Cosa Salverà gli Uomini dal Suicidio? – Parte I

Cosa Salverà gli Uomini dal Suicidio? – Parte I

Cosa Salverà gli Uomini dal Suicidio

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Quanto è preoccupante il rischio suicidario tra gli Uomini?

“Molti giovani uomini continuano a resistere e a reprimere i loro sentimenti e questa realtà si accompagna a una serie di sfide inedite, come dimostra il numero di uomini che nel Regno Unito arrivano a togliersi la vita. Ritenevamo che se fossimo riusciti a spingere gli uomini ad aprirsi e a parlare delle loro preoccupazioni, avremmo potuto contribuire a creare una cultura in cui è giusto che gli uomini chiedano l’aiuto di cui hanno bisogno”

(Natasha Devon, attivista inglese per la salute mentale, citata in Telegraph Men, 2015).

In tutto il mondo, gli uomini hanno maggiori probabilità di suicidarsi rispetto alle donne: la disparità fra i sessi è grosso modo sempre la stessa, con un numero di uomini circa tre volte superiore a quello delle donne (Cleary, 2019; OMS, 2014). Negli ultimi anni, le campagne pubbliche per la salute mentale che si sono rivolte agli uomini l’hanno fatto evidenziando connessioni tra il suicidio maschile e le modalità emotive e comunicative di genere. La citazione di Natasha Devon, riportata sopra, mette in relazione l’attuazione del suicidio da parte degli uomini alle difficoltà legate al genere che possono incontrare nel comunicare problemi o sentimenti. In apparenza, queste campagne sembrano incoraggianti, tuttavia, in questa sede evidenzieremo come questi approcci si basino su presupposti problematici sugli uomini e minimizzino le disuguaglianze strutturali che contribuiscono al suicidio.

L’idea che gli uomini come gruppo siano meno capaci di parlare delle loro emozioni o dei loro problemi con gli altri riflette infatti un’interpretazione semplicistica del modo in cui il genere modella le esperienze e le risposte al disagio (Galasiński, 2004). In primo luogo, e forse in maniera ovvia, questo approccio può portare a minimizzare le diversità tra gli uomini, inquadrandoli tutti come se dovessero affrontare le medesime sfide (Cleary, 2019). Le ricerche che hanno affrontato le differenze di genere nell’atto di cercare aiuto e nella comunicazione delle emozioni indicano che esistono differenze significative tra un uomo e l’altro in ogni ambito (Cleary, 2019; Farrimond, 2012; Galasiński, 2004; McQueen, 2017; O’Brien et al., 2005; Seidler et al., 2017).

Parlare agli altri vs Essere ascoltati dagli altri

È sempre più comune la tendenza a spiegare gli alti tassi di suicidio maschile con la capacità apparentemente più scarsa degli uomini di parlare dei problemi in genere – e più in generale di cercare aiuto – in particolare di quelli emotivi. Ciò ha portato allo sviluppo di campagne pubbliche sulla salute mentale che esortano gli uomini a “piangere” o a “parlare” più spesso dei problemi che devono affrontare, piuttosto che a sviluppare interventi per risolvere i problemi stessi che gli uomini affrontano.

Questa tendenza si basa su un focus sugli stili di comunicazione di genere, che ha suggerito che rispetto alle donne, gli uomini – guidati dagli ideali maschili dominanti – sarebbero più propensi a premiare l’essere “forti e silenziosi” (Courtenay, 2000; Oliffe et al., 2017). Ciò si tradurrebbe in un numero minore di casi in cui essi cercherebbero aiuto (Mallon et al., 2019; Seidler et al., 2017) e, in modo più informale, in una tendenza a evitare di parlare delle emozioni o di prendere consapevolezza dei problemi (Cleary, 2012; Möller-Leimkühler, 2003; Oliffe et al., 2017; Payne et al., 2008). Tali argomentazioni si basano sul presupposto che i problemi inevitabilmente si intensifichino e, se non hanno uno sfogo adeguato, le emozioni possono “accumularsi” fino a sfociare nel suicidio (Brownhill et al., 2005; Oliffe et al., 2017).

Recenti studi qualitativi condotti su uomini hanno fatto luce sui modi sfumati e complessi in cui i contesti relazionali, assieme alle aspettative di genere (sia degli uomini che di coloro che sono loro vicini), possono modellare la loro capacità di sentirsi connessi e compresi da coloro che li circondano (Apesoa-Varano et al., 2018; Oliffe et al., 2017). Questi studi evidenziano la qualità e la natura delle relazioni piuttosto che il “parlare” di per sé, e quanto esse contribuiscano a diminuire o ad aumentare l’isolamento, il disagio e la tendenza al suicidio negli uomini. Apesoa-Varano e colleghi, per esempio, hanno riscontrato come gli uomini più anziani che hanno riportato di avere maggiori problemi con i pensieri suicidari tendevano a fare riferimento a relazioni familiari in cui si sentivano ignorati e non ricevevano né il rispetto né il sostegno di cui avevano bisogno. In ognuno dei casi, la vergogna, l’isolamento e relazioni insoddisfacenti quando non dannose erano associati al disagio degli uomini.

