Autismo e psicopatologia

Autismo e psicopatologia

I Disturbi dello spettro autistico sono comunemente associati a disabilità intellettiva e disturbi del linguaggio, ma anche altre condizioni psichiatriche sono frequenti: il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) riporta che il 70% dei soggetti con autismo presenta un disturbo psichiatrico, mentre nel 40% ne sarebbero presenti due o più. Due sono le principali difficoltà che si incontrano nel diagnosticare una condizione psicopatologica nei soggetti con autismo:

  • Le manifestazioni sintomatologiche dei disturbi possono apparire molto diverse da quelle comunemente osservate nei soggetti neurotipici: tendono a essere presenti aggressività, irritabilità, comportamenti autolesivi e movimenti del corpo bizzarri, con frequenza più elevata nei soggetti con QI al di sotto della media;
  • C’è la tendenza a includere tutti i sintomi e le difficoltà all’interno del quadro autistico, tralasciando il fatto che una persona con autismo possa sviluppare ulteriori condizioni di psicopatologia, esattamente come una persona neurotipica.

Inoltre, è importante considerare le differenze di genere: dalla letteratura, infatti, emerge che i maschi con autismo tendono ad avere un rischio più elevato di sviluppare ADHD, Disturbo ossessivo-compulsivo e tic, mentre le femmine mostrano una maggiore incidenza di ansia, depressione, ideazione suicidaria e una più alta frequenza di ospedalizzazione.

Le principali condizioni psicopatologiche associate ai Disturbi dello spettro autistico risultano dunque essere:

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Autismo e disturbi psicotici

Studi recenti hanno dimostrato che gli individui con autismo hanno un rischio più elevato di sviluppare un disturbo psicotico, anche se a oggi l’esatta incidenza non è ancora conosciuta. Il processo di diagnosi di psicosi in un paziente autistico può essere molto complesso, soprattutto quando i sintomi iniziano a emergere nell’infanzia o nell’adolescenza. La sintomatologia psicotica puòinfatti essere confusa con quella autistica, e viceversa: fondamentali per un efficace procedimento diagnostico sono una raccolta attenta della storia di sviluppo e una valutazione accurata degli aspetti comportamentali. Risulta più semplice identificare e distinguere le due condizioni quando le manifestazioni sintomatologiche sono estreme, ma le forme più lievi sono spesso molto più difficili da individuare e categorizzare correttamente.

 

Sindrome di Asperger e schizofrenia

La vecchia diagnosi di Sindrome di Asperger, oggi inclusa nella più ampia categoria diagnostica dei Disturbi dello spettro autistico, si riferisce ad un quadro di autismo ad alto funzionamento, che spesso viene diagnosticato tardi nella vita, a causa della natura lieve dei sintomi. È frequente che la Sindrome di Asperger venga confusa con una diagnosi di schizofrenia, creando difficoltà nel trattamento e diminuendo significativamente l’efficacia dell’intervento. Ciò avviene perché alcune caratteristiche della Sindrome si ritrovano anche nella schizofrenia, come le difficoltà nell’interazione sociale e nella comunicazione e la presenza d’ interessi ristretti. Ci sono però aspetti dello spettro dell’autismo che si discostano dalla sintomatologia schizofrenica, e che consentono di distinguere le due diagnosi: in particolare, l’esordio precoce, la storia famigliare di disturbi pervasivi dello sviluppo, gli aspetti pragmatici del linguaggio, e una capacità immaginativa limitata. È dunque vero che alcuni sintomi dell’autismo possono sovrapporsi a quelli psicotici, ma non è ancora chiara la relazione tra le due condizioni, lasciando aperto il dibattito sulla possibilità che la presenza di un Disturbo dello spettro autistico nell’infanzia possa aumentare il rischio di sviluppare schizofrenia o altri quadri psicotici nel corso della vita. Il confine tra Sindrome di Asperger e schizofrenia, dunque, non è ancora chiaramente delineato, ma la ricerca in merito è fondamentale per garantire l’efficacia dell’intervento e dell’eventuale trattamento farmacologico.

