Attacchi di panico: Sintomi, Cause, Conseguenze e Cura

Cosa sono gli attacchi di panico?

Lattacco di panico è un breve episodio di ansia intollerabile che dura al massimo 20 minuti. E’ caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura o terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente e ha spiccate manifestazioni neurovegetative. Il corpo presenta uno stato di attivazione fisiologica intensa e generalizzata. Possono esserci anche esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione.

Lattacco di panico arriva come un fulmine a ciel sereno, improvvisamente. È questo il motivo per cui le persone ne sono tanto spaventate. Non riescono a capire cosa stia succedendo loro e temono di poter morire, impazzire, svenire, perdere il controllo, avere un infarto.

La realtà, invece, è diversa: lattacco di panico ha sempre un fattore scatenante, anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale. Gli attacchi di panico sono mantenuti e generati dalle interpretazioni catastrofiche che il paziente fa dei suoi sintomi fisici. Questo darà avvio a un vero e proprio circolo vizioso del panico. Il primo passo del trattamento è proprio quello di condividere con il paziente il ruolo dei suoi pensieri e delle convinzioni di pericolo nella genesi dei successivi episodi di panico.

Quali sono le caratteristiche di un disturbo di panico?

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di Disturbo di panico”.

In questo caso gli attacchi di panico ripetuti influenzano l’intera esistenza del paziente, che manifesta una preoccupazione persistente non solo di avere un’altra crisi di panico, ma anche delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi sulla sua vita e sul suo funzionamento. Questa preoccupazione deve avere durata superiore a un mese e deve compromettere uno o più ambiti di vita, familiare, sociale, lavorativa.

Quali sono i sintomi degli attacchi di panico?

I sintomi fisici più comuni dellattacco di panico, come abbiamo visto, sono:

  • Palpitazioni, cardiopalma o tachicardia
  • Sudorazione
  • Brividi o vampate di calore
  • Tremori fini o a grandi scosse
  • Parestesie
  • Dispnea o sensazione di soffocamento
  • Sensazione di asfissia
  • Dolore o fastidio al petto
  • Nausea o disturbi addominali
  • Sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o senso di svenimento
  • Derealizzazione o depersonalizzazione
  • Paura di perdere il controllo o di impazzire
  • Paura di morire

Dopo aver provato una volta la spiacevole esperienza di un attacco di panico, la persona colpita teme ovviamente che possa accadere di nuovo. Si innesca, dunque, un circolo vizioso che può trasformare il singolo attacco di panico in un vero e proprio disturbo di panico. Si apprende così ad avere “paura della paura” e si sviluppa una vera e propria ansia anticipatoria. Il paziente, infatti, ha un coinvolgimento attivo e determinante nell’insorgenza e nella persistenza dell’attacco.

Come fare diagnosi di disturbo di panico?

Secondo il DSM-5 (APA, 2013) per fare diagnosi di disturbo di panico devono essere soddisfatti i seguenti criteri:

A. Ricorrenti attacchi di panico inaspettati, con almeno quattro dei seguenti sintomi:

  1. Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
  2. Sudorazione
  3. Tremori fini o a grandi scosse
  4. Dispnea o sensazione di soffocamento
  5. Sensazione di asfissia
  6. Dolore o fastidio al petto
  7. Nausea o disturbi addominali
  8. Sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
  9. Brividi o vampate di calore
  10. Parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
  11. Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
  12. Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
  13. Paura di morire

Se compaiono meno di quattro sintomi l’attacco viene definito paucisintomatico.

B. Almeno uno degli attacchi di panico deve essere seguito da un mese (o più) di uno o entrambi seguenti sintomi:

  1. Preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi o per le loro conseguenze (es. “impazzire”, perdere il controllo..).
  2. Significativa alterazione disadattava del comportamento correlata agli attacchi (es. comportamenti di evitamento).

C. L’ alterazione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (es. droga, farmaco) o altra condizione medica (ipertiroidismo, disturbi cardiopolmonari).

D. Gli attacchi di panico non sono meglio spiegati da un altro disturbo mentale (es. gli attacchi di panico non si verificano solo in risposta ad una situazione sociale temuta, come nel disturbo d’ansia sociale; in risposta ad un oggetto o situazione fobica circoscritta, come nella fobia specifica..).

