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Ansia sociale: quali differenze tra uomini e donne?

Ansia sociale

Photo by Kyle Sudu on Unspalsh

Il disturbo d’ansia sociale (Social Anxiety Disorder – SAD) o fobia sociale è un disturbo d’ansia caratterizzato da una persistente paura di una o più situazioni sociali (ad es: parlare in pubblico, mangiare in pubblico, etc) in cui la persona può essere osservata dagli altri. La paura è così intensa da indurre la persona ad evitare i luoghi e le situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi. La paura e gli evitamenti riducono la qualità di vita della persona, innescando un circolo vizioso che conduce ad un peggioramento del quadro sintomatologico e ad una significativa compromissione del funzionamento personale in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Nella letteratura scientifica è presente una mole di studi consistente, relativa alle differenze di genere che si riscontrano negli altri disturbi d’ansia mentre sono meno numerose le ricerche che hanno indagato questo aspetto nel disturbo d’ansia sociale.

Uno studio di Asher M. e Aderka I. M. (2018) ha condotto una ricerca su un campione rappresentativo della popolazione, costituito da 652 individui con diagnosi di SAD, di cui il 63,3% di sesso femminile e di età media di 39,65. Nello specifico, i ricercatori hanno indagato le differenze di genere sulla prevalenza, la comorbidità, le manifestazioni cliniche, l’impatto sul funzionamento soggettivo, l’età di esordio e la richiesta di un trattamento.

I risultati hanno rilevato una maggior prevalenza del SAD tra le donne, le quali tendono a soffrire in comorbidità di altri disturbi internalizzanti (fobia specifica, disturbo d’ansia generalizzata, PTSD) a differenza degli uomini, più affetti invece da disturbi esternalizzanti (es: abuso/dipendenza da alcool e sostanze). Il disturbo sembra avere un impatto maggiore sul funzionamento sociale delle donne, che tendono a temere un numero maggiore di situazioni (ad es: lavorare mentre qualcuno le osserva, sostenere un esame anche se si è pronte, usare i bagni pubblici, mangiare/bere in pubblico) e manifestare una severità maggiore dei sintomi di ansia (es: rossore al viso, tremori, tachicardia, etc). Non sembra esserci invece una differenza significativa rispetto all’età di esordio e alla richiesta di trattamento.

Una spiegazione possibile della maggiore severità clinica dei sintomi di ansia sociale nelle donne può essere rintracciata nella tesi sostenute dalle psicologhe Susan Cross e Laura Madson (1997; 2011), relative al diverso modo in cui uomini e donne costruiscono il proprio Sé. Secondo questo modello l’identità delle donne sembra essere maggiormente fondata sull’interdipendenza e quindi più influenzata dalle relazioni con gli altri; ciò spiegherebbe come mai l’ansia sociale femminile sia estesa ad un maggior numero di situazioni. Tenere in considerazione queste informazioni nella pratica clinica può essere molto utile a pianificare degli interventi più specifici e sensibili alle differenze di genere. Ad esempio, includere ed arricchire la psicoeducazione di informazioni sul maggior livello di ansia sociale esperita dalle donne, potrebbe favorire una maggior normalizzazione dei sintomi nelle pazienti; allo stesso modo, una maggior consapevolezza delle differenze di genere nella tipologia di situazioni temute dalle donne e dagli uomini può essere utile a pianificare delle esposizioni più specifiche alle situazioni ansiogene.

Lo studio presenta però alcuni limiti, tra i quali l’utilizzo di misure self report e l’assenza di dati riguardo la popolazione adolescenziale. Inoltre le spiegazioni proposte per rende conto delle differenze di genere riscontrate necessitano di ulteriori supporti empirici. Nonostante ciò, conoscere il modo diverso in cui la sintomatologia sociofobica si manifesta negli uomini e nelle donne può essere molto utile a livello di ricerca per avere una descrizione più precisa e completa del disturbo, e a livello clinico, per rendere la psicoterapia più efficace. 

Riferimenti

  • Asher M., Aderka I.M., (2018), “Gender differences in social anxiety disorder”, Journal of Clinical Psychology, 74:1730–1741
  • Cross, S. E., Hardin, E. E., & Gercek-Swing, B. (2011), “The what, how, why, and where of self-construal”, in Personality and Social Psychology Review, 15, 142–179
  • Cross, S. E., & Madson, L. (1997), “Models of the self: Self-construals and gender”, in Psychological Bulletin, 122(1), 5–37.

Autore/i dell’articolo

Dottor Marco Stefanelli - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale.Docente presso l’Istituto di Psicoterapia cognitivo- comportamentale A.T.Beck di Roma e di Caserta.Socio Ordinario della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva) e Terapeuta EMDR I livello.Vanta esperienza clinica in ambito adulto e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e omofobia interiorizzata. 
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