 

Autismo, disabilità intellettiva e psicosi

La presenza di una disabilità intellettiva in comorbilità con un Disturbo dello spettro autistico contribuisce a modificare il quadro di manifestazione dei sintomi psicotici: c’è una maggiore variabilità dell’esordio, che spesso risulta meno evidente, e quindi meno facilmente identificabile; il linguaggio e il comportamento sono disorganizzati, e i deliri si caratterizzano per incoerenza, frammentazione e ingenuità del contenuto. Inoltre, le allucinazioni sono solitamente di contenuto semplice, ed è presente un appiattimento dell’effettività. Sembrano essere più frequenti i sintomi negativi, tra cui in particolare l’isolamento sociale e il decadimento cognitivo.

Autismo e disturbi dell’umore

Sebbene delle stime precise non siano ancora disponibili e i risultati mostrino un certo grado di variabilità, numerose ricerche hanno mostrato un’elevata incidenza dei disturbi dell’umore in soggetti con diagnosi di autismo, in particolare in coloro che presentano una sintomatologia più lieve, in assenza di disabilità cognitiva. Un fattore da tenere in considerazione, inoltre, è che la presenza di disturbi dell’umore può contribuire a un peggioramento della sintomatologia autistica, in particolare rispetto ad attivazione motoria, disturbi del sonno, comportamenti di tipo ossessivo o aggressivi. Un ulteriore elemento associato ai disturbi dell’umore in individui con autismo è il microbiota intestinale, che influenza lo sviluppo cerebrale e il comportamento, attraverso i sistemi neuroendocrino, neuroimmune e nervoso autonomo. L’anormalità del microbiota, comune nelle persone con autismo, è associata alla presenza di disturbi dell’umore, oltre che di altre condizioni, come il colon irritabile.

Autismo e depressione

La probabilità di sviluppare un disturbo depressivo è stata stimata negli individui con autismo quattro volte più elevata rispetto a quella di soggetti neurotipici, e un fattore associato sembrerebbe essere la presenza di un QI elevato. Si è visto, infatti, che nelle forme di autismo ad alto funzionamento una maggiore abilità cognitiva è associata ad una più elevata probabilità di sviluppare depressione e/o ansia. Non si ha ancora un quadro completo delle motivazioni alla base di questo fenomeno, ma alcune delle ragioni ipotizzate includono una maggiore consapevolezza delle proprie difficoltà e lo stress accumulato in seguito ad esperienze sociali negative del passato. È stato rilevato, inoltre, che l’alessitimia (ovvero, la limitata o assente capacità di riconoscere e descrivere gli stati emotivi propri e degli altri), in relazione alle capacità di regolazione emotiva, svolge un ruolo di mediazione nell’associazione tra tratti dell’autismo e depressione e ansia.

La presenza di depressione in concomitanza con un Disturbo dello spettro autistico ha significative conseguenze sul funzionamento dell’individuo, che si manifestano in particolare in un’esacerbazione della sintomatologia autistica; una scarsa qualità della vita, con conseguente aggravamento delle responsabilità del care giver; comorbilità più elevate di tipo fisico (es. disturbi gastrointestinali, convulsioni), emotivo (es. ansia) e comportamentale (es. aggressività, difficoltà attentive); aumentato rischio di ideazione e tentativi suicidari.

Per quanto riguarda le modalità di manifestazione dei sintomi, i soggetti autistici possono mostrare una sintomatologia depressiva “canonica”, ma anche alcune variazioni della stessa: in particolare possono esserci cambiamenti nell’investimento negli interessi speciali o comportamenti ripetitivi, e una diminuzione nelle abilità di adattamento e comportamenti di cura di sé.

