Ragazzi neri arrestati da Starbucks per bias razziale

Bias razziale

Qualche giorno fa due ragazzi sono stati arrestati in uno Starbucks di Philadelphia con l’accusa di… essere neri. Sembrerebbe questo l’unico motivo per cui sia stata coinvolta la polizia in questo locale della famosa catena di caffetterie americana. Sembrerebbe che i ragazzi, in attesa dell’arrivo di un loro amico, abbiano chiesto di usare il bagno; al rifiuto dei dipendenti (il bagno sarebbe infatti a disposizione solo dei clienti) e poiché non ordinavano nulla, lo store manager ha chiamato le forze dell’ordine. I poliziotti, una volta arrivati, hanno chiesto ripetutamente ai ragazzi di abbandonare il locale e, al loro rifiuto, li hanno arrestati.

Secondo il Commissario di polizia, Richard Ross, gli agenti hanno fatto il loro dovere, essendo stati chiamati a intervenire per accompagnare fuori dei clienti non paganti. In seguito sono stati rilasciati perché nessun reato era stato commesso.

Come ormai di norma, l’accaduto è stato ripreso da uno smartphone e postato online dove è divenuto virale. Per questo spiacevole evento il direttore esecutivo di Starbucks Kevin Johnson si è scusato e ha annunciato la chiusura di tutti i locali della catena a maggio per un giorno con un intento molto importante: insegnare ai dipendenti cosa sia il bias razziale, ovvero un errore cognitivo basato sull’etnia di qualcuno.

Nel 2006 i ricercatori McGlothing e Killen mostrarono ad alcuni bambini delle vignette con rappresentate delle situazioni ambigue. In una di queste, per esempio, c’era un’altalena, un bambino con un’espressione neutra dietro di essa e un altro bambino seduto a terra davanti all’altalena con un’espressione corrucciata. I ricercatori hanno variato l’etnia dei bambini, rappresentandone uno nero e uno bianco, alternandoli tra loro. La stessa scena si può leggere in due modi: uno neutrale, in cui il bambino a terra ci sia finito per caso giocando, e uno negativo, in cui la caduta sia stata provocata intenzionalmente dal bambino in piedi dietro all’altalena. I risultati della ricerca furono molto precisi: i bambini che partecipavano allo studio tendevano ad assegnare una spiegazione negativa quando dietro all’altalena c’era rappresentato un bambino nero.

Sembra quindi che l’interpretazione di un evento sia influenzata dall’etnia delle persone protagoniste dell’evento stesso. È probabile che i dipendenti di Starbucks siano stati vittime dello stesso bias cognitivo. L’autrice del video virale ha commentato: “Perché a noi bianchi non succedono cose del genere?”. È questa una domanda più che legittima, visto che può essere successo a chiunque di noi di sostare in un locale senza pagare in attesa di un amico e sembrerebbe dunque che il motivo di tanta allerta da parte dei dipendenti di quello Starbucks sia stato che quei due ragazzi fossero di etnia afro-americana.

Oltre a un’abile mossa commerciale, la decisione dei vertici di Starbucks di formare i loro lavoratori su questi errori di pregiudizio è una scelta lodevole: è importante capire le cause dei bias cognitivi, i propri schemi mentali appresi durante tutta la vita e il contesto culturale in cui si vive che influenza la nostra visione del mondo. Solo venendo a conoscenza di tali errori è possibile riconoscere i propri e poi apprendere come evitarli in futuro.

 

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