Dipendenza da lavoro o “workaholism”

Dipendenza da lavoro o “workaholism”

workaholism

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Definizione e sintomi

Il primo a parlare di “Dipendenza da lavoro” fu il medico e psicologo Wayne Oates il quale, già nel 1971, coniò il termine “Workaholism”, nato dall’unione delle parole work (lavoro) e alcoholism (alcolismo), per indicare la compulsione e l’irrefrenabile bisogno di lavorare.

Si ha a che fare, dunque, con una delle cosiddette “Dipendenze Comportamentali” dove l’oggetto della dipendenza è rappresentato da un comportamento che viene messo in atto dalla persona in maniera compulsiva e incontrollata, tanto da arrivare a interferire con vari aspetti della vita della persona.

Nel caso del “Workaholism”, il comportamento problematico è dunque il lavoro, ossia una delle attività più socialmente accettate e senza la quale difficilmente si riuscirebbero a raggiungere condizioni di vita dignitose in rapporto agli standard definiti dall’attuale società moderna (Atroszko et al.; 2019). Ad oggi gli studiosi concordano del definire la dipendenza dal lavoro come un disturbo caratterizzato da due dimensioni (Balducci et al.; 2020):

  • una cognitiva, relativa all’intensa preoccupazione nei confronti del lavoro;
  • una comportamentale, definita dall’investimento di energie, forze e tempo nell’attività lavorativa.

Nonostante non vi sia ancora un vero e proprio inquadramento all’interno dei manuali diagnostici (DSM-5 e ICD-11), sono stati rilevati una serie di sintomi che definiscono la persona dipendente da lavoro. Tra questi troviamo (Veodato et al.; 2021):

  • quantità di tempo eccessiva (più di 12 ore al giorno, compresi weekend e vacanze) dedicata volontariamente e consapevolmente al lavoro, non dovuta a esigenze economiche o a richieste lavorative);
  • presenza di frequenti e intensi pensieri ossessivi e preoccupazioni collegate al lavoro (scadenze, appuntamenti, timore di perdere il lavoro) anche quando non si sta lavorando;
  • sbalzi d’umore, irritabilità e appiattimento emotivo nei confronti delle attività che non hanno a che fare con l’occupazione;
  • sintomi di astinenza, manifestati sotto forma di ansia, irrequietezza e panico, in assenza di lavoro;
  • sintomi di tolleranza, definiti dalla necessità di lavorare sempre di più per sentirsi socialmente accettati;
  • abuso di sostanze stimolati, come ad esempio caffeina.

Conseguenze

Diversi studi hanno cercato di analizzare l’impatto che il workaholism può avere sulla persona e sul suo ambiente familiare e lavorativo.

Dal punto di vista delle conseguenze individuali è stato riscontato come chi fosse affetto da una dipendenza da lavoro avesse una possibilità maggiore di riportare (Spagnoli et al.; 2019):

  • stress psicologico più elevato;
  • umore depresso;
  • ansia;
  • disturbi del sonno;
  • maggiore irritabilità;
  • dolori articolari;
  • manifestazioni psicosomatiche.

Dal punto di vista delle relazioni sociali e familiari, si è riscontrato come una condizione di workaholism sia alla base di una compromissione di tali rapporti (Hu; 2018).

È inoltre opportuno andare a considerare come una dipendenza da lavoro possa paradossalmente influire negativamente anche sul contesto lavorativo dell’individuo. Nello specifico si assiste a (Klein et al.; 2019):

  • maggiore richiesta di giorni di malattia;
  • bassa soddisfazione sul luogo di lavoro;
  • minor percezione di equità tra colleghi;
  • minore percezione di ricompense;
  • maggiore numero di infortuni sul lavoro.

Trattamento

Per quanto riguarda il trattamento, è opportuno essere consapevoli che, come per altri tipi di dipendenza, la messa in atto di un comportamento compulsivo da un punto di vista lavorativo può rappresentare per l’individuo una vera e propria strategia di coping attraverso la quale la persona tenta di alleviare sentimenti di ansia, vuoto e bassa autostima, dedicando tutto il proprio tempo ed energie all’attività lavorativa.

Un altro aspetto da tenere in considerazione, prima di affrontare il trattamento vero e proprio, è che il lavoro fa parte della vita di una persona adulta e che, come già sottolineato in precedenza, una maggiore produttività tende ad essere premiata all’interno della nostra società.

Adottando questa prospettiva sarà possibile iniziare a impostare un trattamento nei confronti di questi pazienti. A tal proposito la Terapia Cognitivo-Comportamentale risulta essere uno dei trattamenti evidence-based maggiormente efficaci.

Tale approccio terapeutico si avvale di tecniche cognitive che porteranno la persona ad essere consapevole di tutti quei pensieri e modi di riflettere, più o meno automatici, che portano a sperimentare determinate emozioni nei confronti dell’attività lavorativa.

Altresì importante è l’utilizzo di tecniche comportamentali finalizzate all’acquisizione e alla messa in atto di comportamenti alternativi e maggiormente funzionali mediante i quali la persona potrà gradualmente imparare a gestire la propria dipendenza da lavoro.

Bibliografia

  • Atroszko P.A., Demetrovics Z., Griffiths M.D.; “Beyond the myths about work addiction: Toward a consensus on definition and trajectories for future studies on problematic overworking”; 2019.
  • Balducci C., Spagnoli P., Clark M.; “Advancing workaholism research”; 2020.
  • Hu L.; “A review of workaholism and prospects”; 2018.
  • Klein L.L., Pereira B.A.D., Lemos R.B.; “Qualidade de vida no trabalho: parâmetros e avaliação no serviço público”; 2019.
  • Spagnoli P., Balducci C., Fabbri M., Molinaro D., Barbato G.; “Workaholism, intensive smartphone use, and the sleep-wake cycle: A multiple mediation analysis”, 2019.
  • Veodato T., Pedro D., Garcia I.M., Aroni P.; “Workaholism and quality of life: an integrative literature review”; 2021.

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