ADHD in età adulta, una diagnosi controversa

ADHD in età adulta, una diagnosi controversa

ADHD in età adulta

Photo by Tara Winstead on Pexels

Fino a circa vent’anni fa, l’opinione diffusa nella psichiatria accademica americana era che il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) raramente, se non mai, persistesse nell’età adulta. Per decenni, l’ADHD è stato considerato un disturbo dell’infanzia e i casi negli adulti sono stati osservati e diagnosticati poco frequentemente. Negli ultimi anni si è assistito invece ad un aumento della diagnosi in età adulta e conseguentemente delle prescrizioni di psicostimolanti, i farmaci usati per trattare il disturbo.

I risultati degli studi retrospettivi comunemente citati suggeriscono che circa il 50-60% dell’ADHD infantile persiste nell’età adulta. Questi studi guardano indietro per tentare di determinare quali casi infantili continuano nell’età adulta. Tuttavia, questi dati sono smentiti da studi prospettici, che mostrano ripetutamente che circa l’80% dei bambini con ADHD non continua ad avere quella condizione diagnosticabile, seguiti prospetticamente fino all’età adulta o addirittura per 33 anni nella quarta decade di vita.

Esistono inoltre molti altri disturbi psichiatrici o condizioni che possono manifestarsi con sintomi simili all’ADHD, come i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia oppure alcune tipologie di temperamento dell’umore. A differenza dei sintomi dei principali disturbi dell’umore, i temperamenti dell’umore non cambiano ma sono sempre presenti come parte della personalità. Condizioni come ciclotimia, ipertimia e distimia comportano la presenza costante di lievi sintomi maniacali e/o depressivi e poiché questi sintomi dell’umore sono sempre presenti, possono produrre costantemente disattenzione, scarsa concentrazione e scarse funzioni esecutive. Qual è quindi il rischio di una diagnosi non corretta?

Lo studio

Uno studio recente (Mauer et al.,2023) ha riesaminato i tassi di prevalenza come riflesso di diagnosi errate e ha indagato per la prima volta gli effetti dei farmaci psicostimolanti sull’umore, sull’ ansia e sulla cognizione in relazione ai temperamenti affettivi. I risultati indicano che il 62% dei pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di ADHD hanno effettivamente un temperamento affettivo, più comunemente ciclotimia (42%) e quindi nei pazienti trattati con anfetamine, i sintomi dell’umore sono prevedibilmente peggiorati.

Concludendo, l’aumento recente delle diagnosi di ADHD in età adulta ci pone di fronte alla necessità di riflettere sul probabile rischio di una tendenza a iper-diagnosticare il disturbo con la conseguenza di prescrivere terapie farmacologiche che possono peggiorare il quadro clinico del paziente qualora i sintomi di disattenzione e/o scarsa concentrazione siano espressione di altre condizioni e/o disturbi.

 

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Marco Stefanelli
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Docente presso l’Istituto di Psicoterapia cognitivo- comportamentale A.T.Beck di Roma e di Caserta. Socio Ordinario della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva) e Terapeuta EMDR I livello. Vanta esperienza clinica in ambito adulto e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e omofobia interiorizzata.  

Se hai bisogno di aiuto o semplicemente vuoi contattare l’Istituto A.T. Beck per qualsiasi informazione,
compila il modulo nella pagina contatti.

Torna su
Cerca