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La convivenza seriale tra le donne della nuova generazione

Convivenza seriale tra le donne

Photo by Rawpixel on Unspalsh

I dati

Secondo il più recente report Istat sulla popolazione residente per stato civile, dal 1991 il numero di persone coniugate è diminuito di ben 3 milioni. In altre parole, si è assistito nell’ultimo quarto di secolo ad un forte calo del numero di matrimoni: nella popolazione tra i 25 e i 35 anni, infatti, il 65% delle donne e ben l’81% degli uomini non è unito in matrimonio. Inoltre, ci si sposa sempre più tardi (intorno al 30esimo anno di età) mentre l’età in cui si va a convivere è rimasta la stessa (22esimo anno): la conseguenza è che non solo si registra un aumento delle unioni civili (in Italia come in tutta Europa e anche negli Stati Uniti, soprattutto tra i giovani adulti), ma è aumentato anche il tempo in cui si convive.

Il periodo storico e culturale che stiamo vivendo ci mette di fronte alla cosiddetta “convivenza seriale“, ovvero, l’abitudine di andare a coabitare con un nuovo partner anche dopo il fallimento di una precedente convivenza. In particolare nella popolazione femminile più giovane, negli ultimi tre decenni abbiamo assistito ad un netto aumento della convivenza seriale. Esiste una evidente instabilità che caratterizza le unioni di convivenza: negli Stati Uniti, per esempio, solo un terzo dei conviventi si sposerà nei successivi 5 anni ma la durata media delle convivenza è di invece 2 anni. Se negli anni ’80 la percentuale di donne conviventi seriali era del 7%, già nel 2002 si è assistito ad un aumento (22%) fino al 35% del 2010.

E’ importante notare anche una notevole differenza tra generazioni: nelle donne del cosiddetto “baby boom” (nate tra il 1960 e il 1964) il 43% ha a convissuto almeno una volta, il 6% più di una volta e nel 30% dei casi la loro prima convivenza è finita; le rispettive percentuali delle donne “millennial” (nate dopo il 1980) sono maggiori: del 54%, 13% e 46%. Nelle nuove generazioni, inoltre, il periodo tra la fine di una convivenza e l’inizio della successiva è di soli 2 anni.

Questo fenomeno si potrebbe spiegare con il fatto che, più che testare la capacità della coppia di convivere per poi “sistermarsi” e sposarsi, i giovani vadano a convivere come forma di “frequentazione intensa” senza un vero progetto di vita comune. Il rischio è quindi quello di avere un alto numero di relazioni che, nonostante godano della coabitazione, non sfoceranno in una unione stabile e avranno vita breve.

In particolare, ecco la fotografia delle donne che passano da una convivenza all’altra: fanno parte di classi sociali economicamente svantaggiate, bassi livelli di istruzione, cresciute da madri single o in famiglie con genitori separati, hanno esperienze sessuali precoci e diventano madri loro stesse durante l’adolescenza. Inoltre, le donne con un figlio che iniziano una convivenza con un partner diverso dal padre hanno più probabilità di vedere questa nuova relazione finire.

Le conseguenze

L’esito più probabile e frequente della convivenza seriale è un peggioramento della situazione socioeconomica della donna, che parte già in posizione svantaggiata, spesso senza titoli di studio, con difficoltà finanziarie e figlio (o figli) nati da una precedente relazione. Una nuova convivenza, dunque, potrebbe essere vista come la risposta ad una necessità più che una scelta ponderata basata sulla relazione in corso, decisione che diminuisce ulteriormente le probabilità di successo della relazione stessa.

L’insieme di questi dati mostra, quindi, che le convivenze seriali interessano ancora una minoranza di donne ma sono in continuo aumento. Gli svantaggi legati all’instabilità e l’incertezza della coabitazione seriale possono influenzare negativamente sia la relazione di coppia che il benessere dei bambini, se presenti. Ci si augura che il percorso di empowerment e autodeterminazione delle donne porterà queste ad essere coscienti di una relazione che non funziona: oltre alla consapevolezza, devono esserci i mezzi e le possibilità di poter decidere di interrompere tale relazione.

Riferimenti:

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