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L’ansia materna colpisce lo sviluppo cerebrale del feto

Ansia materna

Photo by DerickMcKinney on Unsplash

Un recentissimo studio condotto dai ricercatori del Children’s National Hospital, i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso 7 Dicembre su JAMA Open Network, suggerisce che l’ansia sperimetata dalle future mamme in stato di gravidanza è in grado di modificare la connessione neurale all’interno dell’utero, influenzando, dunque, negativamente lo sviluppo del cervello appartenente al feto.

Da tempo ormai si ipotizza un legame di causa-effetto tra ansia materna e la comparsa di disturbi del neurosviluppo nei loro figli. Questo apporto scientifico è in grado di motivarlo, ponendo in primo piano la necessità di intervenire a scopo preventivo per individuare e ridurre lo stress materno.

Nello specifico, la presenza di problematiche internalizzanti quali ansia, depressione e stress cronico nelle mamme in dolce attesa correlano positivamente con le eventualità che si generino scarsi risultati ostetrici e che si manifesti, nei bambini attesi, una sintomatologia emotiva, sociale e comportamentale di tipo disfunzionale.

Come afferma Catherine Limperopoulos (direttrice del Developing Brain Institute at Children’s National), seppure ancora non siano disponibili prove dirette ed inconfutabili della relazione tra stress gestazionale e l’originarsi di problematiche psicosociali nei bambini, in quanto la variabile relativa all’ambiente di cura in cui questi è inserito complichi la ricerca eziologica, le evidenze rilevate da studi postnatali mostrano significative differenze sul piano della loro anatomia cerebrale.

Per rilevare dove questi cambiamenti neurologici potrebbero aver inizio, i ricercatori hanno adottato una tecnica chiamata risonanza magnetica funzionale a stato di riposo per sondare i circuiti neurali del feto nei suoi diversi stadi di sviluppo (alla fine del secondo e del terzo trimestre).

Come gruppo di “controllo” sono state reclutate 50 volontarie sane in stato di gravidanza da cliniche prenatale a basso rischio, nell’area di Washington DC. Nel periodo compreso tra la 24esima e la 39esima settimana di gestazione le future mamme hanno compilato questionari ampiamente utilizzati e convalidati per lo screening di stress, ansia e depressione. In seguito, si è fatto uso di scnsioni cerebrali del feto per rilevare connessioni all’interno dei circuiti neurali.

Durante l’analisi dei risultati, i ricercatori hanno scoperto che i feti delle mamme con i punteggi più elevati di stress, mostravano:

  • connessioni significativamente più forti tra il tronco cerebrale e l’area sensomotoria (deputata ad attivare lo stato di eccitazione);
  • connessioni più deboli tra la corteccia che associa l’area pre-frontale a quella occipitale (coinvolta maggiormente nello sviluppo delle funzioni cognitive superiori ed esecutive).

Questo suggerisce, come afferma il Dott. Asis-Cruz, che esiste: «una forma di programmazione fetale alterata, in cui le reti cerebrali vengono modificate da un’ansia elevata anche prima che i bambini vengano al mondo».

Purtroppo non è chiaro se questi effetti, presenti durante lo stato di gestazione, persistano o siano influenzati dalle cure postnalatali. Saranno necessari ulteriori studi per accertarlo.

Di sicuro, discutendo dei risultati ottenuti, ci appare chiara la necessità di assicurarsi che le donne in dolce attesa debbano ricevere supporto per i loro problemi di salute mentale, al fine di garantire non solo il loro attuale benessere psicofisico, ma anche quello futuro dei loro bambini.

 

Riferimenti

  • Josepheen De Asis-Cruz, Dhineshvikram Krishnamurthy, Li Zhao et al. (2020). Association of Prenatal Maternal Anxiety With Fetal Regional Brain Connectivity, JAMA Netw Open., doi:10.1001/jamanetworkopen.2020.22349.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Fantacci Chiara
Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 15/10/2012 n. 19486. Esperta nel settore dei disturbi in età evolutiva e, in particolare, nell’attività diagnostica finalizzata all’individuazione di aspetti sintomatologici che possano rallentare e/o interferire con il benessere di natura psicologica ed emotiva del bambino. Si occupa, inoltre, del trattamento e di fornire sostegno psicologico a genitori ed insegnanti implicati nel processo di crescita del paziente. Ha conseguito il primo livello di formazione in EMDR e secondo livello in Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.

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