Trattare i nostri animali domestici come umani: perché facciamo loro un danno

Animali domestici

Le pubblicità di cibi e prodotti per animali domestici sono sempre più creative e rinforzano sempre più il concetto che il nostro gatto o il nostro cane siano membri della famiglia. Se da un lato questo approccio è condivisibile, dall’altro potrebbe sfociare facilmente nell’estremo di considerare gli animali d’affezione come umani e trattarli come tali. Ma questo potrebbe costituire un danno per l’animale e, a lungo andare, anche per la convivenza con noi umani. Vediamo perché.

Il fatto che alcuni animali, in particolare cani e gatti, siano da moltissimi anni al fianco dell’uomo è un esempio di cooperazione e simbiosi. Infatti, alcuni dei bisogni dell’amico a quattro zampe e alcuni dei nostri bisogni vengono soddisfatti da questa relazione: per esempio, noi garantiamo cibo e accudimento, loro garantiscono protezione e una morbida pelliccia da accarezzare. Il cane è accanto a noi da addirittura 36 mila anni, quando alcuni lupi grigi più socievoli si sono avvicinati alla nostra specie: nel corso del tempo, abbiamo operato una selezione artificiale degli esemplari più tranquilli, cooperativi e anche più vicini alle nostre esigenze estetiche. Proprio questa adattabilità allo stile di vita umano ha fatto guadagnare al cane il titolo di “migliore amico dell’uomo”.

Di conseguenza, gli animali domestici partecipano ai cambiamenti culturali della specie umana, come la bassa natalità. Spesso un cane viene acquistato in famiglie dove non ci sono figli o per riempire il nido vuoto nel momento in cui i figli acquistano la loro dipendenza. È molto diffuso, infatti, il rapportarsi a questi animali come se si fosse i loro genitori, dicendo loro “vieni da papà” o “vieni da mamma”. L’antropomorfizzazione, ovvero attribuire motivazioni, caratteristiche o comportamenti umani ad animali, oggetti o fenomeni naturali, è un tratto naturale degli esseri umani ma può portare a conseguenze negative quando parliamo dei nostri animali domestici.

Il cane, per esempio, ha bisogno di routine, struttura, guida, leadership, prevedibilità assai più che un essere umano. Attenzioni costanti, regali e mancanza di polso vanno contro il modo di vedere di un cane, il quale ragiona per causa-effetto e, mancando del linguaggio umano, non può essere cosciente di tutte le sfumature comportamentali e motivazionali che guidano invece gli umani. In ogni caso, essendo di una specie diversa, il suo cervello e le sue modalità relazionali sono diverse.

Per esempio, accarezzare un cane che abbaia e ringhia, per noi umani significa cercare di tranquillizzare il cane, come faremmo con un altro umano; per il cane invece significa “bravo, continua così”. Stessa cosa nel caso di ansia e paura e i fuochi d’artificio offrono un esempio chiaro: abbracciare e stare vicino al proprio cane mentre prova paura dei suoni intensi viene percepito da lui come un rinforzo delle sue emozioni e quello che è portato a memorizzare è “va bene essere in ansia e mostrare questa emozione”. Ma cosa succede quando l’animale domestico è a casa da solo senza il sostegno dell’essere umano?

Umanizzare un animale potrebbe far sorgere problemi di identità, di socializzazione con altri animali della sua specie, di ubbidienza in quanto il proprietario verrebbe percepito non come il leader del gruppo ma come un suo pari. Trattare i cani da… cani è la cosa migliore che possiamo fare per loro per contribuire al loro equilibrio psicofisico e a una vita piacevole e soddisfacente, che poi è proprio quello che vogliamo anche noi.

Riferimenti: