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Siamo sicuri che il mercurio sia un male? Riflessioni su quell’”argentovivo” che e’ appartenuto a tutti noi

Adolescenza

Photo by Robert Collins on Unspalsh

Da più di un mese il festival della canzona italiana è finito, i riflettori sono spenti e i fiori ormai appassiti. Eppure questo festival delle tante critiche e politicizzazioni ci regala un testo, vincitore di numerosi premi, su cui vale la pena soffermarsi ancora. Lasciamo quindi per un po’ le luci accese su un brano che, se da un lato denuncia la condizione degli adolescenti nell’epoca contemporanea, dall’altro ci deve far riflettere che nonostante le generazioni, molte cose non siano cambiate poi così tanto. L’argentovivo di cui si parla è l’essenza stessa dell’adolescenza qualsiasi sia l’epoca di riferimento, per cui se ci fermiamo un attimo, molti dei comportamenti descritti nella canzone non sono da considerarsi come denuncia di una generazione in crisi ma come manifesto dell’epoca forse più burrascosa che ogni essere umano attraversa.

Gli autori della canzone (D.Silvestri – T. Iurcich – D. Silvestri – F. Rondanini – M.Agnelli) scelgono come titolo ARGENTOVIVO paragonando così l’ adolescenza al mercurio: metallo liquido, mobilissimo, di colore argenteo “se leggi la nomenclatura”. Un periodo quindi caratterizzato da un movimento inarrestabile, sfuggente, senza una direzione precisa: quando si poggia infatti una goccia di mercurio sul tavolo essa comincia a muoversi senza direzione e senza fine. Adolescenza quindi come moto perpetuo afinalistico: e non siamo forse stati tutti un po’ così ai tempi delle scuole medie e del liceo? Eppure questo argentovivo oggi sembra essere un problema. I ragazzi non sanno cosa sia e come gestirlo, trovandosi spesso in un “mondo vampiro” e gli adulti, dimentichi della loro età verde, lo vedono come un problema “mi ripetono sempre che devo darmi da fare perché alla fine si esce e non saprei dove andare”.

L’intero brano sanremese viaggia su questo binario travolgendo tutti, proprio come fa il mercurio: insegnanti, genitori, professionisti della salute.

Ho sedici anni, ma è già da più di dieci che vivo in un carcere (…). Questa prigione corregge e prepara una vita che non esiste più da almeno vent’anni”: già dai primi versi la canzone ci pone davanti ad una realtà che non tutti gli adulti conoscono e/o vogliono accettare. I bambini di oggi non sono come i bambini di ieri, non sono come eravamo noi. La comunità scientifica è ormai d’accordo nel dire che l’adolescenza cominci a 12 anni e non a 14 e che duri fino ai 24 anni e non più ai “tradizionali” 18 anni. I bambini che entrano in prima elementare oggi sono nativi digitali, hanno un funzionamento attentivo diverso, sono più intuitivi e spesso si annoiano. Di contro, ciò che si fa a scuola è ancora frutto di una visione “analogica” della vita In cui i tempi sono diluiti e quindi percepiti come se fossero “a rallentatore”. I bambini che giungono alla nostra attenzione arrivano per i loro comportamenti problematici a scuola: si alzano, vanno sotto al banco, escono dalla classe. Quando chiedo loro il perché lo fanno, la maggior parte delle volte mi dicono perché la spiegazione è lenta, che loro hanno già capito e che si annoiano. E allora è giusto considerarli come così agitati e sbagliati?

Però la sera mi rimandano a casa, lo sai, perché io possa ricongiungermi a tutti i miei cari
come se casa non fosse una gabbia anche lei e la famiglia non fossero i domiciliari
” se la natura intrinseca dei ragazzi è il mercurio qualsiasi luogo è visto come una costrizione: casa come scuola. Non vuol dire che siano luoghi da evitare o mistificare, solo che il ragazzo non li vive più come quando era bambino: ci si sente come in gabbia ma senza sapere perché o cosa fare per gestire questa sensazione. Non è forse capitato anche a noi anni fa? E allora sono sempre due i modi di reagire o chiudendosi dentro se stessi come ad implodere “a volte penso di farla finita” oppure esternando tutto il dissapore e il dissenso “e a volte penso che dovrei vendicarmi” anche se spesso non si sa verso chi o cosa.

