skip to Main Content

Istituto A.T. Beck - Centro Psicoterapia Roma

Piazza San Bernardo, 109
Roma 00187
+39 06 4819817
info@istitutobeck.it

Istituto A.T. Beck - Centro di Formazione e Psicoterapia Roma

Via Gioberti, 54
00185 Roma
+39 06 44703820
info@istitutobeck.it

Istituto A.T. Beck - Centro di Formazione e Psicoterapia Caserta

Corso Trieste, 33
8100 Caserta
+39 06 44703820
info@istitutobeck.it

Se hai bisogno di aiuto o semplicemente vuoi contattare l'Istituto A.T. Beck per qualsiasi informazione,
puoi compilare il modulo sottostante.

Si, acconsento a ricevere informazioni, promozioni e offerte esclusive e all'invio di materiale informativo e promozionale tramite email o posta

La relazione di attaccamento e i correlati neurali del Disturbo Borderline di Personalità

Disturbo Borderline di Personalità

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Ciascuno di noi quotidianamente è immerso in una fitta rete di relazioni sociali in molteplici contesti: dal lavoro, alle relazioni familiari e amicali, fino ad arrivare alle relazioni con il nostro/a partner. All’interno di esse mettiamo in gioco continuamente le nostre abilità sociali, le nostre emozioni e i pattern relazionali che abbiamo appreso durante l’infanzia. La qualità delle relazioni che abbiamo intessuto con i nostri caregivers nei primi anni di vita viene appresa al pari di ogni altro comportamento e riprodotta nelle interazioni sociali in età adulta. A causa di un ambiente invalidante, che non valorizza e non riconosce le emozioni del bambino, i suoi reali bisogni (fisiologici e psicologici) e le sue necessità, potrebbe strutturarsi un’idea di sé come persona non degna di ricevere né cure né amore. Purtroppo, non è raro dover constatare che dietro relazioni sentimentali insane si nascondono esperienze personali di trascuratezza, negligenza emozionale e addirittura un vero e proprio profilo psicopatologico: il Disturbo Borderline Di Personalità (DBP).

Gli individui affetti da questo disturbo vivono le relazioni con la costante paura di poter essere abbandonati dalle persone a cui si legano. Talvolta questo timore non è espresso mediante le parole, ma viene agito attraverso comportamenti aggressivi (auto-diretti ed etero-diretti), controllanti e svalutanti nei confronti del proprio partner e ha come esito proprio quello più temuto: il rifiuto e l’abbandono. Essi oscillano continuamente tra idealizzazione e svalutazione dell’altro (e di sé stessi) come se fossero imprigionati in un vortice che continuamente cambia senso di rotazione, senza mai arrestarsi. La radicata convinzione di inadeguatezza e inferiorità fa sì che possano sperimentare ansia e vissuti depressivi, fino ad arrivare a compiere gesti estremi come l’autolesionismo, l’abuso di sostanze e finanche il suicidio.