Autismo e disturbo bipolare

L’incidenza del disturbo bipolare nella popolazione autistica è stimata al 7%. Le caratteristiche sintomatologiche non sono ancora chiare, in parte perché si ritiene che abbiano una manifestazione atipica o mista rispetto a quanto avviene nella popolazione neurotipica, rendendo quindi più complessa l’identificazione del disturbo. Alcuni di questi tratti atipici comprenderebbero forte irritabilità, sbalzi d’umore, distimia e aggressività, in contrapposizione a euforia e attivazione motoria, e spesso vengono erroneamente inseriti all’interno di un quadro psicotico o di un disturbo di personalità. Inoltre, gli episodi depressivi possono durare a lungo e non essere riconosciuti come tali. Infine, i giovani con autismo e disturbo bipolare, se confrontati con la popolazione neurotipica, sembrano riportare maggiori difficoltà nel funzionamento quotidiano, un’età d’esordio più precoce e un tratto di grandiosità marcato. Nei casi in cui sia presente una grave disabilità cognitiva, inoltre, possono essere presenti agitazione, insonnia, vocalizzi e urli; in situazioni di questo genere un elemento di fondamentale importanza per una diagnosi corretta è la familiarità per i disturbi dell’umore.

Autismo e disturbi d’ansia

Ci sono numerose prove di un maggiore rischio di sviluppare disturbi d’ansia negli individui con autismo, e ciò può comportare stress, aggravamento della sintomatologia autistica e aumento dei problemi di comportamento. Nonostante sia chiaro che il rischio è maggiore per la popolazione autistica, la relazione tra condizioni dello spettro e disturbi d’ansia non è ancora chiara, e i dati di incidenza variano notevolmente (sono compresi, infatti, tra l’11 e l’84%); ciò può essere in parte dovuto alla grande eterogeneità clinica degli individui con diagnosi di autismo, in particolare in relazione alle abilità cognitive e verbali. In generale, sembra che l’incidenza dei disturbi d’ansia nella popolazione autistica sia doppia rispetto a quella della popolazione neurotipica, e i disturbi più comuni risultano essere fobia specifica (29.8%), ansia sociale e agorafobia (16.6%).

I sintomi ansiosi nelle persone con autismo possono avere manifestazioni canoniche o atipiche, tra cui ad esempio la paura del cambiamento o della novità, preoccupazioni riguardanti interessi specifici e circoscritti, o fobie insolite. Questa varietà di manifestazioni, insieme alla parziale sovrapposizione dei sintomi ansiosi e autistici, rende a volte difficile distinguere con sicurezza i due quadri: spesso avviene che la sintomatologia ansiosa venga in qualche modo non riconosciuta e oscurata dalla condizione autistica, e quindi non trattata in modo efficace.

Al momento, le ricerche si stanno concentrando sull’origine dei disturbi d’ansia rispetto ai Disturbi dello spettro autistico: un’opzione include la co-occorrenza di ansia e autismo, che rifletterebbe un’eziologia comune; un’ipotesi alternativa vede invece i sintomi ansiosi emergere come conseguenza delle difficoltà comunicative presenti nell’autismo. Infine, una teoria meno conosciuta ma ugualmente significativa sottolinea l’importanza degli eventi di vita stressanti (ad esempio, il maggior rischio di essere bullizzati, o la difficoltà di accesso ai servizi) nel determinare l’insorgenza di un disturbo d’ansia in individui con diagnosi di autismo.

Nonostante non ci sia ancora un risultato definitivo circa la relazione tra ansia e autismo, lo scenario più probabile è quello che vede implicati diversi fattori di rischio in co-occorrenza nel determinare l’emergere della sintomatologia ansiosa nelle persone con autismo.

 

