L’alternarsi degli stati mentali nel disturbo evitante di personalità

L’alternarsi degli stati mentali nel disturbo evitante di personalità

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Gli esseri umani vivono delle esperienze soggettive, costituite da idee, emozioni e stati somatici che si susseguono tra loro. Nelle persone con disturbo di personalità tali esperienze tendono ad essere limitate e ad alternarsi in modo rigido.

Nella precedente news ho delineato il funzionamento del Disturbo Evitante di Personalità (DEP), in questa andrò ad approfondire gli stati mentali ricorrenti in tale disturbo. Innanzitutto, gli stati mentali possono essere distinti in tre tipologie (Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019):

Stati dolorosi e temuti, in cui la persona sperimenta la sofferenza soggettiva che, nel caso di un disturbo di personalità, tenta di regolare in modo disfunzionale.

Stati di coping, ossia stati che il soggetto cerca intensamente, in modo rigido e ripetitivo, con l’obiettivo di proteggersi dalle esperienze dolorose.

Stati egosintonici, vale a dire stati che la persona non vive come strategia per gestire o evitare la sofferenza, ma stati che sono divenuti veri e propri valori che vengono perseguiti come fini a sé stessi.

Andiamo ora a vedere gli stati mentali che, tipicamente, si alternano e caratterizzano il disturbo evitante di personalità (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Semerari, 2003).

STATO DI ESTRANEITÀ

La persona percepisce un muro, una barriera tra sé e gli altri, si sente un pesce fuor d’acqua. La convinzione è che gli altri la evitino o la lascino sola a causa di una sua presunta diversità. È presente il desiderio di partecipare alla vita sociale, ma prova un senso di estraneità che, inevitabilmente, la allontana dagli altri.

STATO DI ESCLUSIONE

La persona si prefigura il rifiuto, prevale il timore del giudizio negativo, l’autostima è bassa. La vergogna, che l’avvolge completamente, aumenta la distanza interpersonale.

STATO DI PAURA/MINACCIA

Quando si trova ad affrontare nuove situazioni sociali o relazionali la persona può transitare dallo stato precedente a uno contraddistinto da paura, minaccia, perdita di controllo.

STATO DI RIFIUTO

Dallo stato mentale di esclusione si può transitare o, come abbiamo appena visto, nello stato di paura/minaccia oppure in quello di rifiuto, che è caratterizzato da umiliazione, rifiuto e giudizio negativo.

La scarsa capacità di intuire, a partire da espressioni e comportamenti, i pensieri degli altri porta l’evitante a interpretare i segnali comunicativi come derisione o rifiuto. Ciò assume le sembianze di un destino crudele, una condizione di vita permanente, dolorosa e inaccettabile che fa sentire la persona umiliata.

STATO DI INGIUSTIZIA SUBITA

Le relazioni durature assumono, spesso, un carattere di obbligatorietà, ossia la persona sente che non è possibile scegliere con chi legarsi, crede di non poter controllare le proprie scelte, è meglio assecondare l’altro per evitare di rimanere ancora una volta da soli.

I rapporti sono, dunque, vissuti come una “gabbia dorata”: bello averne da un lato, ma limitanti la libertà di espressione dall’altro.

Il conformarsi agli scopi degli altri è accompagnato dalla percezione di aver subìto un’ingiustizia senza avere però il potere di ribellarsi, la rabbia viene trattenuta, covata silenziosamente.

STATO DI RIVALSA

Questo stato, desiderato dalla persona, è caratterizzato da una sorta di autoesaltazione con indifferenza o disprezzo nei confronti del giudizio altrui. L’evitante si sente finalmente padrone della situazione relazionale, si muove deciso, sicuro, accompagnato da un senso di rivalsa, le incertezze e l’impaccio sono solo un lontano ricordo.

Tuttavia, l’effimero senso di superiorità non scalfisce il nucleo doloroso: il vissuto di non appartenenza, di diversità, di distanza interpersonale rimangono immutati.

STATO DI GRATIFICAZIONE SOLITARIA

Oltre a quello appena descritto, un altro modo che la persona con disturbo evitante di personalità utilizza per allontanarsi dagli stati mentali dolorosi è la ricerca di uno spazio solitario dove praticare piccole forme di gratificazione (ad esempio, leggere un libro, vedere serie tv, partite di calcio, ecc.). Le attività che mette in atto per gratificarsi leniscono la solitudine, nel breve termine eludono la depressione.

In questo stato di isolamento inizia, però, ad affiorare il desiderio di avere relazioni, la persona nota la differenza tra la propria vita, socialmente povera, e quella degli altri. Crollo dell’autostima, senso di non appartenenza e deflessione del tono dell’umore, a questo punto, la pervadono.

 

RIFERIMENTI:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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