Autismo in età adulta

Autismo in età adulta

Autismo o Asperger?

La Sindrome di Asperger (SA) e l’Autismo erano collocati, fino al 2013, nella categoria diagnostica dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo, e indicati come due condizioni separate. In particolare, si riteneva che nella  Sindrome di Asperger si avesse un quoziente intellettivo nella norma o superiore, e non fosse presente un ritardo del linguaggio; inoltre, la SA sembrava comportare un certo interesse nei confronti dello sviluppo di relazioni interpersonali, che venivano però approcciate in modo bizzarro o inefficace. Successivamente, con la pubblicazione della più recente edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA, 2013), le due diagnosi sono state accorpate nello Spettro autistico. La decisione è stata presa perché i sintomi e le manifestazioni della condizione sono stati visti come appartenenti a un continuum, che spesso non consente di distinguere in modo preciso tra le due precedenti categorizzazioni. Dalla letteratura scientifica, infatti, non emergono prove sostanziali che si tratti di due sindromi differenti.

Sintomi nell’adulto

Nonostante ci siano ancora pochi studi in letteratura che indagano le caratteristiche dello Spettro autistico negli adulti, è comunque possibile identificare alcuni aspetti di funzionamento che sembrano accomunare le persone adulte con autismo.

Partendo comunque da un quadro sintomatologico tipico della condizione,  necessario per fare diagnosi, si identificano prima di tutto difficoltà nel funzionamento sociale e la presenza di interessi ristretti e ripetitivi, che possono manifestarsi con diversi gradi di intensità.

Spesso, poi, si delineano ulteriori sintomi che è possibile osservare nella Sindrome di Asperger nell’adulto, tra cui le difficoltà nel problem solving e nelle capacità di giudizio e la mancanza di indipendenza, che in alcune occasioni può generare una notevole frustrazione, rendendo particolarmente difficile il passaggio all’età adulta.

Inoltre, sembrano essere spesso presenti difficoltà nella regolazione delle emozioni quando queste si presentano in modo più marcato, soprattutto ansia e rabbia. La presenza, come detto in precedenza, di una motivazione a cercare relazioni interpersonali, unitamente alle difficoltà di concretizzazione di questo bisogno, possono poi portare a sviluppare stati di depressione, che in alcune occasioni comportano anche forme di isolamento sociale. Tutto ciò può contribuire a far sì che ci siano ostacoli nell’inserimento lavorativo della persona con autismo, andando ad alimentare il circolo vizioso di mancanza di indipendenza, frustrazione e isolamento, e in alcuni casi contribuendo all’acuirsi di stati ansiosi e depressivi.

Ci sono, inoltre, alcuni aspetti che sembrano caratterizzare in particolare le donne nello Spettro, per esempio nell’ambito dell’espressione di genere, degli interessi e della sensibilità sensoriale, che le rendono più difficili da identificare e, di conseguenza, complicano il processo diagnostico.

Test

Il test al momento ufficialmente riconosciuto è l’Autism Diagnostic Observation Schedule – Second Edition (ADOS 2), che tuttavia può non risultare completamente affidabile nel caso di forme lievi di autismo in età adulta.

Per ovviare a questa difficoltà si tende a utilizzare il Ritvo Autism and Asperger´s Diagnostic Scale – Revised (RAADS – R), un questionario che il paziente deve compilare in presenza del clinico, e consente di diagnosticare anche le forme lievi.

Esistono, inoltre, anche test che non portano alla diagnosi, ma hanno funzione di screening, cioè di segnalazione di tratti che potrebbero rientrare nello Spettro, e che necessitano di ulteriori approfondimenti. Questi sono, ad esempio, l’Autism-Spectrum Quotient (AQ), e l’Aspie Quiz. Nonostante alcune versioni di questi test siano disponibili online, è fondamentale che la valutazione avvenga in presenza di un clinico esperto, che possa indagare ulteriori elementi come la storia di vita del paziente, e che conduca un’osservazione del comportamento del soggetto.

Trattamento

Le persone con autismo in assenza di disabilità intellettiva potranno condurre una vita soddisfacente, senza sentire la necessità di chiedere aiuto. Un percorso terapeutico può essere utile quando la severità dei sintomi va a impattare in modo significativo sulla vita della persona, ostacolandola nel suo funzionamento: a quel punto, l’approccio terapeutico più indicato è la Terapia Cognitivo Comportamentale, a cui si può affiancare, se necessario, un intervento farmacologico.

Spesso, comunque, le persone adulte con autismo chiedono aiuto per aspetti che esulano dalla condizione (ad esempio, i già citati stati depressivi e ansiosi), e per quelli dovrebbero essere trattati, impostando l’intervento in modo da tenere sempre in considerazione gli elementi di neurodiversità. Possono esserci casi in cui all’autismo si affianchi una disabilità intellettiva, condizione a cui fino a tempi recenti ci si riferiva con il termine “basso funzionamento”; al momento, tuttavia, questa definizione è oggetto di dibattito, in quanto viene ritenuta riduttiva ed eccessivamente semplicistica, poiché non riflette l’effettiva varietà e complessità dei tratti dello Spettro autistico. Dal punto di vista dell’intervento, comunque, nel caso in cui sia presente una disabilità intellettiva possono essere utili percorsi di tipo riabilitativo, di supporto all’autonomia e alle abilità di base (a seconda delle necessità della persona).

Inoltre, è possibile ricorrere al servizio del compagno adulto: si tratta di una figura che viene affiancata alla persona, nel ruolo di mediatore cognitivo-comportamentale, facilitandone l’interazione con la famiglia e la società, condividendo le esperienze e in alcuni casi fungendo da modello per l’apprendimento di abilità specifiche (es. abilità sociali, autonomie).

Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla pagina Trattamento dell’autismo: linee-guida.

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