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Coronavirus: come le misure per contenerlo hanno impattato sulla comunità LGBT+

coronavirus comunità LGBT+

Photo by Martin Sanchez on Unasplsh

Il disastro su larga scala della pandemia da Coronavirus che stiamo affrontando in questi mesi non solo ha avuto sulla nostra società un impatto molto forte a livello sanitario ed economico, ma ha anche portato a riscontri negativi profondi sulla salute mentale di buona parte della popolazione.

Infatti non soltanto ha impattato moltissimo sui nostri processi sociali, interrompendo i servizi e le reti sociali, causando una comune mancanza di risorse e di socialità, ma ha anche provocato un enorme senso di insicurezza, di confusione e di urgenza. Prima di, o nei primi stadi di, una pandemia, vi è difatti un’ampia incertezza sulle possibilità e sulla gravità di essere infettati, assieme all’ambiguità, e a possibili false notizie, sui metodi di prevenzione e di gestione della malattia. L’incertezza può rimanere anche a seguito della pandemia, soprattutto relativamente alla possibilità che l’epidemia stessa sia o meno realmente terminata.

Similmente ad altri disastri naturali, infatti, le pandemie contrastano con la concezione condivisa di un mondo affidabile, con la comune ipotesi di vivere in un mondo giusto (just-world hypothesis), e ciò ci fa sentire sotto minaccia di un pericolo costante.

Alle disuguaglianze economiche e sociali dovute a questi disastri, si vanno poi ad aggiungere l’impossibilità di accedere a numerose risorse di aiuto per gli individui più vulnerabili e, di conseguenza, anche l’aumento della discriminazione razzista, anti-migranti, omofoba, bifobica e transfobica, come conseguenza dell’impossibilità di prendersela con un virus, per definizione invisibile. A causa di tale impossibilità, infatti, la rabbia viene dirottata verso minoranze come gli individui LGBT+, i migranti e gli stranieri. Il sistema sociale che è stato creato per aiutare i più fragili e i meno fortunati, nel momento del lockdown e della successiva gestione della pandemia, sembra essersi dovuto fermare, causando l’impossibilità di aiutare coloro per i quali è stato concepito.

A livello di reazioni alla pandemia, vi sono sia persone che agiscono in maniera incurante del pericolo o addirittura negando il rischio, sia, dall’altro lato dello spettro, un’ampia fetta della società che vive nell’ansia e nella paura. In quest’ultimo caso possiamo trovare individui che si rifiutano di andare a lavorare, anche con le dovute distanze e misure di sicurezza, per paura di contagiarsi, e che si isolano da persone, luoghi e cose che associano impropriamente alla malattia. Il risultato di questa paura sui più vulnerabili è una perdita di funzionamento occupazionale e di contatti sociali, oltre che di possibili nuovi impieghi, opportunità educative ed accademiche, ricreazione, libertà e supporti.

Un grave effetto avverso della pandemia da Coronavirus è l’aumento dell’isolamento sociale e della solitudine, che sono fattori fortemente associati con l’incremento di ansia, depressione, autolesionismo, e tentativi di suicidio nel corso della vita. Molte delle conseguenze della quarantena e delle misure di distanziamento fisico e sociale sono esse stesse dei fattori di rischio chiave per le problematiche legate alla salute mentale. Queste includono abuso di sostanze e alcol, gioco d’azzardo, violenza domestica, abuso infantile, e rischi psicosociali come disconnessione sociale, mancanza di significato, anedonia, anomia, apatia, sentirsi in trappola, considerarsi un peso, stress economico, lutto, perdita di funzionamento, disoccupazione, rischio di diventare senzatetto e rottura delle relazioni (Bilgili, 2020).

