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Diagnosi e trattamento del disturbo schizotipico di personalità: fino a che punto ci sono chiari?

Diagnosi e trattamento del disturbo schizotipico

Photo by Sam Manns on Unasplsh

Nel DSM-5, il Disturbo Schizotipico di Personalità viene definito come un pattern pervasivo di grave disagio e ridotta capacità nelle relazioni interpersonali intime, affettività limitata, cognizioni e percezioni distorte ed insolite, comportamento eccentrico, sospettosità.

Dalla sua introduzione negli (ormai abbastanza lontani) anni Ottanta nella terza edizione del DSM, la diagnosi ed il trattamento del Disturbo Schizotipico di Personalità risultano ancora confuse a causa della mancanza di evidenze scientifiche chiare. Le linee guida internazionali per il trattamento dei disturbi dello spettro della schizofrenia, ad esempio, non trattano questo argomento, così come le linee guida per i Disturbi di Personalità danno poca attenzione a questo disturbo.

L’obiettivo del gruppo di ricerca tedesco (Kirchner et al., 2018) era condurre una revisione sistematica della letteratura che trattasse diagnosi, trattamento e decorso del Disturbo Schizotipico di Personalità, allo scopo di fornire ai clinici una linea guida specifica ed evidence-based.

La ricerca della letteratura si è conclusa nel settembre del 2016 ed ha preso in considerazione studi dal 1 aprile 1947 al 21 agosto 2016. Solamente 54 articoli full-text sono stati inclusi nello studio (per essere inclusi dovevano studiare strumenti diagnostici per il trattamento o il decorso longitudinale): 18 sugli strumenti diagnostici, 22 sul trattamento farmacologico, 3 sul trattamento psicoterapeutico, 13 sul decorso longitudinale della patologia.

In sintesi, riguardo la diagnosi di Disturbo Schizotipico di Personalità, quasi tutti gli strumenti diagnostici analizzati hanno mostrato un’adeguata affidabilità inter-rater e test-retest; il SIDP (Structured Interview for DSM-III Personality Disorder), SIDP-R (Semi-structured Interview for DSM-III-R Personality Disorders) e la SCID-II (Structured Clinical Interview for DSM-IV) sono risultati adatti per la diagnosi di Disturbo Schizotipico di Personalità, mentre il PDQ-4 (Personality Diagnostic Questionnaire-4+) è più adatto per lo screening.

Sul decorso della patologia, gli studi longitudinali presi in considerazione hanno esaminato la stabilità della diagnosi e hanno riscontrato tassi di remissione da moderati a elevati tra l’inizio della prima infanzia e la successiva età adulta.

Riguardo la farmacoterapia, gli studi sul trattamento mostrano chiaramente come gli antipsicotici siano i farmaci più frequentemente utilizzati. Dalla revisione emerge inoltre che le migliori prove di efficacia, ancora limitate, sono a favore del risperidone per la riduzione dei sintomi clinici; in misura minore, l’olanzapina.

La letteratura sulla psicoterapia è ancora molto scarsa (in effetti sono solamente 3 i lavori presi in considerazione) e non consente di formulare raccomandazioni, sebbene il training delle abilità sociali sembri essere efficace e, probabilmente, dovrebbe essere sempre offerto ai pazienti con Disturbo Schizotipico di Personalità.

Insomma, nonostante lo sforzo degli autori purtroppo l’unica cosa chiara è che riguardo il trattamento di questa patologia poco risulta essere tale. In quest’ottica, ciò che i ricercatori sottolineano è la necessità di studi naturalistici e interventistici su larga scala con gruppi diagnostici definiti e progetti di studio rigorosi in grado di fornire dati utili ed affidabili per raccomandazioni più dettagliate basate sull’evidenza.

 

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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