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Disturbo borderline di personalità: funzionamento e metacognizione

Disturbo borderline di personalità

Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash

Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) ha una prevalenza di circa il 6%. Sebbene venga diagnosticato prevalentemente nel sesso femminile (75% dei casi), attualmente non sembrerebbe esserci una chiara differenza nella sua prevalenza tra maschi e femmine.

Ad oggi, il disturbo borderline colpisce il 4-6% di coloro che frequentano i servizi di assistenza primaria, e le persone con questo disturbo vanno dal loro medico di medicina generale più spesso e segnalano un danno psicosociale maggiore rispetto a quelle senza disturbo. Circa il 40% di coloro che sono in contatto con servizi di salute mentale secondari sono affetti da disturbo della personalità, di cui il borderline è il tipo più comune (APA, 2014; Hall, Moran, 2019).

Funzionamento

Caratteristiche essenziali del DBP sono l’instabilità dell’immagine di sé, degli obiettivi personali, delle relazioni interpersonali e degli affetti, accompagnata da impulsività, tendenza a correre rischi e ostilità. Ciò inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti (APA, 2014).

Centrale è il desiderio di protezione e accudimento che viene manifestato in modo molto intenso e acuto. La persona con disturbo borderline ha l’aspettativa che tale desiderio rimarrà insoddisfatto, che andrà incontro a un finale già scritto in cui l’altro risponderà alle sue richieste di cura trascurandola, abbandonandola o maltrattandola. Sperimenta, a quel punto, un profondo senso di abbandono e reagisce con rabbia all’ingiustizia subita.

Alla luce di ciò, si muove nelle relazioni in linea con tale aspettativa. L’abbandono e i soprusi sono dietro l’angolo e la rabbia diviene un modo che la persona utilizza per difendersi.

Sovente, questo comporta un reale allontanamento dell’altro che, inevitabilmente, va a confermare la previsione temuta dalla persona e lascia il suo desiderio iniziale inappagato. Disperata e per evitare nuovi abbandoni si chiude in se stessa, ma in poco tempo il bisogno di essere accudita riemerge prepotente e con esso l’aspettativa temuta facendo, così, ripartire la solita sequenza relazionale (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019; Dimaggio, Semerari, 2003).

Metacognizione

A livello metacognitivo tre disfunzioni danno vita a un circolo vizioso che mantiene il disturbo. Le prime sono le disfunzioni nell’integrazione che fanno sì che la persona sperimenti molta difficoltà nel conservare una visione unitaria di sé e dell’altro, ossia un’estrema difficoltà a mantenere contemporaneamente nello scenario mentale rappresentazioni diverse di sé e dell’altro. La persona con disturbo borderline, ad esempio, può descrivere il partner come inaffidabile ed egoista quando, solo qualche ora prima, appariva affidabile e amorevole. La seconda è la disregolazione emotiva, ovvero l’enorme difficoltà, una volta attivata l’emozione, a compiere le operazioni necessarie per ridurne l’intensità e ritornare al tono emotivo di base. Infine, la terza riguarda la difficoltà a differenziare, ossia la fatica, in alcuni momenti, a distinguere tra realtà interna ed esterna, a vedere le proprie idee come ipotesi e non certezze.

Questi tre ingredienti creano un circolo vizioso in cui la difficoltà a integrare porta la persona ad avere idee su di sé e sugli altri dicotomiche ed estreme generando, dunque, emozioni molto intense che poi diventano difficili da regolare. La disregolazione emotiva, dal canto suo, conduce a un aumento estremo delle emozioni che portano la persona a non riuscire ad avere una visione unitaria di sé e dell’altro. Infine, in uno scenario così caotico e convulso, la difficoltà a differenziare nutre e viene nutrita dagli altri due elementi.

Un aspetto rilevante nella persona con disturbo borderline è rappresentato dal Sé indegno, ossia dalla percezione che vi sia in sé qualcosa di intrinsecamente sbagliato, strano, orrendo, folle, mostruoso, cattivo, inetto. Alla luce di ciò, la mente ristagna in uno stato di incessante autoinvalidazione, ripugnanza, disgusto e rabbia verso se stessa.

Altro aspetto importante è costituito dal Sé vulnerabile, ossia dalla percezione di poter essere facilmente ferita, abbandonata, annientata, aggredita; tale idea di sé può accompagnarsi a una intensa paura, sintomi di ansia, disturbi dissociativi.

Queste due, profondissime e radicate, rappresentazioni di sé conducono verso vari stati mentali problematici (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019; Dimaggio, Semerari, 2003).

 

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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