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Quando una carezza è poco piacevole: attaccamento disorganizzato e percezione tattile

Attaccamento

Photo by Dakota Corbin on Unsplash

Nella pancia della madre, un feto di 12 settimane possiede recettori cutanei e somatosensoriali già ben sviluppati. E se lo sviluppo delle funzioni tattili è così precoce, probabilmente significa che le esperienze tattili sono cruciali per lo sviluppo e la maturazione di un organismo.

Dagli anni ‘80 ad oggi, molti autori si sono dedicati all’approfondimento delle straordinarie intuizioni di Harlow e Bowlby, dalle quali è stata sviluppata la teoria dell’attaccamento che oggi tutti (o quasi) conoscono. Dagli anni ‘90, diversi autori hanno usato il senso del tatto per esplorare ulteriormente la teoria dell’attaccamento.

Dallo studio sul ruolo delle esperienze tattili, è emerso come esse siano alterate nella popolazione psichiatrica ma anche nelle persone sane con attaccamento disorganizzato; a partire da questa evidenza, è stato ipotizzato che fosse probabile che le difficoltà affettive negli adulti con attaccamento disorganizzato si riflettessero nella percezione alterata del tocco affettivo.

Per verificare questa ipotesi, il gruppo di ricerca italiano (Spitoni et al., 2020) ha condotto uno studio combinando metodi di psicologia clinica, psicofisica e neuroimaging.

Il protocollo prevedeva la somministrazione dell’intervista per la valutazione dell’attaccamento Adult Attachment Interview (AAI); il Personality Inventory for DSM-5-PID-5; la Symptom Checklist-90-R; l’assessment tattile (tramite il Von Frey Monofilaments e Two-Point Discrimination test) e l’Affective Touch Experiment. Quest’ultimo prevedeva che i partecipanti ricevessero stimolazioni tattili affettive e non affettive sull’avambraccio dominante superiore. Gli stimoli sono stati erogati manualmente dallo stesso sperimentatore, addestrato ad applicare i movimenti con forza e velocità costanti.

Nella prima parte dello studio, l’obiettivo era indagare se le persone con attaccamento disorganizzato percepissero il tocco affettivo (simile a una carezza) come meno piacevole rispetto a quanto percepito dai partecipanti con attaccamento organizzato. Nella seconda parte studio, è stato determinato il substrato neurale (tramite risonanza magnetica funzionale, fMRI) della percezione alterata del tocco affettivo nelle persone con attaccamento disorganizzato.

Ecco quello che gli autori hanno riscontrato. Le persone con una storia di legami parentali traumatici e un modello di attaccamento disorganizzato percepiscono sia il tocco non affettivo che affettivo come né piacevole né spiacevole. Accade invece esattamente il contrario per i partecipanti con attaccamento organizzato, per i quali il tocco affettivo è molto più piacevole della stimolazione non affettiva, mostrando una preferenza netta per il primo. Inoltre, a differenza degli adulti “organizzati”, gli adulti “disorganizzati” attivano le strutture limbiche e paralimbiche come se dovessero combattere o fuggire. In effetti, come fanno notare gli autori dello studio, “sappiamo che il funzionamento interpersonale delle persone con attaccamento disorganizzato è caratterizzato da una marcata riduzione della regolazione emotiva che porta la persona a reagire con comportamenti difensivi anche in situazioni di scambi interpersonali emotivamente neutri” (dall’articolo originale).

Questo risultato sembra suggerire che le prime esperienze (avverse o comunque carenti) con i genitori modellino le risposte fisiologiche delle fibre nervose. Si potrebbe quindi supporre che, come per altri contesti interpersonali, qualsiasi “scambio tattile”, che sia neutro o piacevole, sia considerato minaccioso e per questo motivo sia percepito come non piacevole. Inoltre, la caratteristica essenziale dell’attaccamento disorganizzato è la mancanza di una strategia coerente per l’interazione con il caregiver in momenti di stress. La necessità di un contatto (anche tattile, per l’appunto) rassicurante non soddisfatta regolarmente, può portare il bambino a sviluppare convinzioni confuse ed erronee riguardo il valore del contatto fisico.

Dovrebbero essere prese in considerazione due possibili spiegazioni. Per quanto riguarda le persone con attaccamento disorganizzato, che non hanno riconosciuto la piacevolezza del tocco affettivo, forse non hanno mai sperimentato una stimolazione affettiva piacevole e per questo sono incapaci di notare alcuna differenza tra le due stimolazioni.

Inoltre, nel secondo studio, la stimolazione non affettiva avviene più velocemente della stimolazione affettiva. È possibile quindi che le persone con attaccamento disorganizzato abbiano sperimentato una maggiore attivazione in questa regione perché una stimolazione più rapida provoca maggiore allerta. Coerentemente, la stimolazione non affettiva ha come effetto una maggiore attivazione nelle aree cerebrali dedite alla percezione somatosensoriale. Alla luce di questa evidenza, è possibile concludere che solo la stimolazione non affettiva (cioè più rapida) produca una risposta in questi individui. Questa spiegazione rispecchierebbe la necessità di una stimolazione più intensa (ad esempio come avviene con i comportamenti autolesionistici), come spesso riportato in pazienti con disturbi di personalità (e attaccamento disorganizzato).

“I nostri risultati hanno possibili applicazioni in psicopatologia”, concludono gli autori. “In particolare, i disturbi di personalità (ad esempio il disturbo borderline di personalità) potrebbero essere associati a processi affettivi interrotti. Alla luce di ciò, l’esame della valutazione affettiva durante la stimolazione dolorosa e spiacevole potrebbe produrre risultati convincenti”.

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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