L’Attachment Parenting e l’Attaccamento Sicuro non sono la stessa cosa

L’Attachment Parenting e l’Attaccamento Sicuro non sono la stessa cosa

L’Attachment Parenting

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Nei mesi che precedono la nascita, sempre più genitori sentono l’esigenza di informarsi, attraverso vari canali, su come comportarsi col nascituro o la nascitura, come rispondere in maniera ottimale alle sue esigenze, comprenderne il linguaggio non verbale, assicurargli la tranquillità e la percezione di vivere in un ambiente sicuro e amorevole, in cui potrà crescere sperimentando in serenità le sue possibilità e i suoi limiti. Molta letteratura scientifica ha messo in luce la fondamentale importanza per uno sviluppo ottimale delle capacità psichiche, cognitive, emozionali dell’infante del tipo di relazione che si crea sin dai primi vagiti, o addirittura prima, durante la gravidanza.

La teoria sull’attaccamento e in particolare il corpus di ricerche sull’attaccamento sicuro (https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-bambini/il-legame-di-attaccamento-concetti-chiave), rappresentano una pietra miliare in questo ambito di ricerca psicologica.

Ma quale modello di accudimento è meglio adottare? Moltissimi quelli proposti, in testi, corsi, dibattiti, tra esperti e non. Sui social, i forum di discussione sulla genitorialità proliferano senza sosta. Tra i tanti acquista sempre più visibilità il metodo elaborato dal pediatra William Sears e da sua moglie, l’infermiera Martha Sears, descritto nel loro libro del 2001 The Attachment Parenting Book[1], sostenuto da un ampio movimento internazionale (International Attachment Parenting Movement). Si tratta di un approccio genitoriale che enfatizza l’importanza di rispondere in modo sensibile ed empatico alle necessità dell’infante e del bambino, elaborato in larga misura a partire dall’esperienza genitoriale che la coppia ha maturato con i suoi otto figli.

Il metodo si basa su sette B

  1. Birth Bonding – Legame alla nascita, che si crea in maniera ottimale partorendo in un ambiente domestico, o comunque non eccessivamente medicalizzato.
  2. Breastfeeding – Allattamento al seno, che deve durare il più a lungo possibile e non essere scandita da orari prefissati.
  3. Babywearing – Letteralmente indossare il bambino, ovvero trasportarlo tramite fasce e appositi indumenti, mantenendo uno stretto contatto corporeo.
  4. Bedding close to baby – Dormire insieme o vicini
  5. Belief in the language value of your baby’s cry – Fiducia nel pianto del bambino, che non va abbandonato a pianti inconsolabili fino allo sfinimento, ma sempre accolto e consolato.
  6. Beware of baby trainers – Attenzione ai consigli dei formatori di professione, ovvero riporre maggiore fiducia nella propria capacità, come genitori – soprattutto delle mamme – di comprendere le specifiche necessità dei propri figli.
  7. Balance – Equilibrio

Nonostante l’utilizzo del termine “Attachment”, è molto importante segnalare che il modello della coppia Sears non ha alcun legame scientifico con le teorie dell’attaccamento riconosciute nei contesti accademici, di ricerca e clinici. Se queste ultime sono frutto di approfondite ricerche condotte con metodi scientifici,  sviluppatasi per oltre 60 anni, non esiste nessuna prova, se non l’esperienza aneddotica di alcuni genitori, della connessione tra l’Attachment Parenting e le teorie sull’attaccamento (da Bolwby alla Ainsworth, solo per citare i nomi più celebri).

Tuttavia, l’ambiguità terminologica continua a mantenere viva nei genitori che seguono questo approccio, l’erronea credenza che le 7B siano il metodo ottimale per assicurare ai propri figli un “attaccamento sicuro”. Per questo, alcuni ricercatori anglofoni hanno avvertito la necessità di chiarire la differenza tra i due approcci[2], forse meno avvertita in Italia, dove le traduzioni del termine sono varie. A “Genitori con Attaccamento” si affianca “Genitori con Empatia” o “Genitorialità Naturale”, definizioni che sembrano più intenzionate a indicare una distanza rispetto a un modello considerato eccessivamente rigido e normativo, addirittura insensibile, come quello promosso in precedenza: parto in ospedale, allattamento a orari fissi per regolarizzare la digestione e non protratto per troppo tempo (massimo 6 mesi-1 anno), dormire in spazi separati per evitare il soffocamento del neonato e favorirne lo sviluppo dell’autonomia, non rispondere a ogni pianto, seguire le indicazioni degli esperti.

Sicuramente un approccio empatico, che si modelli sull’ascolto delle specifiche esigenze che ogni singolo bambino mostra e che miri a creare uno spazio di interazione serena tra genitori e bambini sin dalla più tenera età è auspicabile per tutti. Ma non è detto che le sette B siano in grado di realizzare questo proposito. Anzi, talvolta possono sortire l’effetto contrario.