Quindi per fare diagnosi di disturbo di panico occorre che il primo episodio di attacco di panico sia inaspettato, ovvero che si verifichi di punto in bianco, in un momento in cui la persona è in procinto di rilassarsi o sta svolgendo una qualche attività quotidiana che non è di rilevante importanza. Dopodiché è necessario che a questo primo attacco ne seguano degli altri, tali da caratterizzarsi come ricorrenti. La frequenza con cui compaiono gli attacchi di panico è variabile: alcune persone possono esperire attacchi ricorrenti (es. una volta a settimana) ed in modo regolare, altre, invece, possono essere colpite da brevi serie di attacchi più frequenti, anche quotidiani, con intervalli di settimane o mesi in cui gli episodi sono meno presenti o addirittura assenti. Anche rispetto alla gravità ci sono delle variabilità: alcuni individui possono avere attacchi completi, altri avere attacchi paucisintomatici (con meno di quattro sintomi), con differenze anche rispetto ai sintomi esperiti da un attacco all’altro, anche se per fare diagnosi è necessario che la persona abbia avuto almeno più attacchi di panico completi e inaspettati (APA, 2013).

Quali sono le preoccupazioni associate all’attacco di panico?

I pazienti che hanno un attacco di panico temono per la propria salute fisica, credono che stia per accadere loro qualcosa di grave. Sono convinti di essere in procinto di svenire, impazzire, perdere il controllo, morire. Pensieri come: “Avrò un infarto”, “Ora svengo” o “Morirò” sembrano così reali nel momento dell’attacco di panico da far sì che alcune persone arrivino a chiamare l’autoambulanza o vadano in ospedale.

I pensieri catastrofici fanno sì che i soggetti che hanno avuto attacchi di panico interpretino erroneamente i normali sintomi fisici dell’ansia e li vivano come reali pericoli.

Quali sono le cause e quanto è diffuso il disturbo di panico?

Gli attacchi di panico sono molto diffusi, soprattutto tra i giovani. Si stima che circa il 30% della popolazione urbana soffrirà, almeno una volta nella propria vita, di un attacco di panico.

Chi ha un attacco di panico spesso si domanda: “Perché ho gli attacchi di panico? Perché a me? Perché ora?”.

Possiamo rispondere a queste domande con tre principali ragioni, che possono anche essere concomitanti:

  1. Alcuni di noi hanno una predisposizione genetica all’ansia e agli attacchi di panico. Quindi potrebbero avere in famiglia parenti che soffrono di ansia. C’è anche il detto per cui “mamme ansiose fanno figli ansiosi”.
  2. Alcune circostanze e l’ambiente familiare in cui siamo cresciuti possono averci insegnato che il mondo è un posto pericoloso, che non siamo adeguati ad affrontarlo, ecc. Ad esempio, traumi come la malattia o la morte di un genitore o di un familiare possono creare questo tipo di vulnerabilità all’ansia. Anche i bambini che hanno avuto dei genitori iperprotettivi che, quindi, hanno involontariamente rinforzato il loro senso di vulnerabilità, da adulti potranno provare più ansia di altri.
  3. Lo stress che possiamo incontrare in una determinata fase di vita e che non siamo bravi a gestire, perché non abbiamo acquisito le abilità per farvi fronte. Alcuni stress poi sono inevitabili. Tutti incidono sulla nostra ansia.
  4. Ecco un breve elenco di fattori stressanti:
    1. Prendere o cambiare lavoro
    2. Trasferirsi lontano da casa
    3. Comprare una casa
    4. Sposarsi
    5. Avere un figlio
    6. Sentirsi intrappolati in matrimoni sbagliati o altre situazioni
    7. Morte o malattia di qualcuno che amiamo
    8. Grave depressione
    9. Un periodo prolungato di stress associato a incertezza circa la propria o altrui salute, stabilità finanziaria e carriera
    10. Piccoli cambiamenti, anche positivi, concentrati in un breve lasso di tempo

Può succedere che il normale livello dansia con cui tutti noi nasciamo, possa aumentare ed esplodere in episodi di panico, più o meno intensi, a seguito, ad esempio, di un evento stressante. L’ansia, infatti, se molto intensa, potrebbe crescere e superare una soglia, oltre la quale si genera un vero e proprio attacco di panico.

Attacchi di panico
Attacchi di panico

Quali sono le conseguenze degli attacchi di panico?

La principale conseguenza degli attacchi di panico è la tendenza ad evitare tutte le situazioni o le persone ritenute pericolose o scatenanti.

Coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere, evitano situazioni simili nel futuro, mettono in atto meccanismi che li rassicurino (portano con sé medicinali, se temono un attacco di cuore possono rimanere immobili, se hanno paura di soffocare apriranno una finestra o berranno dell’acqua, ecc.). È evidente che queste modalità di comportamento saranno molto limitanti per la loro vita. Anche i rapporti interpersonali (familiari, di coppia, di amicizia, ecc.) avranno serie difficoltà; si tenderà, infatti, a evitare tutte quelle situazioni percepite come ansiogene (uscire per incontrare persone, prendere l’aereo, frequentare luoghi affollati, andare al ristorante, al cinema ecc.). In alcuni casi si potrà progressivamente arrivare a non uscire più di casa.

Dal momento che, nel caso del disturbo di panico, ciò che si teme di più sono le proprie sensazioni fisiche, si tenderà a evitare anche tutte quelle attività o sostanze che aumentano l’attivazione fisiologica dell’organismo. Non si berranno più caffè o bevande eccitanti, si eviterà l’attività fisica o sessuale, si prediligerà uno stile di vita riposante e all’insegna della prudenza.

La paura dell’imminenza di un nuovo attacco, inoltre, produce uno stato di tensione generale e di irritabilità diffusa. È stato anche stabilito che gli attacchi di panico sono correlati ad altri disturbi quali la depressione e l’agorafobia (paura di camminare per strada, degli spazi aperti come le autostrade…).

Come si curano gli attacchi di panico ed il disturbo di panico?

Il trattamento del disturbo di panico

La Terapia Cognitivo Comportamentale è molto efficace nella cura degli attacchi di panico. Studi condotti in diversi paesi dimostrano che più dell’80% delle persone si libera degli attacchi di panico dopo un breve periodo di trattamento. La Terapia Cognitivo Comportamentale del disturbo di panico si prefigge 5 obiettivi principali:

  1. Scoprire e abbattere le fonti di stress
  2. Aumentare la tolleranza all’ansia o al disagio, ad esempio con la Mindfulness, e ristabilire un senso di sicurezza, riducendo la sensibilità alle sensazioni fisiche (tachicardia, tremore, respiro corto, ecc.) o mentali (paura di impazzire, di morire, di perdere il controllo) rilevanti per l’insorgenza degli attacchi di panico
  3. Indebolire l’interpretazione catastrofica errata e gli schemi di minaccia, paura e pericolo sottostanti agli stati fisici o mentali
  4. Incrementare le capacità di rivalutazione cognitiva (rivalutazione dei pensieri catastrofici) che portano all’adozione di una spiegazione alternativa realistica dei sintomi che causano paura o angoscia
  5. Eliminare l’evitamento e altri comportamenti disfunzionali di ricerca di sicurezza

Al fine di raggiungere questi obiettivi, la Terapia Cognitivo Comportamentale si articola nelle seguenti componenti:

  • Educazione al modello di Terapia Cognitiva del Panico (il circolo vizioso)
  • Esperimenti comportamentali: induzione dei sintomi in seduta e come homework
  • Ristrutturazione cognitiva degli esiti catastrofici più temuti delle sensazioni fisiche
  • Esposizione graduata in vivo
  • Prevenzione delle ricadute

Uno dei primi obiettivi della Terapia Cognitivo Comportamentale è aiutare il paziente a capire che gli sgradevoli sintomi fisici che prova durante lattacco di panico sono solo una conseguenza dellansia. Non sono, dunque, pericolosi: nulla di quello che teme accadrà veramente. Questa consapevolezza aiuta a interrompere il circolo vizioso dell’ansia ed evita un peggioramento delle sensazioni fisiche spiacevoli.

Il terapeuta spiega al paziente il circolo vizioso del panico proprio per evidenziare il ruolo delle sue interpretazioni nella genesi e nel mantenimento dei successivi attacchi di panico. Il più famoso è quello di Clark, illustrato di seguito.

Il processo parte da uno stimolo scatenante, chiamato anche trigger. Questo può essere interno, ad esempio una sensazione fisica (sensazione di testa leggera, debolezza, battito cardiaco accelerato) o esterno, ad esempio una situazione o un luogo (il supermercato, una galleria, l’autostrada).

Questo trigger viene interpretato dal paziente come una possibile minaccia, come un potenziale pericolo e questa lettura farà sì che il paziente cominci a provare uno stato di ansia. L’ansia porta con sé tutta una serie di sintomi fisiologici e cognitivi, quali aumento del battito cardiaco, difficoltà a respirare, sensazione di testa leggera, tremori, confusione, paura di perdere il controllo, ecc.