Autismo e Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Il Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) viene riportato di frequente dalle persone nello spettro (17.4%), ma bisogna tenere conto del fatto che comportamenti ripetitivi e intrusivi e pensieri ricorrenti sono caratteristici di entrambe le condizioni, per cui spesso non è semplice differenziarle. Nonostante la sovrapposizione di alcuni criteri nelle due diagnosi, una differenza è stata rilevata: nel DOC, i comportamenti ripetitivi sono collegati a un antecedente (ovvero, l’ossessione), cosa che non avviene nell’autismo. Inoltre, gli individui con autismo sembrano presentare delle particolarità nelle caratteristiche sintomatologiche del DOC: nello specifico, tendono a presentare un maggiore numero di compulsioni rispetto alle ossessioni, e queste ultime presentano più spesso contenuti relativi a ordine e organizzazione, simmetria e sessualità, rispetto a quanto si osserva nei pazienti con DOC neurotipici. Tra gli aspetti che vanno a sovrapporsi nei due quadri sintomatologici, particolare attenzione va prestata alla differenza tra interessi speciali (presenti nelle condizioni dello spettro dell’autismo) e compulsioni (la cui presenza rappresenta un criterio diagnostico per il DOC), in quanto spesso i primi vengono erroneamente fatti rientrare nella seconda categoria. La prima differenza è che l’interesse speciale dà piacere alla persona, che ci si dedica con passione e ne deriva un aumento dell’autostima e del senso di efficacia; ciò non si verifica con i comportamenti compulsivi. È vero, però, che in alcune situazioni particolarmente stressanti l’interesse speciale può diventare una compulsione che aiuta nella gestione dell’ansia. L’elemento fondamentale che consente di operare la distinzione tra i due comportamenti risiede nella possibilità o meno di resistere a essi: l’interesse speciale, di solito, può essere sospeso (nei casi in cui sia estremamente assorbente, si possono utilizzare strategie che insegnano alla persona a gestirlo e interromperlo quando necessario); nelle compulsioni ciò non è possibile: la persona avverte una spinta irresistibile a metterle in atto, in presenza di un elevato livello di ansia. È importante distinguere i due fenomeni in quanto, come si è visto, possono essere presenti entrambi se la persona ha una diagnosi di autismo. Individuare correttamente le compulsioni, distinguendole dagli interessi speciali, consente di indirizzare correttamente il trattamento.

Infine, un’ulteriore difficoltà nel processo diagnostico può essere dovuta a problemi di comunicazione con il paziente autistico: nei casi in cui ci sia disabilità cognitiva e/o il paziente non sia verbale, il compito di identificare i sintomi spetta al care giver, che però non conosce l’esperienza interna del paziente, e può confondere la sintomatologia autistica con quella ossessiva. Se invece la persona è verbale e presenta un QI nella norma, possono comunque esserci difficoltà dovute all’incapacità di riconoscere e comunicare il proprio stato interno, redendo così difficile per i professionisti distinguere le due condizioni. Per questo, la ricerca sta studiando nuovi strumenti diagnostici, come interviste e questionari, che siano in grado di identificare le sfumature sintomatologiche in modo più efficace.

Autismo e Sindrome di Tourette

Nonostante ci siano prove della co-occorrenza di autismo e Sindrome di Tourette, i dati d’ incidenza risultano asimmetrici a seconda di quale viene considerata la diagnosi primaria: in individui con Disturbo dello spettro autistico come diagnosi principale, l’incidenza di disturbi da tic cronici sembra collocarsi tra il 10 e il 25%, rispetto allo 0.3-2.9% della popolazione generale. Ci sono anche aspetti che risultano comuni alle due condizioni: in particolare, l’incidenza più elevata nei maschi rispetto alle femmine, e i comportamenti stereotipati ripetitivi (i tic nella Sindrome di Tourette e le stereotipie nell’autismo), che peggiorano in presenza di stati emotivi intensi. Alcune caratteristiche specifiche, però, rendono più semplice la distinzione tra i due tipi di comportamento: i tic da Sindrome di Tourette, infatti, compaiono nell’infanzia e tendono a diminuire in adolescenza, hanno breve durata e spesso si presentano con vocalizzazioni; inoltre, derivano tendenzialmente da una situazione ansiogena e provocano una sensazione di disagio al soggetto. Nell’autismo, invece, le stereotipie possono comparire prima dei due anni d’età, di solito sono caratterizzate da cronicità e possono essere interrotte se l’individuo viene distratto; infine, non comportano disagio per la persona che le mette in atto, anzi spesso hanno funzione di autoregolazione/stimolazione. È di fondamentale importanza differenziare la sintomatologia per valutare se la persona presenta entrambe le condizioni.

