Pedofilia

Il termine pedofilia deriva dal greco pais= bambino e filìa= amore e letteralmente significa “amore verso i bambini”. In psichiatria viene utilizzato per descrivere la patologia caratterizzata dall’interesse sessuale nei confronti dei bambini. Da un punto di vista comportamentale questo interesse può manifestarsi in molteplici modi, dal limitarsi a guardare i bambini all’assunzione di comportamenti fortemente sessualizzati, che possono includere:

  • spogliare il bambino;
  • accarezzarlo;
  • toccarlo;
  • masturbarsi in sua presenza;
  • sottoporlo a rapporti orali, anali o vaginali penetrandolo con il pene, le dita o altri oggetti.

Una caratteristica distintiva di questa patologia è il suo carattere egosintonico: la condotta non causa disagio nel soggetto, bensì gli procura piacere. Per questo motivo il pedofilo non ha consapevolezza di avere una malattia, non presenta sensi di colpa nei confronti delle vittime e presenta frequentemente una serie di errori di pensiero che lo portano a giustificare le sue azioni e a considerare la vittima come consenziente.

Possiamo distinguere due tipologie di pedofilo: il pedofilo sadico e il pedofilo ludico. Il pedofilo sadico prova il massimo del piacere brutalizzando la sua vittima: ciò avviene sia attraverso la violenza psicologica (umiliazione), che attraverso la violenza fisica. Il pedofilo ludico  tende a giocare con i bambini e raramente li traumatizza. Il gioco ha la doppia finalità di conquistare la fiducia dei genitori e del bambino e di impostare con quest’ultimo un atteggiamento di omertà, proposta come parte del gioco stesso.

Nel linguaggio comune si tende a usare il termine pedofilia e il termine abuso sessualeinfantile come sinonimi. Nella realtà clinica le cose sono diverse: il reato di abuso sessuale su minore  è previsto sulla realtà fattuale ed è sufficiente un solo accadimento. Infatti, se vi sono solo fantasie o attrazione ed eccitazione verso i prepuberi senza mettere in atto alcun comportamento specifico non vi può essere reato. La diagnosi di pedofilia è prevista sulla realtà psichica e se la tendenza è stabilizzata e pervasiva non è necessario il numero dei comportamenti lesivi. Pertanto, vi potranno essere soggetti con reato di pedofilia che clinicamente possono essere diagnosticati solo come persone affette da “discontrollo dell’impulso” perché l’accadimento è unico, oppure occasionale. Vi potranno anche essere soggetti con diagnosi di pedofilia senza vi sia necessariamente il reato; questo è il caso dell’impulso che, se pur stabilizzato e pervasivo, tuttavia non viene agito.

Quali sono i sintomi principali?

La pedofilia è un disturbo sessuale classificato nella categoria delle parafilie, ossia dei disturbi caratterizzati da fantasie, impulsi sessuali e/o comportamenti ricorrenti e sessualmente eccitanti rivolti a oggetti, attività o situazioni inusuali.

La focalizzazione parafilica del pedofilo sono i bambini prepuberi, di età generalmente uguale o inferiore ai 13 anni.

La diagnosi di pedofilia risponde a precisi criteri temporali: i sintomi sono presenti da almeno sei mesi e il soggetto ha almeno 16 anni ed è più grande della sua vittima di almeno 5 anni. Il soggetto può essere attratto in maniera esclusiva da bambine (è il caso più frequente), da bambini o da entrambi.

L’esordio avviene di solito avviene in adolescenza o nella prima età adulta e questo determina la cronicizzazione del disturbo.

I soggetti possono scegliere le loro vittime all’interno del contesto familiare o al di fuori di esso, svolgendo lavori o attività che gli consentano il contatto con bambini o guadagnandosi la stima dei bambini stessi e dei loro genitori.

Il profilo psicologico del pedofilo è caratterizzato da una serie di errori di pensiero (o bias cognitivi): il soggetto tende a negare (“non sono stato io”), minimizzare (“non ho fatto niente di male”, “la vittima ha detto di no, ma in realtà voleva dire sì”), giustificare  o razionalizzare il suo comportamento (adducendo prove a favore del suo presunto valore educativo). I sintomi sono associati ad un disagio significativo e ad una compromissione del funzionamento psicosociale del soggetto. Il soggetto affetto da pedofilia, comunque, non mostra disagio per la sua condizione clinica che, come abbiamo detto, è per lui fonte di piacere e si sviluppa in sintonia con i suoi bisogni. Per il soggetto la vera fonte di disagio sono le conseguenze del suo comportamento, che può comportare l’allontanamento da casa, la perdita del lavoro, l’ostracismo sociale, l’isolamento e la  detenzione. Nei rari casi in cui il soggetto richiede un aiuto psicologico, di solito esso è funzionale a risolvere questi problemi.

Quante persone ne soffrono?

Strano per quanto possa sembrare, è molto più facile trovare studi sulle vittime di abusi sessuali che non sui soggetti abusanti e affetti da pedofilia.

Un primo motivo sta nel fatto che gli abusanti (con o senza diagnosi di pedofilia) non ritengono di avere una patologia, non accusano sofferenza o disagio e non ritengono d’aver bisogno di un trattamento.

Al contrario, i soggetti abusati strutturano una sintomatologia caratterizzata da una profonda sofferenza soggettiva e più facilmente cercano un trattamento psicoterapico e si fanno aiutare. Un secondo motivo per spiegarci la carenza di studi su soggetti con diagnosi di pedofilia sta nella negazione o non collaborazione, se non per sconti di pena o altri vantaggi personali come la possibilità di un reinserimento nel contesto socio- lavorativo. Ciò determina il fatto che è difficile ad oggi dare credito alle stime rispetto alla prevalenza di soggetti con diagnosi di Pedofilia, perché si tratta di un fenomeno ampiamente sommerso e non possiamo stabilire la proporzione fra l’emerso e il sommerso.

In cosa consiste il trattamento psicoterapeutico?

La pedofilia è un disturbo psichiatrico cronico,  ma è curabile in termini di sviluppo di strategie per prevenirne l’espressione comportamentale. L’obiettivo principale del trattamento psicoterapico dei pazienti affetti da pedofilia  è un aumentato controllo del proprio impulso sessuale verso i prepuberi. La terapia si avvale di tecniche cognitive e di tecniche comportamentali.

Le Tecniche Comportamentali aiutano il paziente a ridurre i comportamenti devianti, sostituendoli con comportamenti più adattivi.  L’intervento cognitivo mira alla ristrutturazione delle distorsioni cognitive associate al problema, come la minimizzazione , il diniego, la sessualizzazione della vittima, l’assenza di colpa.  Altri obiettivi della terapia sono quelli di migliorare l’empatia e le competenze sociali del soggetto al fine di favorire l’acquisizione di capacità relazionali non sessualmente disturbanti. Ciò è reso possibile attraverso un lavoro sull’autostima, sulla gestione degli stati emotivi negativi e sulle abilità di problem solving.


Per saperne di più

Pacciolla A., Ormanni I.(2004).  Abuso sessuale: guida interdisciplinare, 2° Edizione, Laurus Robuffo , Roma

Ormanni I., Pacciolla A. (2000).  Pedofilia: una guida alla normativa ed alla consulenza, Due Sorgenti

Dettore C., Fuligni (2008)  L’abuso sessuale sui minori. Valutazione e trattamento delle vittime e dei responsabili, 2 ed, McGraw-Hill, Milano

Marshall, W.L., Anderson, D. Fernandez, Y. (2001) Trattamento cognitivo comportamentale degli aggressori sessuali. Torino: Centro scientifico editore