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Quando la relazione sentimentale diventa patologica

Quando la relazione sentimentale diventa patologica

Photo by Thomas Quaritsch on Unsplash

Esistono delle relazioni disfunzionali che gettano in un vortice di sofferenza, ma di cui non si può fare a meno perché, attraverso la forte emozionalità che scaturiscono, rappresentano l’unica possibilità di sentirsi vivi. Si tratta di relazioni patologiche, sbagliate, delle quali si è consapevoli, ma in cui la paura di perdere l’altro è più forte della sofferenza e dell’umiliazione stessa.

“Senza lui/lei non potrei vivere”; “Senza di lui/lei non sarei nulla”; “E’ lo scopo della mia esistenza”; “Se faccio quello che vuole, non mi abbandonerà”. Questi sono solo alcuni dei pensieri delle persone con dipendenza affettiva, una condizione patologica in cui la relazione sentimentale diventa oggetto di dipendenza, allo stesso modo in cui la droga lo è per il tossicodipendente o l’alcool per l’alcolista.

Ma si può dipendere tanto da qualcuno al punto che questo diventi come una droga? Si può dipendere tanto da qualcuno al punto di essere sottomessi al suo volere?

Per il dipendente affettivo la relazione di coppia è indispensabile, a tal punto che ogni minimo sentore di abbandono viene vissuto con grande paura e malessere profondo. Si sente il bisogno del partner per fare qualunque cosa. L’altro diventa àncora di salvezza, l’unica possibilità per essere felici e amati.

La paura di rimanere da soli e di non essere degni d’amore, sono temi centrali e costanti per chi si trova all’interno di questo tipo di relazioni. Accade così che la propria vita venga dedicata alla continua ricerca del soddisfacimento dei bisogni altrui, trascurando e negando i propri.

Ma la dipendenza di per sé è un fenomeno patologico? Se non lo è, quando lo diventa?

La dipendenza è un fenomeno tipico della specie umana e di per sé non è patologico, tanto che la prima e fondamentale esperienza di dipendenza è quella del neonato verso le figure di attaccamento, in modo particolare, dalla madre. Il neonato ha bisogno delle cure materne per sopravvivere; per cui il legame che instaura da subito con la figura di attaccamento è di completa e totale dipendenza. Il benessere del bambino sarà legato alla capacità della madre di comprendere e soddisfare i bisogni primari, non lasciandolo solo a fronteggiare frustrazioni eccessive.

Questa prima relazione di dipendenza, in cui madre e bambino sono una cosa sola, ben presto evolve in una relazione di interdipendenza, dove madre e bambino sono due individui separati alla ricerca della propria autonomia

Se da bambini si ha avuto difficoltà ad affrontare questa separazione, da grandi si potrebbe essere portati a ricercare costantemente e continuamente l’altro al fine di ottenere conforto, protezione e cura. Così facendo si investe quest’ultimo di responsabilità, anche riguardo la propria felicità.

E’ qui che subentra la patologia, quando si vivono storie tormentate, svilenti e anche violente che puntualmente finiscono nel fallimento; quando si ha difficoltà a stare soli e nel momento in cui viene a mancare il partner si ha la necessità immediata di trovare un’altra persona che vada a placare tale mancanza; quando pur di rimanere con l’altro si è disposti a mettere se stessi e la propria vita in secondo piano; quando si ha una devozione estrema per l’altro e si fa di tutto pur di perseguire il suo benessere.

Ad aggravare questo quadro subentrano anche le attribuzioni di colpa: “Si comporta così perché io sbaglio”; “Se solo fossi meno gelosa/o tutto questo non accadrebbe”; “Se si è comportato/a così è per colpa mia”; “Se mi ha offeso è perché io ho tirato troppo la corda”.

L’immagine negativa che abbiamo di noi stessi ha sicuramente radici lontane, ma la sua eco rivive nel presente attraverso la scelta di rapporti disfunzionali che limitano fortemente le nostre esperienze.

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