Una medicalizzazione eccessiva sicuramente espropria il corpo della partoriente, ma un luogo dotato di personale e strutture adatte a qualsiasi emergenza può talvolta determinare il discrimine tra la vita e la morte dei bambini, riducendo l’ansia della madre. Un allattamento al seno troppo prolungato, così come il tenerlo sempre attaccato al corpo, può generare forme di dipendenza reciproca quasi morbosa, una diminuzione della spinta all’ autonomia del bambino e nella madre la sensazione che il suo corpo non le appartenga, oltre a limitare l’esplorazione psicomotoria. Il dormire insieme comporta il grande rischio di soffocare il neonato: vero o paventato che sia, anche questo rischio può generare ansie controproducenti. Prolungare per anni la permanenza del figlio nel letto dei genitori ha effetti non piacevoli, non solo sullo sviluppo dell’autonomia del bambino, ma anche  sulla coppia e la sua sessualità, nonché sulla qualità del sonno dei genitori, fattori determinanti per l’equilibrio psicofisico do ogni individuo.

Il pianto va poi interpretato, non sempre accolto nello stesso modo: in questo modo anche l’infante apprende a formulare le sue richieste, a dosarne l’intensità. Da ultimo, il fidarsi solo di un proprio presunto “istinto”, non considerando la professionalità e la validità della ricerca scientifica, può essere un pericoloso atto di presunzione.

Un’altra importante critica mossa all’Attachment parenting è di essere classista: chi può permettersi di dedicare tutte queste attenzioni, di dare tutta questa disponibilità ai propri figli? Le madri che hanno necessità, e/o desiderio di lavorare condannano la loro prole a un destino di sofferenza emozionale? Non ci sono prove scientifiche che conducano a questa conclusione.

Allora tutti i suggerimenti di questo approccio sono sbagliati? No. In taluni casi possono funzionare. Il punto non è decidere quale approccio sia quello giusto per tutte e tutti, ma comprendere che la complessità della relazione genitoriale non permette facili schemi che portano al successo.

Come qualsiasi modello di genitorialità, di relazione, se adottato troppo rigidamente, non considerando le condizioni da cui si parte, le specificità dei genitori e dei figli, cosa praticamente sia possibile fare, può generare ansia, frustrazione, senso di inadeguatezza in neo genitori  che non si sentono all’altezza del compito e iniziano a credere di aver compromesso irrimediabilmente gli equilibri neurologici, cognitivi ed emozionali dei propri figli.

Il “mito della madre perfetta” è stato declinato lungo la storia in tanti modi: da angelo del focolare dedito solamente alla cura e al sacrificio di sé alla mamma lavoratrice superperformante, che sa far tutto e tutto bene, varia la forma ma non la sostanza. Si tratta di modelli astratti, imposti, che agiscono con violenza sulla percezione di sé delle madri come mai adeguate. Questa disistima e l’ansia che genera possono seriamente compromettere l’equilibrio psicofisico dei caregivers che si riflette sulla relazione con i figli. Il bambino/a avvertirà il disagio, la paura in una relazione che chiede invece calma e gioia di esplorazione, non comprendendone la ragione e subendone gli effetti.

Il modello da adottare è quello che sa integrare diverse esigenze, che assegna importanza al bambino senza sacrificare il benessere dei genitori, che bilancia fiducia nella sapienza dei propri corpi con una corretta formazione e informazione, che cerca di essere meno ideologico e più attento a quello che emerge da ogni specifica e unica relazione. Perché, come

Ricorda Winnicot, per garantire un buono sviluppo emozionale, psicofisico e cognitivo dei figli, non serve una madre – o un caregiver – perfetta, ma “sufficientemente buona”[3]. Accettare i propri inevitabili limiti è il primo passo per una crescita reciproca in una relazione che può essere molto potenziante e gioiosa.

In virtù di ciò, la settima B, l’invito all’equilibrio, è decisamente preziosa.

 

[1] Sears, W. And M., The Attachment Parenting Book: A Commonsense Guide to Understanding and Nurturing Your Child, Little, Brown Spark, 2001

[2] Divecha, D. (2018) “Why Attachment Parenting Is Not the Same as Secure Attachment”, https://greatergood.berkeley.edu/article/item/why_attachment_parenting_is_not_the_same_as_secure_attachment

[3] Winnicott, D. I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina, 1987

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Antonella Montano
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Fondatrice e Direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale di Roma e Caserta. Certified Trainer/Consultant/Speaker/Supervisor dell’ACT (Academy of Cognitive Therapy). Membro del Beck Institute International Advisory Committee di Philadelphia. È Fondatrice e Presidente della Onlus Il Vaso di Pandora. La Speranza dopo il Trauma (www.ilvasodipandora.org). Socio Fondatore e Vice Presidente di CBT-Italia. Insegna da anni protocolli Mindfulness Based (MBSR, MBCT, Mindful eating, ecc.) È Mindfulness Yoga Teacher ed Expert Yoga Trauma Teacher certificata CSEN e Yoga Alliance®. È autrice di numerosi libri, capitoli di libri e pubblicazioni.

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