In ambito LGBT+ è stato riscontrato un aumento del rischio di violenza domestica, soprattutto durante la quarantena, ma anche a seguito delle successive modalità di gestione del virus più rilassate ma comunque altrettanto rigorose. Il livello di panico generale ha contribuito infatti ad aumentare il livello di stress della popolazione e, la quarantena prima e il distanziamento sociale poi, hanno causato risvolti catastrofici sugli individui all’interno di relazioni abusanti caratterizzate da episodi di violenza domestica.
Il potenziale rischio di abuso è aggravato dal non solo dallo stare a casa con il partner violento, ma anche dall’assenza, in questo periodo, dei fondamentali supporti sociali che, vista la pandemia, non possono più essere vicini o accessibili salvo tramite telefonate o SMS.
Inoltre, i professionisti della salute mentale stanno utilizzando sempre più spesso interventi telematici, che però non garantiscono la riservatezza o la protezione delle vittime, essendo svolti all’interno delle abitazioni in potenziale presenza del partner. Tutto ciò ovviamente impedisce una reale protezione dagli abusi.
Questo rischio è incrementato dall’eteronormatività con cui ci si avvicina alla tematica della violenza domestica, che esclude normalmente il discorso sulle vittime non-donne biologiche (uomini, persone transgender e non-binarie) e non-etero.
Inoltre, molte persone LGBT+ nascondono la loro relazione per via delle pressioni omofobiche, de facto rendendo ancora più difficile la risoluzione dell’abuso domestico quando esso avviene in tali coppie (Pimentel, 2020).

La temporanea chiusura o diminuzione di attività di numerosi servizi di aiuto LGBT+, oltre a rendere molto più difficile il chiedere aiuto nel caso delle vittime di violenza domestica, è di ostacolo anche alla risoluzione di problematiche esterne alla coppia, pensiamo ad esempio alla discriminazione omo-bi-transfobica all’interno delle famiglie di origine.
E’ infatti particolarmente importante da considerare, durante lo stress sociale imposto dal COVID-19, che molte persone LGBT+ sono sostenute economicamente da famiglie che non ne accettano l’omosessualità, la bi o pansessualità o la transessualità. L’emergenza Coronavirus non permette agli individui LGBT+ di esprimersi autenticamente in ambienti protetti e lontani dalla famiglia di origine, creando di conseguenza frustrazione e stress, o anche veri e propri episodi di omo-bi-transfobia.

Inoltre, il rischio sanitario si interseca con l’esperienza LGBT anche per questioni più propriamente sanitarie.
Infatti l’omo-bi-transfobia crea l’impossibilità di esprimere tristezza e vicinanza per un partner che è stato infettato dal Coronavirus. I partner, i cari e le famiglie di scelta degli individui LGBT+ morti per Coronavirus sono molto più vulnerabili in quanto, durante il lutto, non possono piangere apertamente o pubblicamente i propri cari scomparsi a causa dei timori di discriminazione e/o delle molestie legate alle loro identità, esperienze e relazioni LGBT+.

Infine, per quanto riguarda più specificamente gli individui transgender, il contatto costante con la famiglia di origine espone a maggiori discriminazioni transfobiche e, di conseguenza, a maggiori episodi di disforia perlomeno sociale.
In più, le persone transgender devono affrontare l’aumentato rischio di contagio nel rifornimento dei farmaci per la cura ormonale (visto il contatto con le realtà sanitarie) e l’aumento dello stress per il ritardo negli interventi di riassegnazione chirurgica (Rosa et al, 2020).

 

Bibliografia:

  • Bilgili, Gamze Özçürümez. (2020). Mental Health Consequences of COVID-19 Disaster. Infect Dis Clin Microbiol 2(1): 42-45.
  • Pimentel, Matt. (2020). Intimate Partner Violence during COVID-19 Isolation in the United States for Gay Men. SageSubmissions.
  • Rosa WE, Shook A, Acquaviva KD. (2020). LGBTQ+ Inclusive Palliative Care in the Context of COVID-19: Pragmatic Recommendations for Clinicians. Journal of Pain and Symptom Management.

Autore/i dell’articolo

Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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