Suicidio Maschile e “Piangere”, “Aprirsi” o “Parlare”

In questo articolo cercheremo dunque di smontare le ipotesi comunemente diffuse sugli uomini, sul suicidio e sulla centralità del “parlare”, dell'”aprirsi” o del “piangere” presenti nelle campagne pubbliche sulla salute mentale create per rispondere al fenomeno del suicidio maschile. Sosteniamo infatti che sia il presupposto del “piangere” o del “parlare” per “essere ascoltati”, sia l’inclusione di esso nelle campagne pubbliche per la salute mentale, siano problematici, in quanto si basano su presupposti semplicistici riguardo agli uomini e servono a distogliere l’attenzione dalle cause strutturali del suicidio maschile.

Ci baseremo su uno studio esplorativo (Chandler, 2021) che si avvale di interviste a diversi uomini residenti nel Regno Unito che hanno avuto episodi di autolesionismo, hanno tentato o pianificato il suicidio. Focalizzeremo l’attenzione sui contenuti e sul contesto del “parlare”, e concluderemo che le campagne di salute pubblica che promuovono il “parlare” o il “piangere” in risposta al suicidio maschile trascurino i contesti interpersonali e strutturali in cui questo atto del parlare si verifica, comprese le disuguaglianze strutturali, i fattori culturali e sociali offerti (o meglio, non offerti) agli uomini.
Partendo da queste intuizioni emergenti, metteremo in discussione la convinzione (implicita in molte campagne pubbliche per la salute mentale) che, se gli uomini parlassero di più, morirebbero meno di suicidio.
Come discusso di seguito, sebbene gli uomini dello studio in esame abbiano affermato la difficoltà iniziale e l’importanza del “parlare”, un’analisi critica dei loro resoconti evidenzia anche l’importanza del contenuto potenzialmente scomodo di ciò che gli uomini potrebbero dire e le sfide che i contesti – interpersonali e strutturali – pongono relativamente al “parlare” come focus della prevenzione del suicidio negli uomini.

La Necessità di Spazi Sicuri vs Parlare o Piangere in Spazi Non-Friendly

Dalle interviste dello studio, notiamo come sia difficile per gli uomini in difficoltà trovare luoghi e spazi sicuri dove essere assistiti.

Pensiamo alla storia di Stevie, un uomo che nel racconto del suo percorso verso il “cercare aiuto” ha sottolineato i molti anni trascorsi ad “automedicarsi” e a gestire da solo il suo disagio mentale, attraverso l’uso di alcol, prima di raggiungere un punto di grave sofferenza e di presentarsi ai servizi sanitari che – ha ironicamente sottolineato – lo hanno respinto perché era ubriaco.

Un altro uomo intervistato nello studio, Niall, ha mostrato un’uguale se non maggiore difficoltà a trovare servizi di assistenza al suicidio. Ha affermato sì di essere stato aiutato dal suo “parlare” a qualcuno, ma l’arco narrativo complessivo di Niall indica che la sua capacità di trarre beneficio da questo “parlare” è stata possibile solo grazie ad alcune circostanze piuttosto atipiche: un precedente lavoro nelle forze armate, insieme al coinvolgimento nel sistema giudiziario penale, hanno facilitato l’accesso a una terapia psicologica a lungo termine che altrimenti sarebbe stata estremamente difficile da raggiungere, sia in termini finanziari, sia in termini di comfort di Niall nel “parlare”. Il racconto di Niall evidenzia l’importanza di comprendere il “parlare” in riferimento al contenuto del discorso e ai contesti in cui si verifica, ognuno dei quali è plasmato da fattori sociali significativi, in questo caso la storia lavorativa e la classe socio-economica.

Considerando che la maggioranza dei senzatetto e di coloro che svolgono lavori pericolosi, usuranti e faticosi sono uomini, ciò impatta notevolmente sulla capacità di chiedere aiuto, e impedisce certamente di essere realmente assistiti per la quasi totalità di essi.

Inoltre, dalle interviste, è risultato evidente come, nonostante la condivisione di storie e il dialogo siano stati identificati da alcuni come importanti, sia stato soprattutto il valore dello spazio (degli spazi sicuri, dove essere accolti con non-giudizio ed empatia) e dello “stare insieme” agli altri, così come della capacità di un particolare operatore di creare un “luogo sicuro in cui stare”, a prevenire realmente pensieri e azioni suicidarie.
Questi resoconti sono in linea con gli appelli della letteratura esistente e delle campagne per la salute degli uomini per la creazione di spazi più “amichevoli” (male-friendly) in cui fornire supporto nei casi di disagio mentale.

 

Il Silenzio come Strategia Adattiva a risposte invalidanti al “Parlare”

Nonostante abbiano sottolineato l’importanza del “parlare” e la necessità di parlare più spesso, e in ogni caso si siano presentati nell’intervista come persone in grado di affrontare questo dialogo, diversi uomini, come Stevie e Tom, nei loro resoconti hanno parlato di silenzi continuativi: alcune cose erano ancora difficili da raccontare, soprattutto a certe persone e, a quanto pare, soprattutto ai familiari più stretti.