Il paziente, a questo punto, teme che questi sintomi – in realtà “normali” in quanto rappresentano la fisiologica manifestazione del suo stato d’ansia – possano aumentare fino a portare a esiti catastrofici, quindi alla morte, all’infarto, allo svenimento, all’ictus, alla perdita di controllo, alla follia.

Tali interpretazioni catastrofiche sono considerate vere dal paziente e, di conseguenza, aumentano il suo stato d’ansia che, a sua volta, avrà manifestazioni sintomatiche più intense che, in un circolo vizioso, saranno lette come conferma dell’imminente verificarsi dell’evento catastrofico temuto.

Questo genera un circolo vizioso autoperpetuantesi che porterà al verificarsi di un altro episodio di panico.

In questo circolo vizioso sono aggiunti anche i fattori di mantenimento, ovvero l’evitamento e i comportamenti protettivi.

Essi sono tutto quello che mettiamo in atto nel tentativo di non avere o controllare un attacco di panico. In realtà queste strategie sortiscono l’effetto opposto: bloccano il progresso e ostacolano la guarigione. È come se si provasse a spegnere un fuoco con la benzina.

Le persone che hanno un attacco di panico cercano di proteggersi attraverso queste strategie:

Evitamento: evitare tutti i posti temuti, gli oggetti e le attività che pensiamo potrebbero causare un attacco di panico, ad esempio guidare, prendere la metropolitana, portare i bambini in posti affollati, volare, incontrare un amico in un posto chiuso, andare al ristorante, iscriversi a un corso, in palestra, andare a una festa, fare una riunione di lavoro, andare dal medico o dal dentista, andare al centro commerciale o al supermercato, chiedere informazioni a un impiegato

Comportamenti e rituali protettivi: le persone spesso sviluppano un proprio modo di fare le cose che pensano le possa proteggere o far sentire al sicuro rispetto all’insorgenza di un episodio di panico. Questi comportamenti danno un sollievo temporaneo ma, a lungo andare, mantengono il disturbo. Ad esempio, portare con sé una bottiglia di acqua o dei farmaci, chiamare qualcuno, farsi accompagnare, fare spese solo nei posti dove è possibile vedere l’uscita, sedersi sempre all’estremità della fila vicino all’uscita di emergenza, comprare meno di 10 oggetti per usare le casse veloci, ecc. A volte, alcuni gesti possono essere quasi delle superstizioni, come portare un corno con sé o toccare legno, ma in realtà non fanno altro che rinforzare il senso di vulnerabilità e di insicurezza.

Anche l’attenzione selettiva viene considerata un fattore di mantenimento.

Vediamo cosa succede esattamente.

Chi ha già avuto degli attacchi di panico, come abbiamo visto, è spaventato all’idea di averne altri e questo fa sì che presti attenzione a tutti i possibili segnali corporei che potrebbero indicare l’imminente arrivo di una crisi. Quindi, monitorerà le minime variazioni del suo battito cardiaco, le più impercettibili difficoltà a respirare, ecc. Il porre attenzione selettivamente a queste sensazioni, in realtà, porterà a un abbassamento della soglia sensoriale, ovvero il paziente le percepirà più facilmente e più intensamente. Questo sarà però letto come un’amplificazione della sensazione, piuttosto che come una conseguenza del fatto che ci si stia ponendo attenzione. Ecco quindi come l’attenzione selettiva mantiene il circolo vizioso, attraverso una errata conferma delle interpretazioni catastrofiche.

attacchi-di-panico
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Il secondo step del trattamento cognitivo comportamentale del disturbo di panico consiste proprio negli esercizi di esposizione enterocettiva (esposizione alle sensazioni fisiche). L’obiettivo è quello di dimostrare al paziente che può stare coi sintomi.

Gli esercizi di esposizione enterocettiva servono a suscitare proprio le sensazioni corporee simili a quelle che si manifestano spontaneamente in caso di ansia. Indurre volontariamente i propri sintomi vuole contraddire l’abitudine a sfuggirli ed evitarli, perché considerati pericolosi. L’obiettivo è, quindi, quello di mettere il paziente nelle condizioni di affrontare un episodio di tachicardia o vertigine e di superarlo senza ricorrere a mezzi di evitamento o fuga. Alla fine si impara che si tratta di episodi forse sgradevoli, ma certamente non pericolosi o mortali. E si è, quindi, in grado di affrontarli e di gestirli. Si suggerisce di continuare a eseguire gli esercizi, finché la forza dei pensieri catastrofici non sia diminuita e sia, invece, significativamente aumentata quella dei pensieri non catastrofici. Gli esperimenti comportamentali giocano un ruolo particolarmente importante nel trattamento del panico. Il risultato dell’esperimento viene osservato, monitorato e registrato, alla ricerca di prove a favore della spiegazione catastrofica e delle interpretazioni alternative delle sensazioni fisiche.

