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Complessità emotiva nei survivors

Complessità emotiva nei survivors

Photo by JR Korpa in Ubnaspsh

Il concetto di emodiversità fa riferimento alla vasta e varia gamma di emozioni che una persona può sperimentare in un determinato momento. Questa complessità emotiva può essere sintetizzata in due grandi categorie: granularità emotiva e covariazione emotiva. La granularità si riferisce al grado in cui gli individui sono in grado descrivere la propria vita emotiva con precisione e ricchezza di sfumature. La covariazione emotiva si riferisce all’esperienza di entrambi gli stati emotivi – positivi e negativi – contemporaneamente: alcune persone provano emozioni positive e nello stesso momento non riescono a provarne anche di negative (o il contrario), altre invece riescono a esperirle contemporaneamente.

Si sostiene che una maggiore emodiversità possa essere alla base di una migliore salute mentale poiché una differenziazione nella descrizione della vita emotiva rifletterebbe una maggiore granularità nelle esperienze emotive stesse. Ciò sarebbe a sua volta associato a una maggiore capacità di indirizzare le strategie di regolazione delle emozioni in specifiche esperienze emotive, con conseguente miglioramento della regolazione generale delle emozioni e della salute mentale.

Nella ricerca presentata, comprendente a sua volta due “sotto-studi”, l’obiettivo era ampliare i risultati esistenti in letteratura, esaminando la relazione tra emodiversità e traumi cronici e ripetuti. Nel dettaglio, il gruppo di ricercatori inglesi era interessato a comprendere se l’emodiversità negativa nei sopravvissuti al trauma sessuale potesse essere per lo più limitata alle aree correlate all’esperienza traumatica, oppure caratterizzata da un’elevata emodiversità negativa nell’intera narrativa autobiografica, come è stato riscontrato nella depressione ricorrente.

Per questi motivi, sulla base di un importante precedente studio sulla depressione (Werner-Seidler et al., 2018), il gruppo di ricerca ha ipotizzato che donne sopravvissute ad abusi e aggressioni sessuali con PTSD cronico avrebbero mostrato un’elevata emodiversità negativa e una ridotta emodiversità positiva, sia nella struttura del concetto di sé (Studio 1) che ​​nella struttura del narrativa autobiografica (Studio 2).

COMPITO SULLA STRUTTURA DEL CONCETTO DI SÉ (Studio 1)

Come prima cosa, ai partecipanti è stata fornita una descrizione di come sono definiti gli “aspetti di sé” (cioè, che la nostra percezione di noi stessi può variare attraverso diversi aspetti della nostra vita, come “sé al lavoro”, “sé con gli amici”, “sé come amante”, etc.). Dopodiché, è stato chiesto di identificare e descrivere ciascuno dei loro diversi “aspetti di sé”. Ai partecipanti è stato quindi assegnato un mazzo di 48 carte, ognuna contenente un aggettivo o una frase di significato positivo o negativo, chiedendo di scegliere tutte le carte ritenute rilevanti nel descrivere ciascuno degli aspetti di sé identificati.

L’emodiversità attraverso i dati delle carte è stata calcolata come in Werner-Seidler et al. (2018), utilizzando una specifica formula. Gli indici di emodiversità sono stati calcolati separatamente per i tratti emotivi negativi e positivi. Valori elevati rappresentano un’esperienza emotiva più diversificata.

COMPITO SULLA STRUTTURA DELLA PROPRIA VITA (Studio 2)

In questo secondo studio, ai partecipanti è stato chiesto di ripensare alla propria vita e dividerla in capitoli, fornendo un titolo per ciascun capitolo e completando l’attività di ordinamento delle carte come indicato nello Studio 1 (assegnando le carte ai capitoli della vita anziché agli aspetti personali). L’emodiversità positiva e negativa sono state calcolate come descritto nello studio 1.

RISULTATI COMPLESSIVI

I risultati dei due studi dimostrano una maggiore varietà di descrittori di emozioni negative e una ridotta diversità di descrittori di emozioni positive – sia quando viene descritto il Sé (Studio 1) che il passato autobiografico (Studio 2) – rispetto ai partecipanti sani di controllo senza alcuna storia traumatica. Inoltre, da entrambi gli studi è emerso che i sopravvissuti hanno anche una ridotta emodiversità positiva rispetto ai controlli.

I risultati attuali rispecchiano quelli ottenuti dallo studio precedentemente citato (Werner-Seidler et al., 2018) sul disturbo depressivo ricorrente, suggerendo che un’elevata emodiversità negativa potrebbe potenzialmente rappresentare un marker transdiagnostico di un disturbo emotivo cronico.

Come discusso nell’introduzione, una maggiore emodiversità negativa può essere associata alla protezione contro le difficoltà di salute mentale, ma ciò che emerge dai risultati è che questo fattore protettivo non sia evidente per gli individui cronicamente malati, compresi quelli esposti a gravi traumi. Questi dati non contraddicono necessariamente quanto sostenuto precedentemente: un disturbo emotivo cronico potrebbe essere in effetti associato ad una potenziata capacità di regolazione emotiva sottostante, ma le emozioni quotidiane sarebbero maggiormente disregolate a causa della gravità e della disfunzionalità che gli individui con tali diagnosi cercano di regolare. In un certo senso, questo non dovrebbe sorprenderci: le persone sopravvissute al trauma riferiscono infatti di passare gran parte del loro tempo nel tentativo di regolare le cognizioni e gli affetti negativi, diventando quindi altamente “pratici” con le tecniche di regolazione, anche se sono spesso vissute come inefficaci. In letteratura sono presenti alcuni dati a sostegno di questa interpretazione: ad esempio, giovani adulti con una storia di traumi/avversità infantili, rispetto ai controlli, in un compito di regolazione delle emozioni hanno mostrato prestazioni migliori e un ridotto impegno neurale dei circuiti regolatori.

I due studi riportati, insieme o singolarmente, mostrano alcune possibili limitazioni. In primo luogo, non è stato chiesto ai partecipanti di generare delle parole descrittive proprie per le carte utilizzate (per garantire che ci fossero uguali quantità di descrittori positivi e negativi abbinati per intensità emotiva, lunghezza delle parole e frequenza), riducendo la ricchezza della diversità.

Inoltre, il campione di controllo non presentava alcuna storia di trauma sessuale e di PTSD. Questo impedisce di differenziare se sia la presenza di PTSD, piuttosto che la storia del trauma stesso, che spiega i risultati ottenuti.

 

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Mariangela Ferrone - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Psicoterapeuta TMI (terapia metacognitiva interpersonale) livello EXPERT. Per molti anni è stata Coordinatrice del Centro di Psichiatria Perinatale e Riproduttiva, del Servizio di Psicoterapia e Counseling Universitario presso la UOC di Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Attualmente è docente per l’insegnamento di “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” nel corso di laurea in Scienze Infermieristiche, sede Sant’Andrea presso la Facoltà di Medicina e Psicologia – Sapienza Università di Roma, nonché docente interno e supervisore clinico dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Socio Aderente della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva).
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