Si evidenziava dalle interviste come fosse preferibile il silenzio al parlare in spazi non sicuri, non-friendly, dove vige una mancanza di comprensione e vi possono essere commenti invalidanti, liquidatori, sbrigativi, sprezzanti o addirittura insultanti.

Nelle interviste, infatti, si evidenzia come molti dei contenuti dei discorsi che gli uomini dovrebbero fare nell’aprirsi non sarebbero accettati in maniera empatica e positiva, ma anzi risulterebbero praticamente non raccontabili in quasi tutti i contesti della società.

Ci sono continue stigmatizzazioni esterne, anche quando l’individuo trova la forza di aprirsi e superare le barriere interne, che sminuiscono o rigettano le richieste di aiuto maschili.
In questi casi aprirsi non è solo inutile, ma anche dannoso e foriero di un’ulteriore traumatizzazione.

E’ importante considerare gli usi e i prodotti dello stigma, per affrontare criticamente ciò che lo stigma fa (Tyler & Slater, 2018). Gli atteggiamenti stigmatizzanti possono imporre il silenzio anche agli uomini pronti a “parlare”, che così non lo faranno per timore dello stigma sociale e, se lo facessero, troverebbero biasimo, ostacoli e chiusura da parte dell’esterno.

Questo è evidente dal fatto che gli uomini non si silenziano: vengono silenziati. Infatti numerosi studi mostrano che gli uomini che partecipano a interviste sulla salute mentale e/o sul suicidio sono in grado di parlare a lungo di queste esperienze, anche riflettendo sulle loro emozioni o sentimenti (Cleary, 2012; Galasiński, 2004; Oliffe et al., 2017; River & Flood, 2021).

Inoltre, considerare i contesti in cui gli uomini possono parlare pone un cambio di prospettiva cruciale all’ipotesi che gli uomini abbiano difficoltà a parlare. Come abbiamo mostrato finora, infatti, gli uomini hanno parlato a lungo e con relativa facilità dei loro sentimenti, emozioni e problemi nei contesti adeguati come quelli di un’intervista. Tuttavia, era evidente che non sempre trovavano ascoltatori adeguati in altri contesti.

I partecipanti allo studio hanno infatti parlato di difficoltà significative nel trovare spazi appropriati in cui parlare o comunicare i loro problemi o sentimenti. Il racconto di uno degli uomini intervistati, Lewis, descrive un forte desiderio di parlare delle esperienze passate e di come si sentiva a riguardo, per affrontare l’angoscia e la tendenza al suicidio – spesso seguendo l’invito delle campagne di salute pubblica a “cercare aiuto”, “piangere” e “parlare di più”. Tuttavia, i suoi tentativi di ottenere il riconoscimento di questo desiderio da parte dei servizi di salute mentale statali sono stati descritti come a dir poco difficili:

Ed è questo che non capiscono nemmeno loro. Ad esempio, quando sono andato al reparto di salute mentale, il gruppo di crisi è venuto a parlarmi: “cos’è che ha scatenato la crisi questa settimana, Lewis?”, una cosa del genere. Io ho detto: “Devo tornare indietro” – “No, vogliamo solo sapere cosa è successo la settimana scorsa, per farti arrivare a questo”. Ho detto: “È il passato che mi fa sentire così, non c’è niente della settimana scorsa”. E loro mi hanno abbandonato, perché ho detto: “Non è niente che ha scatenato questo, è solo il modo in cui mi sento” – “smettila di rimuginare sul passato”. Ho detto: “Non sto rimuginando sul passato, il passato è ancora qui. E ha influenzato il mio futuro”. (Lewis)

Anche un altro uomo intervistato, Brad, ha parlato di come psicologi e psichiatri spesso si muovessero in contesti e relazioni sociali diseguali, e dell’assenza di spazi adeguati all’interno dei quali gli uomini possono trovare facile parlare.

Molti hanno sottolineato quanto i servizi per soli uomini siano stati fondamentali per sostenere la loro guarigione.

E’ importante notare come spesso, in questi gruppi per soli uomini, l’aiuto non passasse necessariamente dal parlare, ma anche dal fare, dal costruire relazioni e dal sentire il sostegno reciproco, anche rispettando i silenzi degli uomini che non se la sentivano di aprirsi.

Questi risultati sollevano domande sull’imperativo a parlare di più, più spesso e prima, che è stato indicato come importante dagli uomini nei loro racconti e che è ripetuto e reificato in numerose campagne pubbliche sulla salute mentale.

Ad essere importante è il semplice “parlare”, oppure sono i legami sociali che potrebbero
a) rendere possibile tale dialogo

  1. b) offrire di per sé un miglioramento riguardo alla tendenza al suicidio e ai sentimenti di vergogna, ansia o angoscia (Franklin et al., 2018)?

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Autore/i dell’articolo

Dott. Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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