 

Autismo e Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (ADHD)

Il Disturbo dello spettro autistico e l’ADHD sono tra i disturbi del neurosviluppo più comunemente diagnosticati nell’infanzia. Recentemente si è visto che le due condizioni si presentano frequentemente insieme: in particolare, il 20-50% dei bambini con ADHD soddisfa i criteri per lo spettro dell’autismo, e il 30-80% dei bambini con autismo rientra nel quadro diagnostico per l’ADHD. La presenza di entrambe le diagnosi sembra farsi più chiara con l’aumentare dell’età, e appare chiaramente in età scolare, associata alla gravità dei sintomi e ad un basso QI. Si è anche visto che l’aumento di disattenzione e impulsività in concomitanza con l’aggravarsi della sintomatologia autistica può essere predittivo della gravità dei comportamenti problema e dei deficit nelle abilità sociali nei bambini piccoli. Infine, rispetto alle abilità di adattamento, alcune ricerche hanno mostrato che i bambini con entrambe le diagnosi tendono ad avere maggiori difficoltà di adattamento e una qualità della vita inferiore rispetto ai bambini con la sola diagnosi di autismo, anche se sembra ci sia un’associazione con il livello cognitivo e l’età. L’importanza di valutare l’eventuale presenza di entrambe le diagnosi risulta evidente in quanto i bambini con autismo e ADHD avranno bisogno di trattamenti diversi e più intensi, specifici per la loro condizione.

Autismo e Disturbi della personalità

La relazione presente tra i disturbi dello spettro dell’autismo e i disturbi della personalità non è ancora completamente chiara, poiché esiste una notevole sovrapposizione sintomatologica tra le due condizioni. In alcuni casi la condizione dell’autismo ad “alto funzionamento cognitivo” può infatti non essere riconosciuta fino all’età adulta o può essere diagnosticata erroneamente come disturbo della personalità. Le condizioni dello spettro autistico condividono con i disturbi della personalità alcuni fattori: entrambi sono definiti come disturbi persistenti che comportano la messa in atto di modelli comportamentali disadattivi duraturi, che deviano marcatamente dalle aspettative della cultura e della società e causano menomazioni clinicamente significative (DSM-5, APA 2013).  Sia nella condizione dell’autismo che nella descrizione dei disturbi della personalità, la sintomatologia diviene più evidente nelle sfere relative alla comunicazione e l’interazione sociale, e di solito, si manifesta in più ambiti di vita, come il lavoro, i rapporti intimi, le amicizie, ecc. Inoltre, un ulteriore aspetto che accomuna i due quadri è quello relativo alla percezione dei sintomi come ego-sintonica rispetto a pazienti con altri disturbi psichiatrici, come nel caso dei disturbi dell’umore.

La procedura diagnostica implica che il clinico debba distinguere tra i seguenti casi:

(1) Il caso in cui i criteri necessari  per porre diagnosi di un disturbo di personalità vengono soddisfatti ma la diagnosi non può essere posta poiché i sintomi si manifestano nel corso di un disturbo dello spettro dell’autismo, condizione primaria secondo il DSM-5;

(2) Il caso in cui vi è la presenza di un disturbo della personalità in comorbidità con una condizione dello spettro dell’autismo.  La diagnosi differenziale tra le due condizioni può apparire in alcuni casi impegnativa e richiedere un’attenta valutazione dei sintomi, compreso il comportamento attuale e la storia di sviluppo della persona.

La ricerca esistente su somiglianze e sovrapposizioni tra i due quadri diagnostici si è finora concentrata sulla distinzione tra condizione dello spettro dell’autismo e disturbo di personalità di tipo schizoide, evitante e ossessivo-compulsivo. Una parte della ricerca, inoltre, si è interessata ad indagare il rapporto esistente tra condizioni dello spettro dell’autismo e disturbo narcisistico e borderline della personalità.

