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Un buon sonno per la prevenzione dell’Alzheimer

Alzheimer

Tra le malattie neurodegenerative, ossia quelle malattie in cui i neuroni vanno incontro a un processo di morte cellulare, quella di Alzheimer è la più diffusa: colpisce il 10% delle persone sopra i 65 anni di età e la percentuale arriva addirittura a un terzo negli anziani che abbiano superato gli 85 anni.

La malattia è dovuta a un accumulo nei neuroni di una proteina, la beta-amiloide, la quale, come una colla, forma grovigli o placche di cellule cerebrali, impedendo a queste ultime di comunicare, ossia di trasmettere gli impulsi nervosi. L’esito è la morte del neurone e l’atrofia progressiva del cervello.

Le conseguenze della malattia di Alzheimer sono un graduale deterioramento delle funzioni cognitive, fino ad arrivare alla perdita della possibilità di comunicare verbalmente, aggressività, apatia, perdita di massa muscolare e completa dipendenza da un aiuto esterno anche per alimentarsi.

La medicina, al momento, non ha trovato una prevenzione di questa malattia. Quello che, però, è possibile fare è evitare i fattori di rischio, fra i quali va annoverato il diabete. Occorre avere uno stile di vita sano osservando una dieta varia, con ridotti consumi di zuccheri semplici, grassi e proteine animali, mantenendosi fisicamente attivi facendo regolarmente movimento, tenendo allenato il cervello grazie a nuovi stimoli, lettura, vita sociale.

Una delle cause dell’accumulo di beta-amiloide è inoltre una scarsa igiene del sonno: è stato osservato nei topi che un numero insufficiente di ore di sonno è associato a elevati livelli cerebrali della proteina. Inoltre, la relazione tra poche ore di sonno e Alzheimer è biunivoca: le persone con alti livelli di beta-amiloide hanno problemi di sonno.

Il dott. Shokri-Kojori (et al., 2018) ha voluto investigare questo fenomeno negli esseri umani. Grazie alla tomografia a emissione di positroni (PET), ha fatto una scansione del cervello di 20 partecipanti, tutti in salute, in età compresa tra i 22 e i 72 anni. I livelli di beta-amiloide sono stati misurati utilizzando un composto chimico che si lega alla proteina in causa.

Le osservazioni dopo una notte di riposo e dopo 31 ore di veglia sono chiare: nell’ultimo caso c’è stato un incremento del 5% di beta-amiloide, in particolare nelle zone del cervello che includono talamo e ippocampo, aree particolarmente colpite nei primi stadi della malattia di Alzheimer. Livelli più alti di amiloide sono correlati anche a umore peggiore nei partecipanti con deprivazione di sonno.

Già nel 2013 (Xie et al.) è stato osservato, sempre nei topi, come il sonno serva proprio a ripulire il cervello dalle tossine accumulate durante le ore di veglia: il liquido cerebrospinale avvolge il cervello e il midollo spinale e si muove attraverso dei canali intorno ai vasi sanguigni. A questo processo è stato dato il nome di sistema linfatico ed è alla base della rimozione di fluidi in eccesso, prodotti di scarto del metabolismo e anche di beta-amiloide.

Sicuramente questo studio del 2018 è caratterizzato da un gruppo di partecipanti molto piccolo ma apre la strada alla ricerca per cercare di identificare i meccanismi biologici in azione.

 

Riferimenti:

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