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ComeOut2Play: l’omofobia nel calcio sta diminuendo?

ComeOut2Play: l’omofobia nel calcio sta diminuendo?
ComeOut2Play: l’omofobia nel calcio sta diminuendo?

ComeOut2Play: l’omofobia nel calcio sta diminuendo?

ComeOut2Play è una campagna lanciata dal sito web OutNews Global per aiutare il mondo del calcio nel suo lento, lentissimo percorso di allontanamento dall’omofobia. L’intento degli organizzatori è quello di creare un ambiente di supporto dove gli atleti si sentano liberi di essere se stessi e, dunque, di parlare del loro orientamento sessuale.

Lo sport è uno dei campi della cultura umana dove esiste una più marcata aderenza ai ruoli di genere e una predominanza di omofobia. Nonostante ciò, le cose stanno cambiando e, nelle ultime Olimpiadi, vi erano oltre settanta atleti dichiaratamente omosessuali. Una recente ricerca (Luisi et al., 2016) ha mostrato che c’è più accettazione della presenza di giocatori maschi omosessuali da parte del mondo del basket rispetto alle squadre calcistiche, dove l’atteggiamento generale è più in linea con l’egemonia eterosessista.

Questo nonostante entrambe le organizzazioni sono apertamente a supporto dell’uguaglianza. Greg Clarke, presidente della Associazione Calciatori inglese, afferma di aver offerto la propria collaborazione a individuare la situazione migliore per aiutare i calciatori gay a fare coming out. Suo malgrado, nessuno ha accettato di incontrarlo per discutere, mostrando una forte reticenza interna. Nelle sue parole, “puoi parlare alle persone dello sport femminile, che è inclusivo, che è sicuro. Ma qualcosa nello sport maschile è sbagliato. Se non lo fosse, si sentirebbero liberi di avere quelle conversazioni”.

Come mai l’omofobia è particolarmente restia ad abbandonare tifosi, sportivi e tutte le altre figure che roteano intorno al calcio?

Uno dei motivi è la particolarità dell’istituzione calcio che potrebbe essere definita come una istituzione quasi totale. Le istituzioni totali sono gruppi di persone che per lavoro o occupazione sono separate dal resto della comunità per un considerevole periodo di tempo. Istituzioni del genere, come orfanotrofi, prigioni, monasteri, collegi, promuovono l’omogeneità di pensiero e comportamenti tra i membri: nei gruppi sportivi, questa è la base per raggiungere alti risultati atletici, anche se ciò cozza contro le convinzioni personali dei membri. I ragazzi atleti di un gruppo calcistico vivono in un ambiente dove vi è enfasi sulla squadra e la comunità rispetto all’identità individuale e percepiscono i loro allenatori e manager come influenze importanti a livello personale e professionale, seppure esistano differenze generazionali su cosa si pensa sia appropriato nel comportamento di un maschio.

Un aspetto che troviamo nei giochi di squadra tra maschi è il toccarsi giocoso, soprattutto di genitali e fondoschiena. Questo uso non è una presa in giro omofobica, quanto più un comportamento mirato a stringere i legami di squadra. La vicinanza fisica, infatti, è espressa anche con camminare abbracciati, condividere il letto e dormire l’uno nelle braccia dell’altro. Nel corso degli anni, inoltre, la varietà di questi comportamenti è aumentata, mostrando una maggiore apertura alla prossimità fisica nelle nuove generazioni.

Le interviste a giovani calciatori svolte per fini di ricerca evidenziano il paradosso tra la vicinanza tra i membri e la distanza emotiva per una sana competizione all’interno della squadra. Sebbene molti ragazzi affermano di avere nella squadra il loro migliore amico, con cui si abbracciano e sono vicini emotivamente e fisicamente, riportano comunque una maggiore espressione emotiva e fisica delle relazioni con gli amici fuori dalla squadra. Questo aspetto sottolinea in maniera evidente il peso del contesto istituzionale nelle dinamiche della mascolinità: i calciatori quindi sarebbero “tradizionalisti” nella loro idea del maschio non in generale, ma solo nella parte della loro identità legata alla professione calcistica. Come spesso trovato in letteratura, anche se a volte trascurato, l’espressione dell’identità è contestuale, modificabile, multisfaccettata e complessa, piuttosto che statica.

Dalle nuove ricerche, dunque, sembra emergere che l’omofobia nel calcio è caratteristica soprattutto delle generazioni precedenti che, tuttavia, continuano a far sentire la loro influenza in quanto ancora in posti chiave del settore. I giovani calciatori, al contrario, sembrano in linea con la visione più aperta, liberale e tollerante dei loro coetanei non sportivi o atleti in altre discipline. L’ostacolo più grande, secondo Bill Bush (direttore esecutivo Premier League inglese), sarebbe il contraccolpo che il coming out di un giocatore avrebbe sui social media, la cui virtuale mancanza di controllo e rispetto nei commenti non aiuta a creare quel senso di sicurezza che una dichiarazione del genere ancora necessita.

Benino Argentieri 

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ComeOut2Play – Bibliografia

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