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Covid e violenza di genere: una doppia pandemia

Covid e violenza di genere

Photo by Sydney Sims on Unsplash

 “Non dimenticare mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete restare vigili durante tutto il corso della vostra vita” (Simone de Beauvoir)

L’impatto globale della pandemia COVID-19 sta avendo forti ripercussioni a livello economico, sociale, storico istituzionale e scientifico e alcune categorie come le donne hanno pagato un prezzo ancora più alto, la quarantena forzata ha, infatti, portato ad un aumento dei casi di violenza di genere e dei femminicidi.

Per violenza di genere, secondo l’Assemblea generale della Nazioni Unite 1993, si intende; “Qualsiasi atto che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”. L’ONU e L’U.E. definiscono violenza di genere “Una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile. Violenza di genere, che si coniuga in: violenza fisica, sessuale, economica, psicologica”.

Dall’ultima indagine Istat disponibile del 2015 (su dati del 2014) si rileva che sono circa 7 milioni le donne dai 16 a 70 anni che nel corso della propria vita hanno subìto una qualche forma di violenza (fisica, sessuale o psicologica, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà). Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri perpetrate maggiormente da partner attuali e da ex partner. Purtroppo ancora oggi risulta che soltanto circa il 35% delle donne, che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, ritiene di essere stata vittima di un reato.

Durante il lockdown la situazione è peggiorata, le telefonate al 1522 (numero rosa antiviolenza e stalking) sono state il 73% in più rispetto al 2019 (Istat, 2019).

Il 45% delle vittime ha paura per la propria incolumità, il 72% subisce violenza ma non denuncia e secondo l’indagine Istat del 2020 il 93% dei casi di violenza è consumato tra le mura domestiche con un 64% anche di casi di violenza assistita.

Questi dati sono lo specchio di un Paese ancora culturalmente legato a vecchi stereotipi d genere radicati e difficili da cancellare infatti, la violenza sulle donne rimane ancora nel 2020 un fenomeno di portata mondiale definito dall’ OMS come uno dei principali problemi di salute pubblica.

Fattori di vulnerabilità

Durante la quarantena le persone sono state obbligate a rimanere a casa per arginare la pandemia a discapito della libertà personale. Il cambiamento delle routine, secondo molti medici e specialisti ha compromesso il benessere psicologico e la salute mentale di molti individui aumentando il livello di stress (Galea, 2020).

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) con la pubblicazione del documento “COVID-19 and Violence Against Women” del 7 Aprile 2020, ha delineato i motivi per cui il COVID-19 ha esacerbato il rischio di violenza domestica contro le donne.

Tra i fattori di vulnerabilità rientrano: lo stress, l’interruzione delle reti sociali e protettive, la riduzione dell’accesso ai servizi, l’aumento del tempo a stretto contatto con l’abusante, le perdite economiche e/o di lavoro e il supporto scolastico dei figli a carico delle donne.

In situazioni familiari già complicate, man mano che le risorse economiche diventano più scarse, aumenta il rischio che le donne siano vittime di abusi e restrizioni. L’abusante arriva a privarle dell’accesso all’uso di disinfettanti e saponi, diffondendo disinformazione sulla malattia e stigmatizzando il partner.

L’aumento dei casi di violenza domestica deriva anche dall’impossibilità per la donna di accedere a servizi come, case rifugio, assistenza legale e servizi di protezione.

Come aiutare le donne vittime di violenza durante la quarantena

In questo periodo per le donne vittime di violenza è ancora più complicato chiedere aiuto, per questo motivo le istituzioni hanno creato nuove reti di comunicazione con l’esterno. Il supporto sociale diventa un fattore protettivo contro la violenza domestica.

Tra le varie iniziative intraprese da segnalare la campagna di sensibilizzazione #Liberapuoi che ha lo scopo di promuovere il numero rosa 1522 e la relativa app per permette alle vittime di chattare in sicurezza con le operatrici e ricevere supporto. Sempre in materia digitale è stata realizzata dalla polizia di stato l’app “youPOL” grazie alla quale è possibile chattare con le forze dell’ordine e richiedere aiuto in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dagli aggressori. Anche le farmacie sono diventate un canale di aiuto dove le donne richiedendo al farmacista la “mascherina 1522” possono denunciare la violenza e chiedere aiuto. Le case rifugio e i centri antiviolenza, rimaste aperte durante la pandemia, restano comunque un punto di riferimento fondamentale, un posto sicuro dove le donne possono trovare conforto e speranza per avviare una nuova fase di vita.

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Manuela Fiori
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 25/11/2013 con il N. 20227. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, occupandosi prevalentemente di disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbo ossessivo compulsivo e disturbi di personalità. Si avvale inoltre della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), aggiornando la sua formazione con autorevoli professionisti del settore.
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