SOS: notifica in sospeso!

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Dipendenza da Internet

Photo by Tracy LeBlanc on Pexels

Quando l’uso dei social può creare dipendenza

Con il progresso e l’avanzare dell’era digitale, l’uomo ha subìto una metamorfosi di tipo esistenziale che lo ha visto sempre più protagonista di una realtà virtuale in cui rispondere agli standard prestabiliti di una piattaforma. Questo ha portato allo sviluppo di una vera e propria dipendenza dal punto di vista non solo cognitivo, per quanto riguarda lo stile del pensiero, ma soprattutto comportamentale e attitudinale per la scelta di determinati modelli da perseguire.

Scrollare il proprio smartphone per mettersi al pari con le notifiche ricevute, guardare i social poco dopo aver aperto gli occhi a prima mattina, pensare al suono di un messaggio su Whatsapp che non abbiamo letto perché siamo impegnati in un’altra azione, ha generato psicologicamente una fortissima sensazione di discomfort e ansia per il solo fatto di non riuscire a essere sul pezzo nell’immediato e nell’impossibilità di spuntare qualsiasi segnale di avviso che compaia sui nostri display.

E’ ciò che la ricerca ha chiamato “Nomofobia”, più precisamente, “no-mobile-phone-phobia” e cioè paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete mobile. Lo smartphone è ormai una finestra sul resto del mondo, e, per molti di noi, il principale mezzo di interazione. Sicuramente un oggetto utile, efficiente, che fornisce supporto, con il quale spesso si tende a sviluppare un legame talmente simbiotico che si arriva a percepirne la paura quando se ne resta senza. Negli ultimi anni si è assistito a un’evoluzione del concetto di dipendenza: se prima si faceva riferimento prevalentemente a un disturbo legato all’abuso di alcool o sostanze, oggi le esperienze che possono essere al centro di una dipendenza sono aumentate fino ad arrivare a comprendere tutta una serie di comportamenti che interferiscono con il sistema nervoso, con l’equilibrio neurochimico e con vari aspetti della vita della persona (Petry et al., 2018). Tra le nuove dipendenze (new addictions) a cui si fa riferimento rientrano quelle legate alle nuove tecnologie (internet, smartphone, giochi on-line, social-network e pornografia on-line), al gioco d’azzardo, allo shopping compulsivo, al lavoro, all’attività fisica ecc… Le nuove forme di dipendenza sono correlate al tipo di società e di contesto di appartenenza. L’insicurezza economica e sociale all’interno della quale gli individui si muovono, gli stili di vita stressanti, veloci e multi-tasking, basati sulla competitività e sulla spinta all’azione, da un lato generano stress, noia e frustrazione, dall’altro spingono alla ricerca della gratificazione immediata. Con il ricorso a una realtà alternativa, facilmente fruibile e, solo in apparenza, facilmente gestibile, le persone riescono a mettere in stand-by la loro sofferenza psichica e la loro consapevolezza dei propri stati interiori indesiderati e fonte di malessere.

Nel 1995, lo psichiatra americano Ivan Goldberg ha coniato l’espressione “Internet Addiction Disorder” (I.A.D.), prendendo come modello di riferimento il gioco d’azzardo patologico. La dipendenza da Internet viene descritta come “un abuso di questa tecnologia”, che determina conseguenze negative importanti sulla propria vita. I sintomi caratteristici includono il bisogno di trascorrere in rete un tempo sempre maggiore e di connettersi sempre più spesso per ottenere soddisfazione, la marcata riduzione dell’interesse per ogni altra attività che non riguardi l’uso di Internet, agitazione, sintomi depressivi e ansiosi, pensieri ossessivi o sogni su quello che sta accadendo in rete, l’incapacità di interrompere o tenere sotto controllo l’utilizzo di Internet, difficoltà del sonno, problemi familiari e coniugali, problemi lavorativi. E ancora, perdita o impoverimento delle relazioni interpersonali, modificazioni importanti del tono dell’umore, alterazioni della percezione del tempo, tendenza a sostituire il mondo reale con un luogo virtuale, pensieri disfunzionali su se stessi e sugli altri, sentimenti di inadeguatezza, insicurezza e scarsa autostima sino a problemi di natura fisico-posturale dovuti al tempo prolungato trascorso dinanzi ai dispositivi.

La Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) si è rivelata una delle forme di trattamento di maggiore efficacia nella cura delle dipendenze patologiche (Carroll et al., 2017). Le tecniche utilizzate possono essere di tipo cognitivo, ossia finalizzate al riconoscimento, alla presa di coscienza e alla modifica di quei pensieri che spingono l’individuo ad agire in maniera disfunzionale, o di tipo comportamentale, volte all’apprendimento di pattern comportamentali alternativi e maggiormente funzionali. Per quanto riguarda la terapia farmacologica, sebbene non esistano farmaci specifici per il trattamento di questo tipo di dipendenze, possono essere utilizzati stabilizzatori dell’umore e inibitori del re-uptake della serotonina (SSRI).

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).

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