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Quando l’allenamento fisico (eccessivo!) può stancare il nostro cervello e compromettere le nostre decisioni: la “sindrome da sovrallenamento”

allenamento fisico

Photo by Meghan Holmes on Unsplash

Qualche decennio fa, una superstar della maratona, all’apice della sua carriera, improvvisamente smise di correre per diversi anni, riportando una grande stanchezza non solo fisica ma anche mentale senza evidenziare alcuna patologia apparente. Questo stato di estremo affaticamento viene definito “sindrome da sovrallenamento”, una forma di burnout che colpisce gli atleti che praticano vari tipi di sport di resistenza. Oltre alla fatica soggettiva, la sindrome da sovrallenamento è caratterizzata anche da una diminuzione della prestazione che persiste anche dopo un periodo di riposo [1]. Essa può anche essere accompagnata da modificazioni cardiache ed endocrine, e da sintomi simili a quelli della depressione, come ad esempio apatia, irritabilità, irrequietezza, insonnia o perdita di appetito [2]. Poiché i meccanismi sottostanti rimangono sconosciuti, la sindrome da sovrallenamento rappresenta un grosso problema sia per gli atleti che per gli allenatori.

In un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Current Biology, un gruppo di ricercatori, Blain e colleghi [3], si è chiesto quale potesse essere il meccanismo alla base di questa sindrome e, nello specifico, se questa sindrome fosse in parte causata da una stanchezza cerebrale simile all’affaticamento che si prova dopo un esame difficile o dopo una lunga giornata di lavoro.

La loro ipotesi era che il sovraccarico di allenamento potesse indurre un affaticamento nel sistema cerebrale relativo al controllo cognitivo. Il controllo cognitivo è necessario ogni volta che i processi abituali devono essere monitorati, interrotti e modificati in modo da allineare meglio il nostro comportamento agli obiettivi a lungo termine [4,5]. Ad esempio, viene attivato un controllo cognitivo per mantenere uno sforzo fisico quando segnali avversi, come i muscoli doloranti, richiedono l’interruzione dell’esercizio ma abbiamo l’obiettivo a lungo termine di migliorare le prestazioni attraverso un intenso allenamento.

Per esplorare gli effetti dell’eccessivo allenamento sulle capacità cognitive e decisionali, i ricercatori hanno reclutato 37 atleti di endurance (sport di resistenza) che avevano gareggiato regolarmente in triathlon (nuoto/bicicletta/corsa) per almeno 3 anni e si allenavano per un minimo di 10 ore settimanali. I partecipanti furono assegnati a due gruppi: gli atleti di un gruppo avevano il compito di continuare il loro allenamento normalmente, mentre gli atleti dell’altro gruppo dovevano aumentare giornalmente l’allenamento del 40% per un periodo di tre settimane.

I ricercatori hanno monitorato l’esperienza soggettiva dell’affaticamento dei partecipanti utilizzando questionari, test comportamentali e scansionando il cervello con la risonanza magnetica.

Ovviamente, non è stato possibile, per ragioni etiche, indurre una sindrome da sovrallenamento vera e propria quindi, nello studio, è stata indotto quello che viene chiamato un “overreaching” (sovraffaticamento) che indica un decremento della prestazione dovuto all’aumento dell’intensità dell’allenamento, che però viene facilmente recuperato in un periodo di tempo breve (da pochi giorni a due settimane) e che può, quindi, essere gestito e contenuto prima che possa degenerare nella vera e propria sindrome da sovrallenamento.