Dopo aver contrastato la tendenza del paziente a evitare di provare ansia e di tollerare i relativi sintomi, si procede alla ristrutturazione cognitiva che svolge due funzioni nella Terapia Cognitiva del Panico. Introduce un’evidenza contraria alle interpretazioni catastrofiche errate e offre una spiegazione alternativa alle sensazioni interne. Tutto questo con tecniche semplici che il paziente apprende facilmente.

È spesso utile cominciare la ristrutturazione cognitiva con una descrizione molto chiara degli esiti catastrofici più temuti e poi generare una lista di possibili spiegazioni alternative per le sensazioni fisiche. L’obiettivo della ristrutturazione cognitiva per i soggetti con panico è quello di realizzare che la loro ansia e i loro sintomi siano dovuti alle convinzioni errate che certe sensazioni fisiche sono pericolose, che avranno un esito nefasto, che saranno insopportabili e ingestibili, che sarà impossibile controllarle e resistervi, ecc. Il terapeuta e il paziente troveranno delle risposte alternative a queste interpretazioni, tramite svariate tecniche di ristrutturazione cognitiva.

Le sensazioni fisiche in realtà possono dipendere da:

  • Una risposta fisiologica, non pericolosa, all’aumento dell’ansia
  • Una reazione allo stress
  • Conseguenza di un esercizio fisico
  • Fatica
  • Effetti collaterali del caffè, dell’alcool o dei farmaci
  • Un’accresciuta vigilanza alle sensazioni corporee (attenzione selettiva)
  • Forti emozioni quali rabbia, sorpresa, o eccitazione
  • Verificarsi casuale di processi biologici interni benevoli (ad es. prossimità del ciclo mestruale, mal di pancia, etc.)

Poiché molti individui con il disturbo di panico mostrano, come abbiamo detto, forme quanto meno lievi di evitamento agorafobico, l’esposizione graduata in vivo è una componente fondamentale della Terapia Cognitivo Comportamentale per il disturbo di panico. Quando l’evitamento agorafobico è grave, l’esposizione in vivo deve essere introdotta nel trattamento il prima possibile, al fine di creare l’abituazione ai sintomi e a mettere in discussione le cognizioni e le credenze catastrofiche del soggetto agorafobico.

Nell’esposizione graduata in vivo il terapeuta aumenta gradualmente il livello di ansia in modo che il soggetto possa realizzare di essere in grado di gestire la situazione, persino con stati d’ansia elevati. Se il paziente non fugge, o non evita l’esposizione, la reazione ansiosa potrà toccare un picco, ma poi si ridurrà spontaneamente e il paziente, nel tempo, si troverà a fronteggiare le situazioni in precedenza temute, senza provare più panico.

Quando si riuscirà a sentirsi tranquilli in situazioni da cui fino a prima si fuggiva ci sarà una reazione che, sotto molti aspetti, può essere considerata un decondizionamento che avrà come conseguenza quella di modificare le aspettative catastrofiche del paziente.

Durante l’esposizione, lo scopo sarà quello di rimanere nella situazione ansiogena senza ricorrere a evitamenti e comportamenti protettivi, imparando ad accettare i sintomi corporei che mettono tanta paura, anche con l’aiuto della Mindfulness.

Ecco qualche strategia per condurre un’esposizione di successo, all’interno di un piano di trattamento altamente efficace:

Modificare i pensieri catastrofici relativi al pericolo, anche ricorrendo a questo tipo di domande: “Hai avuto molti attacchi di panico. Come mai le conseguenze terribili che temi non si sono mai verificate?”, “La tua idea è vera?”, “E’ utile mantenere queste convinzioni?”, “Stai prevedendo il futuro in maniera catastrofica o sono dei fatti reali?”

