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California, incatenati al letto dai genitori: quando il trauma è in famiglia

California, incatenati al letto dai genitori: quando il trauma è in famiglia
California, incatenati al letto dai genitori: quando il trauma è in famiglia

California, incatenati al letto dai genitori: quando il trauma è in famiglia

Quella di qualche giorno fa è solo l’ultima notizia di una casa degli orrori. Non stiamo parlando di un’attrazione da luna park ma delle incredibili condizioni in cui 13 fratelli e sorelle, di età compresa tra i 2 e i 29 anni, sono stati trovati in una cittadina della California: legati a letti e mobili con catene e lucchetti, al buio, in pessime condizioni igieniche e così malnutriti che persino i più grandi non sembravano maggiorenni. A dare l’allarme è stata una di loro, una ragazza di 17 anni, che è riuscita a scappare e rivelare alla polizia che gli autori di tale tortura erano proprio i loro genitori.

Nel 2006, in Austria, veniva ritrovata Natascha Kampusch, rapita e segregata per otto anni in seguito al suicidio del suo aguzzino. Nel 2008 veniva liberata una ragazza dopo 24 anni di prigionia da parte del padre, il quale aveva anche abusato sessualmente di lei e, da quelle violenze, sono nati almeno sette figli. Ispirati a questo caso sono un libro e il film premio Oscar e Golden Globe “Room” del 2015: entrambi ci trascinano a vivere quasi in prima persona il dramma di una giovane donna e del figlio avuto in seguito alle violenze del suo rapitore, chiusi in quattro mura che, per il bambino nato lì dentro, sono tutto il loro mondo.

Il trauma vissuto in famiglia, oltre all’urgenza data dall’interrompere le violenze e fornire le cure mediche necessarie, rappresenta un vissuto che accompagnerà le vittime per tutta la loro vita, come un spessa cicatrice. Questo accade perché il cervello e la mente del bambino sono ancora in formazione. In una famiglia tipica, il caregiver è capace di sintonizzarsi con lo stato del bambino, formando un legame fondato sulla comunicazione, verbale e non verbale. Grazie a questo legame, il bambino imparerà a regolare le proprie emozioni osservando il comportamento di risposta del caregiver alle proprie manifestazioni.

Nelle famiglie disfunzionali, solitamente una pregressa condizione di disagio del genitore (depressione, disturbo di personalità, quadro psicopatologico) può portare il bambino a vissuti traumatici: la stessa persona da cui si dipende per cibo, sicurezza ed emozioni diventa la fonte di stress, pericolo, paura. Il trauma di attaccamento rappresenta, quindi, una profonda frattura della relazione io-te, ovvero una rottura nei legami significativi primari. Dal punto di vista neurologico, tutte queste esperienze negative rimangono immagazzinate nell’emisfero destro non nella memoria dichiarativa, che raccoglie le informazioni a cui possiamo attingere come nomi e luoghi, ma in quella procedurale, che immagazzina memorie relative alle esperienze, incluse quelle relazionali.

Crescendo, le vittime di grave trauma in famiglia, come i ragazzi californiani o quelle austriache presentati all’inizio di questo testo, molto probabilmente sentiranno di essere inadeguati, senza valore, danneggiati e continueranno ad avere difficoltà a regolare le proprie emozioni; inoltre, dal punto di vista sociale e relazionale potranno sviluppare mancanza di fiducia e preferiranno il ritiro o l’evitamento perché nel tempo hanno appreso che le relazioni sono fonte di emozioni negative. In particolare nelle vittime di abuso sessuale si possono osservare emozioni quali vergogna e senso di colpa.

Questi conseguenze di trauma infantile possono essere catalogate in due disturbi: il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento, caratterizzato da sintomatologia depressiva e ritiro sociale, e il Disturbo da Impegno Sociale Disinibito, che invece mostra un comportamento esternalizzante e disinibizione sociale.
Gli interventi di psicoterapia indicati in questi casi sono la Terapia Cognitivo-Comportamentale associata alla pratica della Mindfulness: dopo la messa in sicurezza della famiglia, l’alleanza psicoterapeutica costruirà quell’ambiente sicuro che è venuto a mancare nei primi giorni di vita del paziente e, in questa condizione di supporto, si potranno portare i ricordi dolorosi e lavorarci per poter avere un’adeguata qualità della vita.

Riferimenti

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