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Amnesty International: Italia sempre più razzista. Ma perché?

Amnesty International: Italia sempre più razzista. Ma perché?
Amnesty International: Italia sempre più razzista. Ma perché?

Amnesty International: Italia sempre più razzista. Ma perché?

Nel suo Rapporto 2017-2018 sulla situazione dei diritti umani sul pianeta Terra, Amnesty international (AI) ha evidenziato una situazione poco positiva. “Siamo entrati nel 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani eppure è fuori di dubbio che i diritti umani non possano essere dati per scontati da nessuno di noi” afferma Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International.

La situazione attuale è il frutto amaro della politica populista portata avanti dai leader mondiali, come Duterte nelle Filippine, Maduro in Venezuela, Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia. La politica italiana non fa eccezioni: nella campagna elettorale, il 95% delle dichiarazioni dei politici incitano all’odio, alla violenza e rinforzano stereotipi e razzismo. Tuttavia, l’analisi di AI ha evidenziato non una tendenza trasversale ma caratteristica della coalizzazione di centrodestra: Lega Nord (50%), Fratelli d’Italia (27%) e Forza Italia (18%).

L’ostilità diffusa in Italia riguarda molti gruppi minoritari, in primo luogo i migranti, seguiti dai rom, dalle persone LGBT, dalle donne e persino i “poveri” in generale. Il quadro desolante è imbrattato da xenofobia, omofobia e misoginia. Questo clima ha fomentato non solo l’odio verso i gruppi di persone considerati “gli altri”, quindi il “noi contro loro”, ma anche contro coloro i quali vogliono supportare chi sta peggio: in altre parole, “noi contro voi che state con loro“, siano essi membri di associazioni, ONG, volontari.

Che la politica, o meglio, alcuni politici, facciano leva sulle paure della gente non è argomento nuovo: gli immigrati diventano sinonimo di insicurezza, disoccupazione, problemi economici e addirittura sostituzione etnica. Questi processi fanno parte di molte specie viventi e, sebbene inconsapevolmente, tutti noi possiamo esserne vittime. Infatti, quella di dividere il mondo tra “noi” e “loro” è una tendenza naturale e adattiva: creare un gruppo, come quello familiare, ci permette di condividere sforzi e risorse e di abbassare la guardia tramite i patti di fiducia e lealtà. Tendiamo ad associare quelli simili a noi (quindi parte del nostro gruppo) a convinzioni positive. Gli estranei, invece, non vengono percepiti come meritevoli della stessa fiducia e, se fatti entrare nel nostro gruppo, avranno a disposizione le nostre risorse senza dare garanzia di condividere le proprie.

Queste tendenze ancestrali si insinuano nel quotidiano dell’uomo contemporaneo con la percezione che gli “altri” sono quelli di religione diversa, colore diverso, provenienza diversa, orientamento sessuale diverso, e così via, prendendo di mira vari aspetti a cui possiamo essere più o meno sensibili. Le scimmie mostrano lo stesso tipo di pregiudizio verso i gruppi estranei: quando veniva mostrata l’immagine di una scimmia di un altro gruppo (outgroup), la reazione delle scimmie era di aumentata vigilanza e circospezione rispetto a quando l’immagine che vedevano era quella di una scimmia del loro gruppo (ingroup). Inoltre, usando una versione modificata dell’Implicit Association Test, è stato dimostrato che anche le scimmie soffrono di pregiudizi negativi verso i gruppi estranei: spendono più tempo a processare le coppie di informazioni ingroup-serpente e outgroup-frutta che le coppie ingroup-frutta e outgroup-serpente, evidenziando un maggiore sforzo cognitivo quando il proprio gruppo è associato a informazioni negative (serpente) e quando il gruppo estraneo è associato a informazioni positive (frutta). Questi studi dimostrano, quindi, che fa parte della nostra biologia dare agli estranei una connotazione meno positiva delle persone a noi familiari.

Nella specie umana, i bambini sotto l’anno di età preferiscono persone che condividono similarità con loro stessi. Tuttavia, noi umani facciamo molte cose diversamente dalle scimmie e molti comportamenti e abitudini sono ormai ben lontani da quelli degli altri primati. Che una cosa abbia funzionato nel lontano passato tanto da venire iscritta nei nostri geni non significa possa avere lo stesso vantaggio nelle condizioni attuali, abissalmente diverse da quelle fronteggiate dai nostri progenitori. Il pensiero critico, che ha creato la filosofia e permette un impianto sociale che supporta i più deboli, origina anche i movimenti civili, le mobilitazioni sociali, l’attivismo che mira a una società in cui tutti vengano trattati con equità e che la naturale tendenza alla sopravvivenza non diventi motivo (o pretesto) per emarginazione, violenza, guerra.

Riferimenti:

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