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Adolescente, psicoterapeuta e bugie: il terzo incomodo a cui dare il benvenuto

Adolescente

Photo by Click PhotographyStudio on Unsplash

“Tutto ok”, “si, l’ho fatto”, “con i prof va bene”, “io non ho fatto nulla”, “lo farò dopo”, “non lo so”, “boh…”, “dipende”, “non pensavo potesse far dispiacere”, “non ho capito intendevi questo”, “non è colpa mia”, “è stato un incidente”, “ho recuperato le insufficienze”… l’elenco potrebbe riempire molte altre righe ancora. La bugia è spesso il terzo protagonista del lavoro terapeutico con gli adolescenti ma trattarlo da incomodo, da frequente visitatore indesiderato non è la strategia giusta. La maggior parte delle volte i ragazzi giungono in terapia perché obbligati dalla famiglia o sotto suggerimento della scuola e la bugia è spesso l’unico modo che conoscono per cercare di riempire i minuti interminabili della terapia o ancora peggio l’unico modo “sicuro” che conoscono per rapportarsi con gli altri e con il mondo in generale. Questo è spesso il biglietto da visita con cui si presentano i ragazzi e che si protrae almeno finché l’alleanza terapeutica non cominci a compiere i suoi primi passi e non è detto che neanche questo basti. A volte la paura ha comunque la meglio.

Dentro e fuori lo studio di psicoterapia, si ha come l’impressione che volontariamente gli adolescenti si chiudano in una torre che permetta loro di essere più evasivi così da avere lo spazio per crescere. L’adolescente dedice di dire una bugia sia per “commissione”(deliberatamente decide di non dire la verita) che per “omissione” (non rivela quindi tutto ciò che è necessario sapere) (Pickhard,2013).

Al contrario dei bambini che dicono bugie per paura delle reazioni che i genitori possano avere alle loro disubbidienze; gli adolescenti tendono a dire bugie per un senso di libertà, perché è un modo semplice di uscire dai guai o perché hanno imparato che la bugia aiuta a vivere meglio, in certi casi a sopravvivere perché dire la verità provocherebbe negli adulti significativi reazioni emotivamente difficili da gestire. Reazioni che fanno paura.

Il problema è che ingannare si rileva estremamente complesso e ad un certo punto le cose con cominciano a tornare. Il clinico ha l’impressione che tra lui e il ragazzo la distanza aumenti, magari cominciano gli sbadigli e la sensazione è come di una saponetta che ti scivola tra le mani o di un puzzle che anche se agganci i pezzi non porta a nessuna immagine. Ciò che sembra più semplice nell’immediato al ragazzo si rivela più problematico nel tempo sia per lui che per lo specialista. La “facile via d’uscita” si rivela estremamente costosa, soprattutto per quei ragazzi in cui l’uso della menzogna è diventato un vero e proprio automatismo fino a sentirsi intrappolati in una rete “di disonestà”, un mondo parallelo di cui naturalmente non parlano con nessuno. Cosa deve fare il terapeuta allora? Fare quello che magari i genitori prima di lui hanno fatto? Ovvero far riflettere sul costo delle menzogna per incoraggiare la verità? Naturalmente no o almeno non come prima passo. Una volta sbollentata la rabbia o il senso di inadeguatezza per essere cascati nella trappola delle menzogna, la prima cosa che il terapeuta deve da fare è dare loro il benvenuto. Esplicitare quindi la sensazione che si ha al ragazzo sottolineando il fatto che nei loro incontri la bugia è la benvenuta. L’uso smodato della bugia può essere interpretato come una vera e propria strategia di coping, una strategia di fronteggiamento che bisogna rispettare e conoscere. Togliereste mai il salvagente a una persona che non sa nuotare? Prima di capire il perché, fermiamoci ad accogliere le bugie e ringraziarle per tutto quello che hanno fatto fino ad adesso per il ragazzo: nel bene o nel male lo hanno portato ad andare avanti fino ad oggi. Mettiamole al centro e permettiamo loro di essere. Solo dopo aver fatto questo e magari aver concordato con il ragazzo che lo spazio terapeutico deve diventare uno spazio “bugia-free” si può aiutare l’adolescente a capire che, se è vero che fino ad un certo punto la bugia è stata utile magari per evitare la reazione esagertata delle lacrime di mamma o i comportamenti impulsivi di papà tali da incutere paura e di certo non rispetto; adesso il loro utilizzo porta a tutta una serie di conseguenze per cui il gioco non vale più la candela. I ragazzi che in terapia usano le bugie così come nella vita di tutti i giorni, fanno fatica perché non conoscono altro modo per rapportarsi con gli altri, la bugia è l’unica chiave che permette loro di vivere una vita che ingannevolmente deducono sia dignitosa.  Parafrasando lo Psicologo statunitense Carli Pickhardt si può affermare che la qualità della vita di ogni essere umano dipende anche dalla qualità delle sue comunicazioni, non c’è fiducia senza la verità, non c’è intimità senza onestà, non c’è sicurezza senza sincerità.

Il compito di noi specialisti è far trovare la fiducia, l’intimità e la sicurezza che questi ragazzi hanno perduto o non hanno mai avuto. E il primo passo non è di certo quello di rimproverarli se usano il salvagente perché credono di non saper nuotare o non lo sanno fare davvero, oppure dire loro quando sia migliore nuotare nell’acqua alta stando in equlibrio da soli. Il primo passo è permettere a quel salvagente di esserci fino a che sarà il ragazzo stesso a decidere di provare a stare senza.

Riferimenti

  • Carl Pickhardt, Surviving Your Child’s Adolescence: How to Understand, and Even Enjoy, the Rocky Road to Independence. Jossey-Bass, 2013

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Roberta Rubbino - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa-Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnostica, Responsabile Area Età Evolutiva "Beck for Kids" e docente dell'Istituto A.T.Beck .Si occupa prevalentemente di clinica relativa all’infanzia e all’ adolescenza. Per anni ha lavorato nell'ambito della neuropsicologia dell'età adulta e dell'età evolutiva in strutture ospedialiere in Italia e all'estero sia ai fini clinici che di ricerca. In Istituto si occupa anche della organizzazione e realizzazione dei gruppi di Mindfulness per pazienti oncologici (MBCT-CA). La dott.ssa Rubbino è full member della Società Internazionale di Schema Therapy (SIST) e membro fondatore della Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED). Di recente insieme alla dott.ssa Montano ha curato l'edizione italiana del protocollo di Mindfulness per bambini ansioni (MBCT-C).
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