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La chirurgia estetica e il Disturbo di Dismorfismo Corporeo: al confine tra l’immagine reale e ideale di noi stessi

Disturbo di Dismorfismo Corporeo

Photo by Vince Fleming on Unsplash

Ci sono giorni in cui guardando la nostra immagine riflessa nello specchio, non riusciamo a tollerare qualche imperfezione fisica nel nostro corpo o nel nostro viso. Spesso la sensazione di rifiuto verso noi stessi è influenzata dal nostro stato d’animo; il modo in cui ci percepiamo esteriormente può dipendere da come ci sentiamo interiormente. Questo “effetto filtro” tra il nostro mondo interiore e il modo di percepire il nostro corpo, non deve spaventarci. Talvolta capita di vedersi “orribili” semplicemente perché si è molto stanchi, arrabbiati, tristi o particolarmente stressati.

Altre volte invece, quell’imperfezione fisica (reale o immaginaria) diventa un tormento, l’unità di misura in base alla quale far oscillare la propria autostima; la condizione “senza la quale” poter essere amato e accettato da chi ci circonda. In quel dettaglio fisico che ci infastidisce si concentra “tutto quello che di noi non vogliamo raccontare; tutto quello che ci fa paura; tutto quello si vorrebbe avere e al tempo stesso annientare”. Quel “difetto fisico” diventa il principale nemico che ostacola il raggiungimento della nostra serenità, quindi il bersaglio da eliminare.

La rappresentazione mentale che abbiamo del nostro corpo può quindi essere distorta, non corrispondente alla realtà tanto da configurare un vero e proprio quadro patologico: il Disturbo di Dismorfismo Corporeo. La persona che soffre di questa patologia vive nella costante preoccupazione dei propri difetti fisici (reali o presunti) e tende a compiere azioni ripetitive come guardarsi allo specchio o curarsi eccessivamente; paragonare continuamente il proprio aspetto fisico a quello degli altri; richiedere continue rassicurazioni circa il proprio aspetto. L’alterata percezione della propria immagine corporea può essere tale da generare una compromissione delle relazioni interpersonali e riflettersi anche sul proprio lavoro. Ma in che modo? La persona può erroneamente credere che il proprio corpo sia deforme, mostruoso e addirittura scegliere l’isolamento sociale come unica strategia per evitare la disapprovazione altrui. Può arrivare a pensare che apportando modifiche o ripetuti ritocchi al proprio corpo possa ottenere apprezzamento dagli altri ed essere ritenuto degno d’amore.

In questa prospettiva la chirurgia estetica può essere inquadrata come la soluzione più rapida per risolvere problemi di altra natura, molto spesso connessi all’autostima, all’ansia sociale o a vissuti di inadeguatezza. E’ più semplice illudersi che con un tocco magico del chirurgo ogni cosa possa tornare al suo posto, dentro e fuori: “gli altri finalmente mi accetteranno e grazie agli altri anche io potrò accettarmi”. Come riportato nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (APA, 2014) il disturbo di dismorfismo corporeo è presente nei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia estetica in una percentuale che va dal 3% al 53%. Questi dati statistici testimoniano come, sempre più frequentemente, le persone ricerchino soluzioni rapide ai loro problemi senza dover impiegare troppe risorse ed energie. Ma non è raro osservare persone che dopo aver effettuato il primo intervento rimangono deluse perché stentano a riconoscersi o anche perché quel corpo riflesso nello specchio non corrisponde all’immagine ideale che ci si è costruiti nella mente. L’accanimento verso il raggiungimento dell’ideale di bellezza desiderato genera frustrazione e porta con sé ulteriore sofferenza che si somma a quella già presente.

E’ dilagante l’idea che il bello equivalga alla perfezione, quale condizione di accettazione sociale. Purtroppo questa falsa credenza viene convalidata continuamente dai mass media che mostrano immagini di corpi avvenenti, a cui si associano successo e realizzazione (personale e professionale). L’effetto del condizionamento esercitato da questa credenza sulle nostre scelte e sulla nostra autostima, può essere devastante. “L’eccessiva importanza riservata all’immagine corporea è frutto dell’errata convinzione che, per essere socialmente accettati, è necessario apparire in forma uguale, se non addirittura migliore, a quella dei modelli proposti dai media. E’ innegabile che questi ultimi fungono da elementi decisivi per la formazione d’ideali e convinzioni d’ogni singolo soggetto” (Mian, 2006).

Alla luce di queste considerazioni, non sorprende come negli ultimi anni i disturbi dell’immagine corporea e gli interventi di chirurgia estetica (anche tra i più giovani) stiano aumentando di pari passo. Pertanto, diventa doveroso per gli specialisti che operano nel settore della chirurgia estetica, ponderare adeguatamente la scelta di effettuare o meno un intervento avvalendosi della possibilità di sottoporre il paziente ad un preliminare consulto psicologico.

Sempre più spesso c’è bisogno di una figura specialistica competente (più frequentemente di uno psicoterapeuta) che ci apra gli occhi sulle implicazioni psicologiche che sottendono la volontà di ricorrere a un intervento di chirurgia estetica, che ci indichi la strada da percorrere (anche se più lunga e tortuosa) e ci faccia scoprire, con la stessa meraviglia di un bambino, che la soluzione alberga dentro di noi piuttosto che in un tagliente e freddo bisturi.

 

Riferimenti:

 

  • Mian E. (2006). Viaggio all’interno dell’immagine corporea. Firenze: Phasar.
  • American psychiatric association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM 5. Milano: Cortina, 2014.
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