Il disturbo post traumatico da stress e i suoi effetti

Il disturbo post traumatico da stress e i suoi effetti

disturbo post traumatico da stress e i suoi effetti

Photo by Viktoria Goda on Pexels

Quando accadono delle cose terribili e spaventose molte persone ne restano colpite per lungo tempo. A seguito di un evento considerato traumatico, tale da essere percepito al di fuori del proprio controllo, molte volte sentiamo parlare di stress post-traumatico o, meglio, “disturbo post traumatico da stress” conosciuto in letteratura medico scientifica con l’acronimo PTSD. Come dice l’espressione stessa, si tratta di una sindrome patologica che può svilupparsi in persone che hanno subìto o hanno assistito a un evento traumatico, catastrofico o violento, oppure che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta a una persona cara.

Generalmente, gli eventi che possono evocare il disturbo post-traumatico da stress sono quelli che provocano sensazioni di paura, impotenza, ansia, terrore, panico come, ad esempio, incidenti, malattie, lutti, catastrofi naturali, guerre, violenze e abusi. Ricordi intrusivi, ricorrenti e inopportuni possono manifestarsi entro sei mesi dall’accaduto e i sintomi che si manifestano possono consistere in flashback, allucinazioni, evitamento, alterazioni negative nella cognizione e nell’umore e alterazioni nell’eccitazione e reattività (battito cardiaco accelerato, sudorazione, tensione muscolare e nausea). Ancor più frequenti, poi, possono essere gli incubi relativi all’evento stesso. Pure la memoria può essere significativamente alterata e la persona può non ricordare particolari anche estesi del trauma, fenomeno noto come amnesia post-traumatica; per proteggersi dal dolore psicologico, l’individuo può cercare di distaccarsi dalle proprie emozioni, e può quindi risultare insensibile, disinteressato o estraniato rispetto agli altri.

Secondo l’American Psychiatric Association (APA, 2013), l’80% degli individui con PTSD può avere anche altri disturbi o problemi di salute mentale, tra i più comuni, ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, problemi di sonno, somatizzazione, abuso di sostanze e altre dipendenze comportamentali, sino ad essere in comorbidità con la doppia diagnosi di disturbi di personalità. Secondo alcuni studi, i traumi fisici e psichici possono provocare in modi diversi la comparsa di sintomi depressivi, in particolare, essere predittivi di una continuità tra disturbo da stress post-traumatico e disturbo depressivo maggiore. Il DSM riporta che il disturbo colpisce il 5% degli uomini e il 10% delle donne e può manifestarsi a qualunque età, sebbene i bambini e gli anziani risultino essere più vulnerabili (APA, 2013). Le percentuali più elevate si riscontrano nelle popolazioni fortemente esposte a situazioni ripetutamente traumatiche, come coloro che vivono in zone di guerra, in cui le stime variano tra il 10% e il 40% o nei sopravvissuti a violenze fisiche e/o sessuali durante l’infanzia.

L’approccio terapeutico più tradizionalmente riconosciuto abbina un trattamento di tipo farmacologico ad uno psicoterapeutico. Ad oggi, gli interventi psicologici più efficaci per il trattamento del PTSD consistono nella Terapia Cognitivo Comportamentale focalizzata sul trauma (TF-CBT) e nell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR). Tra gli approcci emergenti ed efficaci vi sono anche quelli appartenenti alla terza onda, in particolar modo il programma Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e il Mindfulness Intervention for Child Abuse Survivors (MICAS), la Terapia Sensomotoria e, infine, il Trauma Sensitive Yoga.  Una componente essenziale della terapia cognitivo-comportamentale per il trauma è la Compassion Focused Therapy (CFT) sviluppata dallo psicologo britannico Paul Gilbert, che fa della compassione un atteggiamento mentale, ideato per sostenere persone affette da problemi mentali cronici e caratterizzate da alti livelli di vergogna e autocritica, provenienti da contesti familiari difficili, trascuranti, maltrattanti ed emotivamente deprivanti. Nello specifico, l’autocompassione è una modalità per affrontare le esperienze dolorose, le sensazioni spiacevoli e/o le memorie di traumi passati, invece di evitarle o provare a sopprimerle.

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).

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