I risultati hanno mostrato che a livello comportamentale, gli atleti sovrallenati agiscono in modo più impulsivo in un compito di decisione economica, evidenziando come questi preferiscano ricevere premi immediati (piccola ricompensa in denaro) piuttosto che aspettare più a lungo per ricompense ritardate ma decisamente migliori (in termini economici, ricompensa di denaro maggiore). A livello cerebrale, il sovraccarico di allenamento ha comportato una riduzione dell’attivazione della corteccia prefrontale laterale, una regione chiave nel prendere decisioni, determinando una maggiore impulsività nelle scelte. I ricercatori ipotizzano che una disfunzione della corteccia prefrontale laterale possa essere alla base del perché gli atleti non riescono a superare la fatica o i sintomi del dolore, ma piuttosto rinunciano e si ritirano dall’allenamento. Ovviamente, non è chiaro come una piccola quantità di denaro (ricompensa immediata) possa essere utilizzata per migliorare i sintomi di affaticamento. Ci si aspetterebbe che scegliere una ricompensa immediata sia strumentale per eliminare, ad esempio, la fatica. Forse potrebbe essere che la fatica pone i soggetti in uno stato di bisogno, spingendoli a cercare ricompense immediate di qualunque tipo per ripristinare il loro umore, ad esempio, o trovare un equilibrio tra quel senso di dovere a cui sono sottoposti e la necessità di soddisfare un loro piacere.

I risultati di questo studio forniscono una prima dimostrazione di come il sovraccarico di allenamento fisico possa indurre una certa fatica a livello cerebrale, determinando una disfunzione del controllo cognitivo, associato a decisioni più impulsive, e suggeriscono un meccanismo cerebrale che potrebbe spiegare non solo il motivo per cui gli atleti sovrallenati non riescono a superare i segnali di dolore o affaticamento, ma anche perché potrebbero essere a rischio di doping: prendere determinate sostanze in modo impulsivo può aumentare la prestazione nell’immediato, per combattere il senso di affaticamento, ma compromettere, in ogni caso, i risultati a lungo termine.

Per concludere, questo studio suggerisce che nonostante i benefici che gli sport di resistenza hanno sulla forma fisica, un carico di allenamento eccessivo potrebbe avere effetti dannosi non tanto sul fisico stesso ma sul cervello! I ricercatori dello studio, infatti, affermano che il cervello, come sempre, ha un ruolo chiave: non si prendono le stesse decisioni quando il cervello è in uno stato di affaticamento!

Riferimenti Bibliografici

  1. Meeusen, R., Duclos, M., Foster, C., Fry, A., Gleeson, M., Nieman, D., Raglin, J., Rietjens, G., Steinacker, J., and Urhausen, A.; European College of Sport Science; American College of Sports Medicine (2013). Prevention, diagnosis, and treatment of the overtraining syndrome: joint consensus statement of the European College of Sport Science and the American College of Sports Medicine. Med. Sci. Sports Exerc. 45, 186–205.
  2. Armstrong, L.E., and VanHeest, J.L. (2002). The unknown mechanism of the overtraining syndrome: clues from depression and psychoneuroimmunology. Sports Med. 32, 185–209.
  3. Blain, B., Schmit, C., Aubry, A., Hausswirth, C., Le Meur, Y., & Pessiglione, M. (2019). Neuro-computational impact of physical training overload on economic decision-making. Current Biology, 29(19), 3289-3297.
  4. Miller, E.K., and Cohen, J.D. (2001). An integrative theory of prefrontal cortex function. Annu. Rev. Neurosci. 24, 167–202.
  5. Botvinick, M., and Braver, T. (2015). Motivation and cognitive control: from behavior to neural mechanism. Annu. Rev. Psychol. 66, 83–113.

Autore/i dell’articolo

Alessandro Valzania
Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritto all’ordine degli psicologi della regione Lazio n. 18837. Dottore di ricerca in psicobiologia e psicofarmacologia presso il dipartimento di psicologia Università “La Sapienza di Roma”. Il Dott. Valzania è Docente dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Inoltre, è Docente dell’International College of Osteopathic Manual Medicine Ha conseguito il Master “Guarire il Trauma: valutazione, relazione terapeutica e trattamento del trauma semplice e complesso” presso l’Istituto A.T. Beck di Roma; ha conseguito il Master “Dipendenze da internet e gioco d’azzardo. Ritiro sociale e cyberbullismo” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Il Dott. Valzania è inoltre terapeuta EMDR di I° livello. Il Dott. Valzania si occupa di clinica dell’età adulta, prevalentemente di Disturbi della personalità, Trauma semplice e complesso e di dipendenze comportamentali. Si occupa di ricerca preclinica e clinica con pubblicazioni internazionali sulla controllabilità dello stress, depressione, abuso di sostanze e trauma infantile.  
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