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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità (DEP) è un disturbo di personalità caratterizzato dal timore eccessivo della disapprovazione, della critica e dell’esclusione da parte degli altri. La conseguenza è una notevole restrizione del numero di amici e conoscenti e di occasioni relazionali, delle quali vengono sempre enfatizzati i possibili aspetti negativi. E' riscontrabile una condizione di preminente "disagio e ansia sociale” ed una marcata tendenza a svolgere una vita routinaria che ponga questi soggetti al riparo dai potenziali rischi costituiti dalla novità. Per poter vivere sensazioni positive e gratificanti, anche se momentanee, gli evitanti coltivano interessi ed attività solitarie (es. musica, lettura, chat).

Il ritiro sociale, sebbene protegga la persona dall’ esporsi e dallo sperimentare il malessere dell’inferiorità, del senso di inadeguatezza, del senso di esclusione conduce, alla fine, ad una esistenza priva di stimoli, triste, con un visibile senso di vuoto.
L’umore depresso o le crisi di panico sono le motivazioni che possono spingere il soggetto a richiedere un intervento psicologico.

L’abbassamento del tono umorale può diventare molto serio e sfociare, addirittura, in idee di suicidio. Per affrontare il malessere legato alla depressione, a volte i pazienti evitanti possono abusare di sostanze (alcool, droghe, psicofarmaci ecc...)

 Come si manifesta il disturbo?

Gli aspetti centrali del DEP possono essere così riassunti:

  • rappresentazione di Sé caratterizzata da un senso di inadeguatezza, inettitudine, inferiorità, non amabilità, impaccio, diversità ed estraneità;
  • rappresentazione dell’Altro come giudicante, rifiutante, costrittivo, umiliante;
  • difficoltà a trovare elementi di condivisione con l’altro;
  • difficoltà ad identificare gli stati mentali ed emotivi propri ed altrui a partire da stati somatici, espressioni facciali e comportamentali;
  • estrema sensibilità a sperimentare sentimenti di imbarazzo e vergogna;
  • difficoltà a riconoscere le cause che determinano le proprie emozioni;
  • difficoltà a distinguere tra le proprie rappresentazioni interne delle relazioni sociali e la realtà esterna;
  • difficoltà a costruire una rappresentazione matura e articolata della mente dell’altro al posto dell’immagine ricorrente dell’altro come critico e rifiutante, e oppressivo;
  • limitate competenze sociali;
  • relazioni interpersonali rare o legate ad obiettivi specifici;
  • evitamento di relazioni intime, sessuali o sentimentali;
  • scarsa capacità di adattamento a nuove situazioni interpersonali e sociali.

Quali sono le cause?

I soggetti che sviluppano un DEP spesso hanno avuto genitori umilianti, rifiutanti, ridicolizzanti, inflessibili e particolarmente interessati a fornire un’immagine sociale impeccabile.

La poca cura dei genitori, gli atteggiamenti costrittivi e sprezzanti non hanno favorito lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, intesa come la capacità di riconoscere in se stessi e negli altri gli stati emotivi e ad utilizzarli per la risoluzione di problematiche riguardanti la routine quotidiana.

Il DEP può anche essere causato dall’uscita da un ambiente familiare caldo, accudente e protettivo e dall’inserimento in un contesto extra-familiare aggressivo, denigrante e giudicante.

Quante e quali persone ne soffrono?

Il DEP sembra essere ugualmente frequente nei maschi e nelle femmine. La prevalenza del DEP nella popolazione generale è tra lo 0,5% e l’1,0%. Il DEP è stato riportato come presente in circa il 10% dei pazienti ambulatoriali osservati in cliniche per malattie mentali.

In cosa consiste il trattamento psicoterapeutico?

I soggetti con DEP spesso cercano una terapia a causa di episodi di attacchi di panico o di uno stato depressivo. Per il trattamento del DEP si sono rilevati efficaci trattamenti psicoterapeutici individuali e di gruppo. I pazienti evitanti possono trarre vantaggio da:

  •  Terapia Cognitivo Comportamentale in particolare dai processi di ristrutturazione cognitiva volti a modificare gli errori di ragionamento contenuti nei loro pensieri e gli schemi disfunzionali che sono alla base del comportamento evitante;
  •  Tecniche comportamentali come, ad esempio, la desensibilizzazione sistematica, l’esposizione in immaginazione o in vivo e i training di rilassamento, che aiutano i pazienti a disconfermare le loro aspettative catastrofiche e a tollerare e gestire eventuali episodi di disapprovazione o rifiuto;
  •  Training sull’assertività e sulle abilità sociali consento l’acquisizione di specifiche conoscenze e strumenti volti a fronteggiare svariate situazioni e a favorire relazioni interpersonali positive.

Talvolta risulta utile integrare al lavoro individuale l’utilizzo dei gruppi di social skills training improntati allo sviluppo delle competenze sociali, ma solo nella fase finale del trattamento. La persona che soffre di Disturbo Evitante di Personalità ha bisogno di lavorare, spesso a lungo, con il terapeuta individuale per rappresentarsi se stesso e la mente degli altri in modo più articolato e meno minaccioso. Nel momento in cui tali abilità saranno acquisite e gli stati di timore del giudizio meglio modulati, il paziente potrà beneficiare del gruppo per potenziare il decentramento (la capacità di comprendere i punti di vista altrui), per ottenere informazioni dagli altri pazienti sul proprio stile comunicativo e per costruire un senso di appartenenza e di collaborazione insieme agli altri pazienti del gruppo.

Un altro approccio terapeutico è la Terapia Metacognitiva Interpersonale che, attraverso la narrazione della propria autobiografia, tenta di sollecitare le capacità del paziente di:

1. differenziare tra immaginazione e realtà, in particolare nel considerare le rappresentazioni negative di sé con l’altro come ipotetiche e non specchio di una realtà oggettiva;

2. evocare rappresentazioni alternative che il paziente possiede, ma che sono mascherate dagli stati mentali problematici dominanti;

3. promuovere nuovi comportamenti in sostituzione di quelli abituali;

4. formare una rappresentazione integrata di sé che tenga conto delle contraddizioni psicologiche e degli errori di ragionamento del paziente, quali il notare sistematicamente intenzioni ostili nell’altro oppure strategie del tipo "se evito, di sicuro non subisco il giudizio negativo”;

5. leggere con maggiore sensibilità le intenzioni degli altri;

6. distinguere i segnali di ostilità attesi da quelli effettivi e decentrare, ovvero assumere il punto di vista dell’altro non influenzato dalle proprie aspettative negative.

Il Trattamento farmacologico

Varie classi di psicofarmaci, come gli antidepressivi di tipo triciclico (TCA), gli inibitori delle Mono-Amino-Ossidasi (IMAO), gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) e gli inibitori duali di serotonina e noradrenalina (SNRI), possono essere utili nel ridurre la sensibilità individuale al timore del rifiuto, della critica e ai sentimenti di imbarazzo e vergogna. Le benzodiazepine (BDZ) sono indicate per il trattamento di stati ansiosi o di panico, nervosismo e tensione causati dal dover far fronte a situazioni sociali solitamente evitate. I β-bloccanti si sono rilevati efficaci per gestire l’iperattività del Sistema Nervoso Autonomo (sudorazione, tremori, arrossamenti, ecc.) che si manifestano quando si affrontano situazioni temute.