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Aree cerebrali coinvolte nella diffusione dell’identità del disturbo boderline di personalità

disturbo boderline di personalità

Photo by  Ken Treloar on Unspalsh

Secondo il DSM 5, il Disturbo borderline di personalità (BPD) è caratterizzato da un modello pervasivo di instabilità delle relazioni interpersonali, degli affetti e della identità e da una marcata impulsività che inizia nella prima età adulta e si esprime in una varietà di contesti.

La principale caratteristica psicopatologica del BPD è l’alterazione o la diffusione dell’identità che non garantisce un senso d’identità stabile e coerente attraverso una integrazione significativa della propria storia, costruita grazie ad una coerenza tra eventi passati, presenti e prospettiva futura che dovrebbe esulare in una narrazione coerente di vita.

Nei pazienti con BPD il senso coerente di sé e degli altri sono carenti e il processo di formazione dell’identità è compromesso. Il deficit di integrazione dell’identità è evidente, infatti, nella frammentazione del sé narrativo, che comprende una mutevole visione di sé stessi, con ruoli e relazioni interpersonali poco stabili e che si traducono in una sensazione di vuoto interiore. Inoltre, la ricerca sostiene che gli individui con BPD hanno difficoltà nella differenziazione tra sé stessi e gli altri, non riuscendo a definire i confini psicologici (Beeney et al., 2016) e mostrano processi cognitivi ed emotivi autoreferenziali anche a livello neurobiologico. Negli ultimi decenni, infatti, studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno cercato di identificare le aree cerebrali coinvolte nella costruzione e nella integrazione dell’identità anche nei pazienti con diagnosi di BDP (Beeney et al., 2016). Durante diversi compiti sociali in fMRI, gli individui con BPD con scarsa differenziazione sé-altri mostravano una iperattivazione nella corteccia prefrontale mediale, nella giunzione temporo-parietale, in diverse regioni del polo frontale, nel precuneo, nel giro temporale mediale, quindi in tutte aree cruciali per la cognizione sociale. Tuttavia sembra che solo uno studio abbia potuto spiegare la relazione tra funzionamento della personalità borderline in termini di integrazione dell’identità e attività delle strutture cerebrali, in un campione clinico, mostrando come una significativa diminuzione del livello di disattivazione nella struttura della linea mediana corticale anteriore e posteriore potesse essere in grado di prevedere i bassi livelli di funzionalità ed i problemi dell’integrazione dell’identità (Doering et al., 2012).

Il concetto di identità personale è collegato alle memorie autobiografiche e si esprime in un processo di pensiero riflessivo attraverso il quale formiamo collegamenti tra gli elementi della nostra vita e, di conseguenza, la memoria autobiografica può essere considerata un indice indiretto del livello di integrazione e coerenza delle identità (Lilgendahl e McAdams, 2011). In tal senso, studi di neuroimaging hanno scoperto aree specifiche coinvolte nel processamento delle memorie autobiografiche identificandole nella corteccia cingolata posteriore, nella corteccia prefrontale mediale sinistra, nel lobulo parietale inferiore, nella congiunzione temporo-parientale e nell’ipotalamo. Ad esempio D’Argembeau et al. nel 2014 hanno dimostrato una anormale attivazione neurale nei pazienti con BPD in regioni che contribuiscono al trattamento di ricordi autobiografici, come la corteccia prefrontale dorsolaterale, un’area cerebrale coinvolta nel controllo cognitivo attraverso processi referenziali e non autoreferenziali.

In uno studio tutto italiano del 2019 (Bozzatello et al., 2019) si è indagata la differenza nel funzionamento del cervello tra pazienti con BPD con diffusione dell’identità e controlli sani, durante un compito di memoria autobiografica, con fMRI. Gli autori hanno ipotizzato che i pazienti con BPD potrebbero mostrare una iper-attivazione di specifiche aree cerebrali durante il richiamo di eventi di vita significativi, sia risolti che irrisolti, diversamente dai controlli. Le differenze significative che sono state registrate tra i due gruppi interessati al reclutamento hanno riguardato l’insula, corteccia cingolata anteriore, corteccia prefrontale mediale, corteccia prefrontale dorsolaterale e giunzione temporo-parietale.

La corteccia cingolata anteriore è una regione del cervello implicata nell’elaborazione attenzionale ed emotiva ed è un punto di integrazione per informazioni viscerali, attentive ed emotive mentre la corteccia prefrontale dorsolaterale è tipicamente coinvolta durante processi di recupero deputati per ricostruire eventi passati. Questa area del cervello può mediare la ricostruzione dei dettagli di episodi emotivamente rilevanti. L’attività combinata di tutte queste aree cerebrali ha un ruolo centrale nella creazione di narrazioni personali, contribuendo alla forma e al senso coerente e stabile di sé. Nei pazienti con BPD si è riscontrata una iperattività in queste zone dovute a un tentativo, che però spesso risulta inefficiente, di ricostruzione della narrazione coerente di eventi significativi della vita. Pertanto, possiamo dedurre che i pazienti con BPD, pur mostrando una tendenza all’elaborazione degli eventi, risultano scarsamente integrati in una prospettiva emotiva e cognitiva coerente. Una spiegazione alternativa potrebbe essere che i pazienti con BPD hanno la tendenza a sovra-generalizzare i ricordi autobiografici come funzione protettiva prevenendo alcuni degli effetti negativi associati ai ricordi. Questo giustifica anche la difficoltà a ragionare sugli stati mentali dell’altro, rendendo difficile l’incontro interpersonale.

Questi dati rilevati dal gruppo di ricercatori italiano cerca di fornire quante più informazioni possibili circa uno dei segni cardine del disturbo borderline di personalità, rispetto al quale si sa molto circa la fenomenomenologia ma poco sui sub-strati anatomici. Alla luce di quello che sappiamo sulle aree deputate al controllo e alla gestione di materiale a contenuto emotivo, quello che emerge dallo studio con fMRI risulta abbastanza coerente.

 

Riferimenti

  • Beeney, J.R., Hallquist, M.N., Ellison, W.D., Levy, K.N., (2016). Self-other disturbance in borderline personality disorder: neural, self-report, and performance-based evidence. Personal Disord 7 (1), 28e39.
  • Bozzatello, P., Morese, R., Valentini, M.C., Rocca, P., Bosco, F., Bellino, S. (2019) Autobiographical memories, identity disturbance and brain functioning in patients with borderline personality disorder: An fMRI study. Heliyon. Mar 19;5(3):e01323.
  • D’Argembeau, A., Jedidi, H., Balteau, E., Bahri, M., Phillips, C., Salmon, E., (2012). Valuing one’s self: medial prefrontal involvement in epistemic and emotive investments in self-views. Cerebr. Cortex 22 (3), 659e667.
  • Doering, S., Enzi, B., Faber, C., Hinrichs, J., Bahmer, J., Northoff, G., (2012). Personality functioning and the cortical midline structures–an exploratory FMRI study. PLoS One 7 (11), e49956.
  • Lilgendahl, J.P., McAdams, D.P., (2011). Constructing stories of self-growth: how individual differences in patterns of autobiographical reasoning relate to wellbeing in midlife. J Pers 79 (2), 391e428

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Virginia Valentino

Psicoterapeuta. Tratta disturbi d’ansia, depressione, disturbi sessuali e disturbi della personalità applicando la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e si occupa di neuropsicologia dell’adulto, occupandosi di valutazione e riabilitazione cognitiva in pazienti con malattie neurodegenerative.È autrice di lavori divulgativi di carattere scientifico su riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti la neuropsicologia e la psicologia clinica.


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