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Il Disturbo Evitante di Personalità

La precoce manifestazione del Disturbo Evitante di Personalità (DEP) è strettamente associata a diverse forme di abuso subìte durante l’infanzia che, dunque, aumentano in maniera significativa il rischio di sviluppare i sintomi caratteristici del disturbo. Lo studio di Tyrka e collaboratori (2009) ha riscontrato che la presenza di abuso fisico, sessuale, emotivo e presenza di neglect erano associati ai sintomi pervasivi riferibili a molti disturbi di personalità, tra cui figurava anche il DEP. Lo studio di Lobbestael e collaboratori (2010) ha rilevato la presenza di una stretta associazione tra l’abuso sessuale infantile e il DEP, che gli autori hanno interpretato come la manifestazione della modalità in cui le vittime affrontano l’abuso sessuale infantile, ovvero attraverso un uso pervasivo delle strategie di evitamento e di distacco.

La teoria eziopatogenetica maggiormente proposta in letteratura suggerisce che le persone con DEP hanno vissuto esperienze di rifiuto e isolamento durante l’infanzia che, stante l’iper-sensibilità temperamentale pre-esistente (il fattore di inibizione comportamentale), causano l’insorgenza di aspettative pessimistiche su sé e sugli altri. E’ stato mostrato, infatti, che i livelli di pessimismo sono altamente correlati ai sintomi del DEP nelle persone che presentano una maggiore sensibilità e che riferiscono esperienze infantili avverse.

I sopravvissuti ad abuso sessuale infantile mettono in atto delle iniziali strategie di evitamento delle esperienze interne ed esterne che determinano sofferenza. Questa forma di coping, tuttavia, produce delle importanti conseguenze a lungo-termine che si cronicizzano e determinano dei peggioramenti marcati nel funzionamento sociale e nella capacità di regolare le emozioni :

  • la soppressione delle emozioni;
  • l’isolamento sociale;
  • la rinuncia;
  • il distacco.

Il DEP è risultato strettamente associato al PTSD tanto da predirne la gravità dei sintomi (p.e., Gratz & Tull, 2012). Stante la centralità che rivestono l’evitamento emotivo e la non accettazione delle proprie paure nel quadro sintomatologico del DEP, la comorbilità con il PTSD può esacerbare le tendenze all’evitamento e aumentare la messa in atto di strategie di fuga, che a loro volta hanno un impatto negativo nella regolazione dell’emozione.

E’ necessario sottolineare che nelle persone con DEP le intrusioni di eventi traumatici legati all’abuso possono evocare la vergogna e la paura del rifiuto che, una volta emersi, aumentano ancor di più l’evitamento. Queste strategie di evitamento possono determinare un minor impegno e investimento nel percorso terapeutico.

Per i pazienti con DEP che hanno vissuto esperienze traumatiche è fondamentale stabilire un modello di cambiamento che preveda l’interruzione delle strategie di evitamento messe in atto per modulare l’intensità e/o la durata delle emozioni, al fine di ridurre i tentativi maladattivi di regolazione come, per esempio, l’autolesionismo volontario, che è risultato associato sia al DBP che al DEP (Gratz & Tull, 2012).

La Terapia Cognitivo Comportamentale rappresenta un trattamento efficace anche per i sopravvissuti al trauma che presentano il DEP, dal momento che essa consente di modificare le distorsioni cognitive e gli schemi disfunzionali che sottostanno il comportamento evitante e aiuta a disconfermare le aspettative catastrofiche e a tollerare/gestire eventuali episodi di disapprovazione o rifiuto.

Un approccio di trattamento per il DEP è la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) che, per esempio, consente alla persona di migliorare la capacità di differenziazione tra immaginazione e realtà, di mettere in atto nuovi comportamenti in sostituzione di quelli abituali, di assumere il punto di vista dell’altro non influenzato dalle proprie aspettative negative. Per coloro che hanno vissuto un trauma infantile la TMI può risultare utile anche per indagare i sintomi come:

  • la paura;
  • l’evitamento;
  • l’iper-arousal;
  • i flashback intrusivi.

Al fine di ridurre le strategie disfunzionali che alimentano/mantengono la sofferenza, tra cui:

  • la soppressione dei pensieri;
  • il rimuginio;
  • la ruminazione;
  • l’attenzione selettiva verso le fonti di pericolo.

Riferimenti

Gratz, K.L. & Tull, M.T. (2012). Exploring the relationship between posttraumatic stress disorder and deliberate self-harm: the moderating roles of borderline and avoidant personality disorders. Psychiatry Research, 199(1): 19-23.

Lobbestael, J., Arntz, A. & Bernstein, D.P. (2010). Disentangling the Relationship Between Different Types of Childhood Maltreatment and Personality Disorders. Journal of Personality Disorders, 24: 285-295.

Miller, P. M. & Lisak, D. (1999). Associations between childhood abuse and personality disorder symptoms in college males. Journal of Interpersonal Violence, 14(6): 642-656 .

Tyrkaa, A.R., Wychea, M.C., Kellya, M.M., Pricea, L.H. & Carpentera, L.L. (2009). Childhood maltreatment and adult personality disorder symptoms: Influence of maltreatment type. Psychiatry Research, 165(3): 281-287.