 1997)
Chi ne soffre?
L’IBS è un disturbo molto diffuso, molto di più di quanto se ne parli, sottovalutato e poco curato. E’comunemente riscontrata nei paesi occidentali, con percentuali nella popolazione generale che variano dal 10 al 20% (Lanng et al., 2003; Ringel et al., 2001). In Italia ne soffre il 10-18% della popolazione generale giovane-adulta, con una prevalenza da 2 a 3 volte maggiore tra le donne.
Solo il 25% dei pazienti affetti da IBS si rivolge al medico di base o allo specialista.
È presente soprattutto in quella tipologia di persone che lavorano nel mondo manageriale, industriale, politico, accademico, imprenditoriale, finanziario, bancario, ecc.
Cioè in quei contesti lavorativi molto stressanti, dove regna la competizione, le persone sono impegnate a far carriera e obbligate a portare risultati raggiungendo standard molto elevati.
La sindrome è diffusa soprattutto nel mondo femminile (è per questo che viene considerata una malattia di genere), ma ultimamente sta dilagando anche nel mondo maschile.
Negli USA viene anche chiamata “career woman’s disease” o malattia delle donne in carriera, perché colpisce soprattutto le donne ambiziose tese al raggiungimento di obiettivi e alti livelli di carriera.
Quali sono le cause?
Nel 50% dei casi la sindrome è di natura funzionale (non presenta cause organiche chiaramente dimostrabili e i risultati dei test diagnostici sono negativi).
Nonostante questa caratteristica funzionale il 92% dei pazienti presenta gli stessi sintomi a distanza di 10-13 anni dalla prima diagnosi. Nel tempo i disturbi aumentano, la qualità della vita peggiora e il paziente è costretto a una sorta di isolamento sociale e lavorativo.
Spesso la cronicizzazione del disturbo è causata dall’approccio fai-da-te alla cura (diete sbagliate, prodotti di erboristeria, lassativi non idonei) o dalla stoica sopportazione dei sintomi senza ricorso a cura specialistiche.
Purtroppo alla lunga la sindrome può comportare seri problemi sia organici sia psicologici.
Il segreto per arrivare alla soluzione è instaurare un rapporto di estrema fiducia e confidenza con il proprio corpo e “capire” il proprio intestino.
L’intestino è considerato, a ragione, il “secondo” cervello del nostro organismo. Da un lato controlla la sua motilità e sensibilità grazie al sofisticato plesso mioenterico che lo avvolge, dall’altro produce enormi quantità di serotonina, neurotrasmettitore sintetizzato anche dai neuroni, che ha molto a che fare con il tono dell’umore.
I pazienti sono convinti o preferiscono pensare che la sindrome del colon irritabile abbia solo cause organiche e per questo si rivolgono soprattutto al gastroenterologo piuttosto che ad uno psicoterapeuta. Invece le cause psicologiche sono spesso preponderanti.
Il modello cognitivo-comportamentale sostiene che i sintomi fisici dell’IBS sono perpetuati dall’interazione di fattori fisiologici,  psicologici  e sociali.
Tra i fattori psicologici e sociali vi sono:
  1. il perfezionismo o meglio la difficoltà di conciliare le aspirazioni di autorealizzazione con gli ideali di perfezionismo che il paziente ha interiorizzato (vale sia per gli uomini che per le donne). Questo conflitto tra aspirazioni e standard severi rende le persone costantemente preoccupate di non essere all’altezza e le espone a livelli elevati di stress cronico.
  2. la difficoltà ad esprimere in modo diretto, esplicito e verbale il proprio disagio psicologico che quindi si rende manifesto attraverso sintomi fisici quali l’IBS
  3. il conflitto del ruolo di genere (soprattutto per le donne). Per conflitto del ruolo di genere si intende un conflitto del modo in cui ci si rapporta al mondo, a seconda del proprio genere sessuale. Nella nostra cultura le donne sono esposte a messaggi contraddittori che riguardano il loro ruolo di genere: da una parte viene richiesto loro un comportamento specifico in quanto donne (materno, dipendente, emotivo-affettivo, accudente, compiacente verso gli altri) dall’altra tale comportamento viene svalutato, giudicato come inferiore e soprattutto invalidante poiché non permette alle donne di ottenere una realizzazione personale, specialmente nel campo lavorativo.Tale conflitto può evolvere nella sindrome del colon irritabile quando la persona non riesce a focalizzarsi e a prendere consapevolezza del conflitto che sta vivendo e lo dirige verso il corpo.
  4. la tendenza ad auto colpevolizzarsi. Si intende la tendenza ad assumersi la responsabilità di qualsiasi evento negativo e si traduce in elevati livello di autocondanna. Anche la tendenza ad auto colpevolizzarsi rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di IBS
  5. il Self-silencing scheme (Jack & Dill,2006). Il Self-silencing scheme è uno schema di comportamento caratterizzato dalla tendenza ad autozittirsi, ad assecondare le esigenze altrui facendo ciò che gli altri si aspettano, negando e svalutando i propri pensieri e bisogni. Il self-silencing scheme ha 4 componenti di base:
  • l’ Externalized self-perception ovvero l’autovalutazione con gli occhi degli altri piuttosto che dei propri
  • il Care as self-sacrifice ovvero la considerazione della cura dell’altro come auto-sacrificio, un’assicurarsi gli affetti mettendo i bisogni degli altri prima dei propri
  • il Silencing the self ovvero l’ ammutolire il sé, inibire l’espressione del sé al fine di evitare i conflitti con possibili perdite affettive e relazionali
  • il Divided self ovvero possedere un sé diviso: un falso sé che si conforma a certi imperativi sociali, mentre il vero sé resta ammutolito.
