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Disturbo borderline di personalità in adolescenza: un girotondo disfunzionale tra sintomi, temperamento e comportamenti genitoriali

Disturbo borderline di personalità in adolescenza

Photo by Timothy Paul Smith on Unsplash

Il Disturbo Borderline di personalità (DBP) è un grave disturbo psicologico che insorge durante il periodo dell’adolescenza o della prima età adulta. È caratterizzato da una disfunzione relativa all’ambito delle emozioni, dei comportamenti, delle relazioni sociali e del senso di sé (American Psychiatric Association, 2000). Per i clinici, il trattamento del DBP è sempre stato una sfida anche perché il disturbo è spesso associato a significative limitazioni e implicazioni nella qualità di vita delle persone che ne soffrono: stigma sociale, elevato rischio di suicidio (50% maggiore rispetto alla popolazione generale), scarsi risultati in ambito sociale, occupazionale e, nel caso dei più giovani, accademico.Da anni ormai la letteratura suggerisce che i sintomi del DBP sono riconoscibili dall’adolescenza, se non già nell’infanzia nonostante la diagnosi prima dell’età adulta è sempre fonte di controversie. In aggiunta le ricerche indicano che i sintomi del disturbo negli adolescenti siano molto simili a quelli che si ritrovano nella popolazione clinica adulta ritenendoli quindi predittivi (Serati & Altamura, 2010 in Stepp et al., 2014). Inoltre i sintomi sembrano avere una moderata stabilità tra i 14 e i 24 anni (Bornovalova ate al., 2011) con un picco tra i 14 e i 17 anni e un declino in termini di gravità, tra i 17 e i 24 anni suggerendo quindi che il primo periodo risulti essere quello più critico. Per quanto riguarda il genere, si stima che il 31%-61% delle ragazze con disturbi inerenti la sfera psicologica o che hanno subito una ospedalizzazione di natura psichiatrica soddisifino i criteri per la diagnosi del disturbo borderline di personalità, suggerendo quindi che il sesso femminile sia più bisognoso di interventi di prevenzione e cura (Stepp et al., 2014).

Ma cosa sappiamo del disturbo prima dell’età adulta? Alcuni studi hanno voluto indagare gli aspetti legati al periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Una combinazione di fattori temperamentali, psicopatologia presente nei genitori (in primis caratteristiche antisociali o disturbi dell’umore (Trull, 2001)) ed esperienze precoci potrebbero esserne la causa. Inoltre, la teoria biosociale (Linehan, 1993) suggerisce che l’ambiente e l’individuo si influenzano continuamente l’un l’altro: secondo questa teoria, quindi, un bambino disregolato emotivamente e comportamentalmente potrebbe sfidare i genitori ed evocare in loro risposte disfunzionali che a loro volta ne promuovono di nuovi nel bambino. Tuttavia, queste teorie sono state raramente esplorate in modo prospettico poiché la maggior parte della ricerca si è concentrata sull’ipotesi che la genitorialità fosse una causa, ma non un effetto nel DBP. Pertanto, sono stati ampiamente ignorati in questa popolazione clinica, gli effetti di specifici comportamenti infantili su determinate pratiche genitoriali. Inoltre, sono rari gli studi longitudinali che hanno testato le relazioni bidirezionali tra questi costrutti e come essi possano cambiare in base ai vari periodi dello sviluppo. Queste sono le premesse che hanno spinto un gruppo di ricercatori dell’Università di Pittsburg (USA) a studiare le associazioni bidirezionali tra le traiettorie di sviluppo dei sintomi del DBP e specifici comportamenti genitoriali in uno studio longitudinale che ha coinvolto 2451 ragazze dai 14 ai 17 anni di età.  Nello studio si è anche voluto indagare le variazioni da un anno all’altro dei sintomi delle ragazze e dei comportamenti genitoriali per determinare la precedenza temporale. Cioè, i ricercatori hanno voluto vedere se l’aumento della presenza in termini di tempo di determinati sintomi faccia da guida ai comportamenti genitoriali o viceversa. I risultati della ricerca evidenziano che le traiettorie di sviluppo dei sintomi del DBP e i cambiamenti nei comportamenti dei genitori erano moderatamente associati, suggerendo così una relazione reciproca. La lunghezza temporale di specifici sintomi era correlaga ad un aumento della durata delle punizioni e ad una riduzione dei comportamenti supportivi e di calore da parte dei genitori. Questi ultimi compotamenti genitoriali risultano poi essere predittivi di un aumento, in termini di quantità, dei sintomi.L’impulsività temperamentale infantile, l’affettività negativa e la psicopatologia genitoriale risultano essere associati alle traiettorie relative ai comportamenti dei genitori mentre esclusivamente le caratteristiche del bambino (vedi per esempio il temperamento) sembrano predire maggiormente le traiettorie del disturbo. La conoscenza di queste reciproche relazioni diventa quindi un prezioso dato da tener conto nel momento della presa in carico del ragazzo e della sua famiglia, a mio avviso, indipendentemente dal genere nonostante lo studio si sia focalizzato solamente sulla popolazione femminile.

Bibliografia

  • Bornovalova M.A., Hicks B.M., Patrick C.J., Iacono W.G., McGue M. Development and validation of the Minnesota Borderline Personality Disorder Scale. Assessment. 2011; 18:234–252
  • Holm A.L., Severinsson E. Struggling to recover by changing suicidal behaviour: Narratives from women with borderline personality disorder. International Journal of Mental Health Nursing. 2011; 20:165–173
  • Linehan, M.M. Cognitive behavioral treatment of borderline personality disorder. New York: Guilford Press; 1993
  • Stepp S.D., Whalenb D.J., Scotta L.N., Zalewskia M., Loebera R. and Hipwell A.E. Reciprocal- effects of parenting and borderline personality disorder symptoms in adolescent girls. Developmental Psychopatholy. 2014; 26(2): 361–378
  • Trull TJ. Structural relations between borderline personality disorder features and putative etiological correlates. Journal of Abnormal Psychology. 2001; 110:471–481

Autore/i dell’articolo

Roberta Rubbino
Psicologa-Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnostica, Responsabile Area Età Evolutiva "Beck for Kids" e docente dell'Istituto A.T.Beck .Si occupa prevalentemente di clinica relativa all’infanzia e all’ adolescenza. Per anni ha lavorato nell'ambito della neuropsicologia dell'età adulta e dell'età evolutiva in strutture ospedialiere in Italia e all'estero sia ai fini clinici che di ricerca. In Istituto si occupa anche della organizzazione e realizzazione dei gruppi di Mindfulness per pazienti oncologici (MBCT-CA). La dott.ssa Rubbino è full member della Società Internazionale di Schema Therapy (SIST) e membro fondatore della Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED). Di recente insieme alla dott.ssa Montano ha curato l'edizione italiana del protocollo di Mindfulness per bambini ansioni (MBCT-C).
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