 

Autismo e disturbo schizoide della personalità

Condurre una differenziazione tra un disturbo di personalità di tipo schizoide e un disturbo dello spettro dell’autismo può comportare grandi difficoltà. Il DSM 5 (APA, 2013) enfatizza aspetti relativi all’interazione sociale, comportamenti stereotipati, e assorbimento nei propri interessi come maggiormente compromessi nelle condizioni dello spettro dell’autismo piuttosto che nel disturbo di personalità di tipo schizoide. Tuttavia alcuni studi contrastano questo dato sottolineando che le persone con autismo possono, ad un livello di funzionamento “alto”, mostrare problemi di interazione sociale e di comunicazione più sottili rispetto a quelli delineati dai criteri di un disturbo della personalità di tipo schizoide. È probabile che un sottogruppo sostanziale di persone con autismo presenti chiari “tratti schizoidi”, che implicano un modello di disinteresse sociale / distacco sociale e corrispondono principalmente ai tipi descritti come “solitari” con disturbo dello spettro dell’autismo.

Autismo e disturbo evitante della personalità

I criteri che riguardano la diagnosi di un disturbo evitante della personalità (DSM-5, APA 2013) non si sovrappongono necessariamente alle caratteristiche sintomatologiche principali dell’autismo (interazione e comunicazione sociale, repertorio ristretto d’interessi). Tuttavia, quando un comportamento marcatamente evitante è presente in individui con autismo, potrebbe piuttosto essere visto come una conseguenza della sintomatologia autistica. Per alcune persone con autismo, infatti, la difficoltà nell’interpretare i segnali sociali può condurre a una maggiore preoccupazione riguardo a quale impressione possono fare agli altri e persino ad una paura destabilizzante per le situazioni sociali, aumentando così il rischio di mettere in atto dei comportamenti di tipo evitante. Inoltre, un’elevata sensibilità agli ambienti stressanti, causata dalle difficoltà percettive visive e uditive, tipiche dell’autismo, può ben contribuire al comportamento evitante.  Il disturbo di personalità di tipo evitante può co-esistere con una condizione dello spettro dell’autismo senza che questa sia la diretta conseguenza delle difficoltà primarie dell’autismo.

 

Autismo e disturbo ossessivo-compulsivo della personalità

I criteri relativi alla diagnosi di un disturbo di personalità di tipo ossessivo-compulsivo mostrano una sostanziale sovrapposizione con i criteri relativi alla diagnosi di un disturbo dello spettro dell’autismo, in particolare per ciò che riguarda la sintomatologia relativa a “modelli di comportamento ristretto e ripetitivo” (DSM-5, APA 2013). La principale differenza tra le due condizioni riguarda i criteri di età: per la diagnosi di un disturbo ossessivo-compulsivo, l’inizio del comportamento può verificarsi in corrispondenza alla prima età adulta, mentre per le condizioni dell’autismo è previsto un esordio infantile. Esiste un chiaro rischio di porre diagnosi errata se la presenza della sintomatologia riferita all’autismo non viene indagata in pazienti con evidenti tratti di tipo ossessivo-compulsivo.

 

Autismo e disturbo narcisistico della personalità

A livello comportamentale, la diagnosi differenziale tra il disturbo dello spettro dell’autismo e il disturbo narcisistico della personalità può risultare difficile. Analogamente agli individui con autismo, infatti, i pazienti con un disturbo narcisistico della personalità tendono a concentrarsi prevalentemente su se stessi. Nella letteratura scientifica, le relazioni che instaura una persona con disturbo della personalità narcisistica vengono descritte come egocentriche ed egoiste, modalità interattive che potrebbero essere presenti anche nelle persone nello spettro.  In entrambe le condizioni, inoltre, le persone esprimono ridotte capacità di comprensione dell’altro: le persone con autismo mostrano spesso difficoltà a comprendere il punto di vista dell’altro, il riconoscimento e la definizione delle espressioni emotive, ovvero in quella che è stata definita “empatia cognitiva”; Al contrario, le persone con disturbo narcisistico della personalità mostrano principalmente deficit relativi all’ “empatia emotiva”, ovvero nella capacità di sintonizzarsi sull’emozione dell’altro, esprimere simpatia e compassione. Le persone con un disturbo narcisistico della personalità, al contrario delle persone con autismo, non hanno difficoltà ad identificare i bisogni e i sentimenti degli altri, ma sono meno interessate agli stati mentali degli altri e provano meno spesso sentimenti di compassione.

