Avere un buon o cattivo amico

Avere un buon o cattivo amico

Avere un buon o cattivo amico

Photo by jcomp on Freepik

Avere un buon o cattivo amico. Quali tratti influenzano le future relazioni amicali

L’argomento che approfondiamo in questo articolo parte dal presupposto che i tratti comportamentali di un bambino possono influenzare, nel tempo, l’esperienza intima di affettività amicale di un altro.

In altri termini, le emozioni più o meno gradevoli/spiacevoli che sperimentiamo nelle nostre attuali amicizie sono state, in parte, determinate dal tipo di amico (“buono” o “cattivo”) frequentato in età evolutiva.

Come ognuno di noi ha potuto constatare negli anni, non tutte le amicizie che intraprendiamo e manteniamo sono uguali. Alcune di esse sono caratterizzate da empatia, accordo e condivisione, altre risultano essere maggiormente conflittuali. Questo, più o meno direttamente, ci conduce a ritenere che aver avuto la fortuna di frequentare un amico “gentile” abbia in qualche modo diminuito l’eventualità di instaurare interazioni negative, viceversa, essersi confrontati con un “cattivo” amico può aumentare la probabilità di innescarne.

Per quanto questa correlazione possa sembrarci ovvia, nessuno prima dello studio che citeremo, ne aveva dimostrato la veridicità.

La ricerca

I ricercatori dell’Università della Florida (Charles E. Schmidt College of Science) sono stati i primi, a tal proposito, a condurre uno studio longitudiale per comprendere fino a che punto l’essere “gentile”, inteso come comportamento prosociale, o dimostrarsi “meschino”, dunque con modalità per lo più aggressive, possa modellare la considerazione che si ha delle proprie relazioni amicali.

Nello studio condotto sono stati presi in considerazione, per un periodo significativo di tempo, tratti comportamentali e percezioni relative alla qualità della relazione di 120 amicizie, tra bambini dello stesso sesso e grado di scolarità. Si è analizzato se i comportamaneti gentili o cattivi di un amico possano anticipare cambiamenti nella percezione che un individuo possiede dell’altro in termini di negatività relazionale (vissuto di rabbia, conflittualità e/o fastidio).

È bene, tuttavia, specificare cosa si intenda per “gentilezza” o “meschinità” di un amico. Nel primo caso, si fa riferimento ad un comportamento prosociale, caratterizzato dalla tendenza di chi lo attua a fornire assistenza e trattare gli altri in modo equo; nel secondo caso, si intende la propensione ad utilizzare modalità relazionali aggressive che comprendono il tentativo di escludere o danneggiare gli altri.

I risultati dello studio, pubblicati nel Journal of Research on Adolescence, confermano l’ipotesi diffusa secondo cui le caratteristiche temperamentali di un bambino possono guidare le esperienze amicali di un altro. Infatti, individui con amici “cattivi” hanno dichiarato un aumento significativo della negatività relazionale sperimentata nei rapporti successivi a quello preso in considerazione e quelli con amici “gentili” ne hanno descritto una diminuzione. Senz’altro la “meschinità” è percepita come una vera e propria violazione della fiducia; nessuno vuole essere trattato male da un compagno.

Sicuramente meno scontata è la scoperta relativa al fatto che aver vissuto un’amicizia positiva ed appagante fa sì che l’individuo percepisca in misura significativamente minore la percezione negativa di un amico “cattivo”: Sembra, infatti, che aver avuto la possibilità di sperimentare comportamenti prosociali abbia il potere di attenuare la sensazione di essere stati feriti, soddisfare il bisogno di sostegno e aumentare il senso di gratificazione dovuto alla compagnia. I bambini che hanno potuto sviluppare abilità prosociali si sono anche dimostrati più esperti nel risolvere anticipatamente eventuali conflitti.

«Le interazioni negative con gli amici contribuiscono all’aumento del disagio psicologico e delle difficoltà scolastiche. Gli amici con cui facilmente si entra in conflitto, diventano velocemente ex-amici e il non riuscire a mantenere un legame affettivo significativo con gli amici incrementa l’innesco di vissuti depressivi e di vittimizzazione. Al contrario la capacità di attuare comportmenti prosociali è correlata alla capacità di intraprendere nuove amicizie e mantenere quelle passate. In altri termini i tratti comportamentali legati all’esperienza amicale possono minacciare o proteggere il bambino, dunque la sua posssibilità di adattarsi al contesto in cui è inserito». Questo quanto affermato da Brett Laursen, principale autore dello studio e docente di psicologia presso l’Università della Florida.

 

Riferimenti

  • Valdes O., Shawcross L., Laursen B. (2021). Being nice and being mean: Friend characteristics foreshadow changes in perceptions of relationship negativity. Journal of Research on Adolescence,  https://doi.org/10.1111/jora.12604

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Fantacci Chiara
Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 15/10/2012 n. 19486. Esperta nel settore dei disturbi in età evolutiva e, in particolare, nell’attività diagnostica finalizzata all’individuazione di aspetti sintomatologici che possano rallentare e/o interferire con il benessere di natura psicologica ed emotiva del bambino. Si occupa, inoltre, del trattamento e di fornire sostegno psicologico a genitori ed insegnanti implicati nel processo di crescita del paziente. Ha conseguito il primo livello di formazione in EMDR e secondo livello in Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.

Se hai bisogno di aiuto o semplicemente vuoi contattare l’Istituto A.T. Beck per qualsiasi informazione,
compila il modulo nella pagina contatti.

Cerca