Focalizzarti sui sintomi fisici, come la tensione muscolare, le palpitazioni cardiache, la nausea o il respiro corto permetterà di accettarli, anche attraverso gli esercizi di Mindfulness, di abbracciarli e di fare pratica di essi per quello che sono, ovvero un normale incremento dell’attivazione fisica, al pari di quando fai una corsa o vai in palestra. Quindi sicuri e innocui, se pur sgradevoli

Cercare prove che la situazione o lo stimolo non è pericoloso come pensi. Quali caratteristiche della situazione indicano che non c’è un pericolo? Controlla il tuo respiro. Alcune persone trovano molto utile focalizzarsi sul respiro e farlo scendere a 8-12 respiri al minuto. Assicurati di non iperventilare o di non fare respiri corti e superficiali

Provare a visualizzarti lentamente mentre ti prepari ad affrontare con successo l’esposizione prima di cominciarla o quando sei in procinto di iniziarla

Cercare di mantenerti attivo durante l’esposizione, ad esempio camminando o muovendoti in giro

Infine, nella prevenzione delle ricadute, il terapeuta fa scrivere o scrive insieme al paziente quanto è stato appreso durante il trattamento, riguardo le cause del panico, i fattori di mantenimento, e i modi usati per superare il problema. Nel summarize (riassunto) verrà scritto, sotto la guida del terapeuta, cosa fare se i sintomi fisici inattesi si verificano o se il soggetto sperimenta una ricomparsa dell’ansia. Si dovrà, infine, chiedere al paziente di valutare, su una scala da 0 a 100, quanto sarebbe penoso per lui in futuro avere attacchi di panico. In questo modo è possibile prendere consapevolezza anche di eventuali problemi non ancora risolti.

Dal momento che abbiamo visto quanto sia determinante il ruolo dello stress nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo di panico, è fondamentale adottare uno stile di vita sano e all’insegna della salute. Quindi, si privilegerà un’alimentazione corretta, si dormirà un numero adeguato di ore, si farà attività fisica e si praticherà la Mindfulness o Mindfulness Yoga per tenere bassi i livelli di stress e ridurre così la possibilità di avere nuovi attacchi di panico.

Per coloro i quali hanno effettuato una Terapia Cognitivo Comportamentale per il panico ma presentano ancora una sintomatologia attiva, si consiglia di indagare con un professionista eventuali esperienze traumatiche passate e/o presenti che possano essere la vera causa sottostante della sintomatologia fisica del panico.

Farmaci

Attualmente, molti farmaci possono aiutare i pazienti a ridurre i fastidiosi sintomi associati al panico. Chi soffre di disturbo di panico, spesso lamenta anche uno stato depressivo e, quando presente, i farmaci possono intervenire anche su questo.

Qualsiasi tipo di farmaco deve essere assunto solo dopo aver consultato un medico di base o uno specialista, ad esempio uno psichiatra o un neurologo, affinché ne possa valutare l’appropriatezza considerando tutta la storia clinica del paziente che ha davanti.

Tutti gli psicofarmaci sono oggi farmaci sicuri, anche quelli per l’ansia, e non presentano particolari problemi per gli effetti collaterali o per la dipendenza.

Per saperne di più consulta la sezione dedicata: https://www.istitutobeck.com/psicofarmaci

Ecco alcuni dei farmaci che si sono dimostrati efficaci:

  • SSRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina). Di solito si rivelano sicuri con un basso rischio di effetti collaterali seri. Gli SSRI antidepressivi sono di solito raccomandati come farmaci di prima scelta per trattare gli attacchi di panico. Tra questi, ci sono la fluoxetina (Prozac), paroxetina (Paxil, Pexeva) e la sertralina (Zoloft).
  • SNRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina e norepinefrina). Questi farmaci sono un’altra classe di antidepressivi. L’SNRI venlafaxina (Effexor XR) è approvato per il trattamento del disturbo di panico.
  • Questi sedativi calmano il sistema nervoso centrale. Le benzodiazepine per il trattamento del disturbo di panico comprendono l’alprazolam (Xanax) e il clonazepam (Klonopin). Le benzodiazepine sono di solito usate per un breve periodo perchè creano dipendenza fisica o mentale. Questi farmaci, inoltre, possono interagire con altri farmaci, che il paziente già assume per altre patologie, causando seri effetti collaterali. Possono infine interagire e creare seri effetti collaterali anche se assunti insieme ad alcool o droghe.

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Autore/i

Dott.ssa Roberta Borzì

Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).
Per favore descrivi il motivo del contatto. Più informazioni abbiamo a disposizione meglio sappiamo valutare la richiesta e darti la risposta corretta al tuo quesito. Grazie mille
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