Ma cosa rende questi individui così fragili e in un costante stato di precarietà emozionale? Le ricerche evidenziano come alla base di questa patologia ci sia un deficit nella cognizione sociale, il quale potrebbe avere un ruolo determinante nel causare la loro instabilità emotiva (Zrinka Sosic-Vasic et al., 2019). Quando parliamo di cognizione sociale ci rifermiamo alla capacità di un individuo di riconoscere negli altri intenzioni ed emozioni e adeguare così il proprio comportamento durante le interazioni sociali. Un interessante articolo pubblicato sul Giornale Italiano di Psicopatologia (M. Poletti, 2008) illustra chiaramente come avviene da un punto di vista neurale il processamento degli stimoli sociali. Esso avverrebbe in maniera sequenziale attraverso tre principali circuiti neurali a cui partecipano strutture corticali e sottocorticali: la corteccia inferiore occipitale e le regioni inferiori della corteccia temporale giocherebbero un ruolo fondamentale nell’attribuzione della valenza sociale di uno stimolo; l’amigdala, l’ipotalamo, lo striato ventrale e la corteccia orbitofrontale ne conferirebbero la valenza emozionale etichettandolo come neutro o pericoloso predisponendo l’individuo all’azione; le aree prefrontali sarebbero responsabili della costruzione di una rappresentazione cosciente interna delle caratteristiche sociali della situazione, dell’inferenza degli stati mentali altrui, e infine della regolazione o inibizione di comportamenti non adeguati al contesto sociale. Una recente ricerca ha evidenziato come i pazienti BPD pur avendo una maggiore sensibilità alle emozioni di altre persone, siano meno abili nella lettura delle loro motivazioni ed intenzioni. Alcuni ricercatori hanno sottoposto venti donne con diagnosi di disturbo borderline di personalità e venti donne sane (tra i 18 e i 40 anni) alla visione di scene rappresentanti reazioni di alcuni individui ad una perdita o ad una separazione, e scene con contenuto neutrale e ne hanno registrato l’attivazione cerebrale. Nelle pazienti (a differenza del gruppo di controllo delle donne sane) è stata registrata una maggiore attivazione delle regioni senso-motorie ed in particolare della corteccia sensorimotoria sinistra e l’insula posteriore dorsale sinistra che fanno parte del complesso sistema dei neuroni a specchio. L’attivazione di questo gruppo di neuroni sarebbe associata al contagio emotivo durante le interazioni sociali a cui i pazienti con DBP sarebbero maggiormente sensibili. Al contrario le rilevazioni di neuroimaging hanno mostrato una ridotta attivazione del giro frontale inferiore particolarmente coinvolto negli aspetti più complessi della cognizione sociale: sarebbe così spiegato il basso livello di mentalizzazione in questi pazienti durante le interazioni sociali. L’acquisizione di questa capacità viene messa in relazione con un legame di attaccamento insicuro con il proprio caregiver (Fonagy, 2004): l’attribuzione di significato alle proprie esperienze emotive si sviluppa per opera del rispecchiamento esercitato dalla figura di attaccamento. Secondo alcuni studiosi (Fonagy e Bateman, 2004) l’intervento terapeutico con questo tipo di pazienti, deve mirare a rinforzare proprio la capacità di mentalizzazione attraverso una relazione terapeutica “sicura”.

Un bambino a cui non vengono riconosciute le proprie esperienze emozionali, non riuscirà a discriminare correttamente quello che prova ritendendosene addirittura responsabile. Questa modalità relazionale con il caregiver non farà altro che gettarlo nel caos di idee e sentimenti, alimentando con il tempo la rabbia che sarà riversata sugli altri e su se stesso.

 

Bibliografia

  • Poletti (2008). Deficit dei processi di cognizione sociale nella demenza frontotemporale: una base cognitiva per i disturbi del comportamento interpersonale e della condotta sociale. Giorn Ital Psicopat 2008; 14:197-210.
  • Zrinka Sosic-Vasic, Julia Eberhardt, Julia E.Bosch, Lisa Dommes, Karin Labek, Anna Buchheim, Roberto Viviania (2019). Mirror neuron activations in encoding of psychic pain in borderline personality disorder. Neuroimage: Clinical Volume 22, 2019, 101737.
  • Bateman AW, Fonagy P. (2004). Mentalization-based treatment of BPD. J Pers Disord. 2004 Feb;18(1):36-51.

Autore/i dell’articolo

Dottor Alessandro Valzania - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritto all’ordine degli psicologi della regione Lazio n. 18837.Dottore di ricerca in psicobiologia e psicofarmacologia presso il dipartimento di psicologia Università “La Sapienza di Roma”.Il Dott. Valzania è Docente dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Inoltre, è Docente dell’International College of Osteopathic Manual MedicineHa conseguito il Master “Guarire il Trauma: valutazione, relazione terapeutica e trattamento del trauma semplice e complesso” presso l’Istituto A.T. Beck di Roma; ha conseguito il Master “Dipendenze da internet e gioco d’azzardo. Ritiro sociale e cyberbullismo” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Il Dott. Valzania è inoltre terapeuta EMDR di I° livello.Il Dott. Valzania si occupa di clinica dell’età adulta, prevalentemente di Disturbi della personalità, Trauma semplice e complesso e di dipendenze comportamentali. Si occupa di ricerca preclinica e clinica con pubblicazioni internazionali sulla controllabilità dello stress, depressione, abuso di sostanze e trauma infantile. 
Back To Top