Autismo e disturbo borderline della personalità

Numerose osservazioni cliniche suggeriscono diverse somiglianze tra il disturbo dello spettro autistico e il disturbo borderline di personalità. Il disturbo borderline della personalità è caratterizzato principalmente da una marcata instabilità in varie aree, tra cui regolazione degli affetti, relazioni interpersonali, controllo degli impulsi e immagine di sé, spesso accompagnate da autolesionismo e ideazione suicidaria. Anche l’instabilità affettiva, la disforia episodica e la difficoltà a controllare la rabbia si presentano frequentemente nelle persone con disturbo borderline della personalità, soprattutto in situazioni di stress. Nonostante le due condizioni sembrino piuttosto diverse, possono mostrare una significativa sovrapposizione, soprattutto per quanto riguarda le forme ad alto funzionamento dello spettro dell’autismo. Ad esempio, agire invece di verbalizzare le emozioni, instaurare relazioni intense e amicizie superficiali, aspetti che tipicamente si verificano nel disturbo borderline della personalità, si presentano anche piuttosto comunemente nelle condizioni dell’autismo. Non è raro, inoltre, che le persone con autismo mostrino alti livelli di ideazione suicidaria a causa di un aumento del tasso di depressione, soprattutto in persone che possiedono un grado di consapevolezza elevato rispetto al proprio funzionamento. Le difficoltà persistenti inerenti alle situazioni interpersonali e la scarsa capacità di regolare stati emotivi intensi come la rabbia potrebbero inoltre confondere i clinici rispetto alla distinzione corretta tra i due quadri sintomatologici.

Distinguere i due quadri clinici risulta importante soprattutto ai fini della valutazione prognostica e per il trattamento. Ad esempio, nel caso della presenza di comportamenti di autolesionismo, il trattamento nei pazienti con autismo potrebbe differire sostanzialmente dal trattamento dello stesso comportamento disfunzionale nelle persone con disturbo borderline della personalità. Le persone con autismo spesso mettono in atto comportamenti autolesionistici al fine di ridurre la tensione avversiva interna causata da sovraccarico sensoriale. I pazienti con disturbo borderline della personalità riferiscono al contrario ragioni interpersonali (per es. essere arrabbiati con qualcuno, cercare di attirare l’attenzione), nonché ragioni di natura affettiva (per es. alleviare l’ansia, ridurre il dolore emotivo) e ragioni di natura cognitiva (per es. sentirsi insensibili, punire sé stessi) come la causa per i comportamenti autolesionistici. Mentre il comportamento autolesionistico nei pazienti con autismo potrebbe quindi essere trattato riducendo le attività che causano sovraccarichi sensoriali, il trattamento dell’autolesionismo nei pazienti con disturbo borderline della personalità potrebbe concentrarsi sull’insegnamento di tecniche di regolazione delle emozioni (per es. addestramento delle abilità) e analisi comportamentale del comportamento disfunzionale, sottolineandone le conseguenze negative a lungo termine.

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Autore/i

Dott.ssa Roberta Bacchio

Dott.ssa Roberta Bacchio

Psicoterapeuta. Si occupa da diversi anni di disturbi dell’età evolutiva, e possiede esperienza in particolare nella diagnosi e nel trattamento dei Disturbi dello Spettro autistico. Attualmente esercita la libera professione in collaborazione con l’Istituto Beck for Kids di Roma.

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Dott.ssa Morena Salvati

Dott.ssa Morena Salvati

Psicologa, psicoterapeuta in formazione. Si occupa da diversi anni di disturbi dell’età evolutiva, e possiede esperienza in particolare nella diagnosi e nel trattamento dei Disturbi dello Spettro autistico e dei disturbi del comportamento. Attualmente esercita la libera professione in collaborazione con l’Istituto Beck for Kids di Roma.

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