E il tempo scorre di lato ma non lo guardo nemmeno e mi mantengo sedato per non sentire nessuno, tengo la musica al massimo, e volo, che con la musica al massimo rimango solo”: molto spesso ci stupiamo del diverso concetto che i ragazzi hanno del tempo: noi adulti così intenti a incastrare tutto in un puzzle che non sembra mai finire e loro invece che “perdono” loro il tempo correndo poi all’ultimo secondo. E noi adulti cosa facciamo? “Mentre mio padre mi spiega perché è importante studiare, mentre mia madre annega nelle sue stesse parole” quante volte anche noi abbiamo sentito queste parole? Fanno parte del ruolo regolativo dei genitori, quel ruolo di guida che a quell’età non sopportiamo e anche noi allora, come oggi, usavamo la musica per isolarci: dalle musicassette a youtube la strada non è poi così lontana e la sostanza resta sempre la quella.

Avete preso un bambino che non stava mai fermo, L’avete messo da solo davanti a uno schermo e adesso vi domandate se sia normale, se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale (…) Nella tasca un apparecchio che è specchio di quest’inferno, dove viaggio, dove vivo, dove mangio, con gli occhi” i bambini e i ragazzi di oggi spesso non sanno cosa sia un cortile, non conoscono i nomi dei vicini di casa, magari della loro stessa età, o le regole di palla avvelenata. La nuova famiglia contemporanea ha cambiato la concezione di spazio e di tempo e con essa anche i più piccoli. Eppure ad un certo punto i bambini crescono e noi adulti ci aspettiamo che la nuova “classe di adolescenti” faccia ciò che facevamo noi 10, 20, 30 anni fa. Ma dove sono i cortili e i vicini di casa? Il momento in cui vedere insieme “bim-bum-bam” o “solletico” ha lasciato il posto ai giochi virtuali in cui ognuno è in casa propria ma attraverso una rete super veloce e un paio di vistose cuffie in realtà si è tutti nello stesso spazio, nello stesso tempo. Un enorme quantità di mercurio che non ha la possibilità di fluire liberamente, di assecondare la sua natura correndo in spazi più ampi di un salotto di casa. E così noi adulti ci meravigliamo delle loro reazioni quando gli si chiede di spegnere la console come se noi invece fossimo stati felici nello smettere di giocare a pallone in cortile o a casa di un vicino. Ma noi adulti questo lo dimentichiamo e preoccupati chiediamo aiuto agli esperti.

Io che ero argento vivo, dottore, Io così agitato, così sbagliato, con così poca attenzione ma mi avete curato” provo sempre una profonda amarezza quando i bambini mi dicono che li devo curare perché sono malati. Se guardiamo e valutiamo i giovani di oggi con gli occhi e gli strumenti di ieri è facile trovare difetti o malfunzionamenti nella struttura cognitiva. Con questo non voglio togliere dignità alle diagnosi giustamente fatte che danno aiuto ai bimbi che ne hanno bisogno, solo riflettiamo su quanti falsi positivi presentano le nostre casistiche cliniche. Siamo sicuri che sia iperattività e non invece mercurio? Che sia un deficit dell’attenzione piuttosto che la manifestazione di un nuovo utilizzo delle abilità attentive in linea con i tempi?

In conclusione.

Non c’è mestiere più difficile di quello dei genitori, e ruolo da “vivere” di quello dell’adolescente. I genitori non smetteranno mai di “spiegare come si nuota in mare”, è il loro dovere anche se loro stessi nel profondo sanno che “è una bugia, non si può imparare ad attraversare quel che sarò”. E allora non guardiamo con paura, non etichettiamo con codici alfanumerici ma diamo spazio a quell’argentovivo come unico strumento di conoscenza e di esperienza, portabandiera di quel bisogno di autonomia e di esplorazione che ognuno di noi ha avuto e che ogni generazione futura avrà.

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