I pazienti caratterizzati da questo schema sono maggiormente vulnerabili allo sviluppo della IBS, in quanto chi si prende cura degli altri più che di se stesso si focalizza con più probabilità su segnali corporei perché è meno in contatto con i propri bisogni emotivi.
Altri fattori di rischio più generali sono la presenza di abuso nella storia del paziente ed eventi stressanti.
Quali sono le cause prossimali degli episodi di IBS?
Secondo il modello cognitivo-comportamentale gli episodi di IBS sono precipitati da un’attenzione selettiva sulle sensazioni corporee e una successiva interpretazione catastrofica di queste sensazioni.
Per attenzione selettiva sulle sensazioni corporee si intende il fatto che l’ attenzione del paziente viene catturata e si focalizza sulla pancia tanto che il soggetto si mette “in ascolto” attivo delle sensazioni che provengono da quella parte del corpo.
Questo atteggiamento di ascolto attivo rende particolarmente sensibili a percepire anche il minimo movimento o rumore proveniente dai visceri che, se non si fosse così focalizzati, non si percepirebbe nemmeno.
Una volta percepita una sensazione viscerale il paziente automaticamente la interpreta come legata al suo problema intestinale e comincia a fare pensieri negativi e catastrofici tipo: “mi sto sentendo male”, “dovrò correre al bagno e non farò in tempo” “tutti si accorgeranno dei miei rumori-odori”, “Aiuto, starò male”.
Queste interpretazioni negative non contemplano altre possibilità come il fatto di aver mangiato male, aver dormito poco, di trovarsi in una situazione stressante o essere affaticati dal lavoro e così via…
I pensieri negativi diventano quindi fonte di intensa ansia che, come tutti sanno, aumenta ulteriormente i sintomi intestinali (è di comune esperienza sentire la pancia gorgogliare  in occasione, ad esempio, di un esame o di una prova sportiva).
Nei pazienti con IBS, questo ulteriore incremento delle sensazioni viscerali generato dall’ansia viene nuovamente interpretato in termini catastrofici (“Devo essere molto malato, devo cercare una soluzione”, “Ha mal di pancia, dovrò correre al bagno”, “Non riuscirò mai a trattenermi”,”Qualcosa deve essere stato trascurato, voglio vedere un altro medico”, “Non riuscirò mai a guarire”).
Si crea in questo modo un circolo vizioso che si auto perpetua e cronicizza i sintomi.
In cosa consiste il trattamento?
Storicamente i trattamenti sono stati di tipo medico e hanno previsto una cura farmacologica unita a una dieta alimentare adeguata.
Oggi tutte le ricerche scientifiche in merito sottolineano la necessità di affiancare un trattamento psicoterapeutico per ottenere: la riduzione dell’intensità e della frequenza dei sintomi sia psicologici sia fisiologici, la riduzione dei dolori addominali, la riduzione del numero di volte in cui il pz deve correre in bagno, il miglioramento della qualità della vita e dello stato d’ansia e di depressione nonché una migliore gestione dello stress.
Il trattamento psicoterapeutico mira a:
  1. Aiutare il paziente a ri-concettualizzare la sua visione della sindrome IBS passando da una condizione in cui egli si sente in balia della malattia ad una situazione in cui inizia ad imparare che può diventare padrone di se stesso;
  2. Aiutare il paziente a identificare le relazioni tra pensieri, sentimenti, comportamenti, l’ambiente circostante e i sintomi dell’IBS.
  3. Renderlo capace di sviluppare e implementare modi sempre più efficaci di reagire all’IBS al fine di migliorare la qualità della vita. tra le altre cose.

Questi obiettivi vengono raggiunti:

  • indagando e confutando i pensieri automatici disfunzionali che hanno la funzione di accrescere l’attenzione verso le sensazioni corporee o di interpretarle in maniera catastrofica
  • aiutando il paziente a non interpretare ogni sintomo corporeo come se fosse inevitabilmente connesso all’IBS
  • interrompendo il circolo vizioso attenzione selettiva -attivazione dei sintomi – ansia
  • gestendo l’ansia anticipatoria
Il trattamento comprende inoltre: un programma educativo sull’IBS (educazione alla malattia, educazione sulle condizioni di vita che favoriscono il benessere e l’equilibrio psico fisico, educazione all’alimentazione corretta e sul ciclo sonno-riposo); l’insegnamento di tecniche di rilassamento e di gestione dello stress e dell’ansia (MBSR link); il training di assertività (link).
Di fondamentale importanza sarà infine la relazione terapeutica ovvero la collaborazione attiva e costante tra terapeuta e paziente nella risoluzione del problema.
Per saperne di più
  • Carolyn Dean and Christine Wheeler “IBS for dummies” Wiley Publishing 2006
  • Rosemary Nicol “The irratable bowel stress book” Press Sheldon 2001
  • B. Toner, Z. Segal, S. Emmott, D. Myran “Cognitive-Behavioral Treatment of Irritable Bowel Syndrome” Guildfor Press 2000
  • Mahvi-Shiva M., Fathi-Ashtiani A., Rasoolzade-Tabatebaei SK:, Amini M. (2012). Irritable bowel syndrome treatment: cognitive behavioral therapy versus medical treatment. Archives of Medical Science, 8, 123-129.
www.ibsnetwork.org.uk
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