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Dolore e differenze di genere

Dolore e differenze di genere

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

Il dolore è un’esperienza soggettiva e difficilmente misurabile, influenzato da variabili diverse che dovrebbero essere analizzate e prese in considerazione per fornire trattamenti adeguati ai pazienti. In un recente articolo di Amber Dance, pubblicato su Nature (2019), sono stati riportati vari studi sul dolore, condotti sugli animali, che hanno raccolto prove sempre più convincenti che le vie nervose del dolore sono diverse tra maschi e femmine e coinvolgono, tra l’altro, ormoni e cellule immunitarie. Queste scoperte potrebbero avere profonde conseguenze sul trattamento personalizzato del dolore negli esseri umani, anche se non in un futuro immediato. Ma le differenze individuate tra maschi e femmine rispetto al dolore sono dovute solo a fattori biologici?

In questo articolo ho il piacere di parlare del tema con Mattia Bisconti, fisioterapista OMPT (Orthopaedic Manipulative Physical Therapist), membro del direttivo nazionale del GTM – AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti) e specialista nella riabilitazione dei disturbi muscolo-scheletrici e dello sport. Il dr. Bisconti svolge attività libero-professionale a Roma ed è docente del Master in Scienza e Pratica in Fisioterapia Muscoloscheletrica presso l’Università del Molise; si occupa da anni del trattamento di persone affette da dolore cronico e ha di recente condotto un lavoro di ricerca, analizzando attraverso il modello bio-psio-sociale tutti i fattori che concorrono a determinare risposte diverse al dolore a seconda del genere di appartenenza. L’intervista si è focalizzata in particolar modo sulle variabili socio-culturali legate ai ruoli di genere che influenzano sia la percezione del dolore da parte dei pazienti che il trattamento che ricevono.

Nella sua pratica professionale le è capitato di notare differenze tra uomini e donne nel trattamento del dolore cronico?

Ricordiamo che la IASP (International Association for the Study of Pain) riconosce e definisce il dolore come “esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole, associata a un effettivo o potenziale danno tissutale o comunque descritta come tale” attribuendo al dolore la qualità di output derivante dall’integrazione delle informazioni che giungono dal sistema nocicettivo, dalle credenze del paziente, dalle sue esperienze pregresse, e delle connotazioni emotive associate ad esse.

Solitamente gli uomini mostrano strategie diverse per superare il dolore, come la negazione e il rifiuto pur di non affrontare quella che potrebbe essere descritta come una minaccia alla propria mascolinità, in particolare quando ricevono diagnosi di patologie che solitamente vengono attribuite alle donne. Gli uomini tendono a ignorare o mettere in discussione la diagnosi del medico e/o a non seguire il trattamento prescritto e ciò spesso provoca maggiori sentimenti di frustrazione, irritazione, vergogna e un aumento del dolore.

So che ha approfondito il tema attraverso un recente studio sperimentale. Cosa è emerso dalla sua ricerca?

La pratica clinica del fisioterapista si sviluppa sui tre pilastri della EBM- Evidence Based Medicine: 1) migliori prova di efficacia presenti in letteratura; 2) expertise clinica e 3) preferenze del paziente. In ognuna di queste tre macro aree ho voluto indagare cosa si intendesse per “differenza di genere” in relazione al management del paziente che presenta uno stato doloroso, e come tutti questi fattori interagissero tra di loro. Ho condotto una revisione della letteratura al fine di individuare se ci fossero differenze di genere nel management del paziente che presenta dolore muscoloscheletrico. La letteratura ci indica che esistono delle differenze nel percorso di management della persona che sono dipendenti sia dal genere sessuale di appartenenza del paziente, che da quello del professionista sanitario.

Ogni giorno milioni di donne in tutto il mondo soffrono di dolore cronico ma molte rimangono non trattate. Diverse ragioni possono spiegare perché esistono ancora ostacoli al trattamento, ad esempio i fattori psicosociali, come i ruoli di genere, le strategie per far fronte al dolore e le variazioni del tono dell’umore possono influenzare la percezione e la comunicazione del dolore. I fattori psicosociali e biologici, uniti alle barriere economiche e politiche che esistono ancora in molti Paesi, hanno lasciato milioni di donne che soffrono senza un trattamento adeguato.

Anche nella pratica clinica, tendiamo a prendere maggiormente in cura pazienti i cui comportamenti rispondono maggiormente alle aspettative legate al ruolo di genere. La maggior parte del personale sanitario ad esempio, ha un’immagine dei pazienti maschi come testardi e non desiderosi di chiedere aiuto, mentre le pazienti donne sono viste come utenti eccessivamente bisognose e che “abusano” dei servizi di cura. I concetti di mascolinità e di femminilità risultano essere parte integrante del background culturale della persona e ad ognuno di essi vengono attribuiti degli aggettivi o comportamenti capaci di influenzare la percezione e modulazione del dolore muscoloscheletrico, da parte del paziente stesso e da parte del clinico.

Negli studi da me analizzati viene fatto esplicito riferimento a come il genere del professionista sanitario che ha in cura il paziente possa influire sulla gestione del paziente stesso, e come il genere del paziente possa determinare diversi modelli di comportamento da parte del professionista sanitario durante il processo di cura del paziente, ad esempio: la riabilitazione viene prescritta più alle donne che agli uomini; c’è una tendenza a dare priorità ai pazienti che aderiscono maggiormente alle aspettative legate al ruolo di genere; le donne con sintomi riferibili a dolore muscoloscheletrico, rispetto agli uomini, ricevono una terapia antidolorifica meno efficace poiché vengono prescritti in minore misura gli oppioidi a favore degli antidepressivi.

Crede che una maggiore attenzione e consapevolezza delle differenze di genere possa essere una delle sfide della medicina di oggi?

La medicina di genere deve diffondersi come approccio in tutte le branche della medicina, non essere considerata come una branca separata dalle altre, parallela o alternativa. Essa dovrebbe aumentare la consapevolezza prima dei professionisti sanitari e poi anche dei pazienti su quello che significa agire secondo un percorso di cura appropriato, genere-specifico. Il concetto di appropriatezza è fondamentale per analizzare una dimensione della medicina che non sia solo attenta alle disuguaglianze di salute su un piano diagnostico-prescrittivo, ma pronta a prendere in considerazione come fattori discriminanti anche le differenze sociali, etniche, culturali, economiche, politiche e psicologiche. Ed è qui che bisogna chiarificare le differenze tra quello che è il sesso sotto il profilo prettamente biologico, ed il genere inteso sotto il profilo psico-sociale.

Il mio lavoro scientifico ha prodotto anche un’indagine tramite una survey on-line per indagare il fabbisogno formativo del fisioterapista in tema di medicina di genere. Dai risultati sono emerse la volontà dei professionisti e la necessità di una formazione specifica nel campo della medicina e della fisioterapia di genere. Sarebbero quindi necessari ulteriori studi per impostare dei percorsi di formazione più specifici sul tema.

 

Riferimenti

  • Dance A., (2019), “Why the sexes don’t feel pain the same way”, Nature 567, 448-450
  • Contatti dr. Mattia Bisconti: biscontimattia@gmail.com

Autore/i dell’articolo

Dottor Marco Stefanelli - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Docente presso l’Istituto di Psicoterapia cognitivo- comportamentale A.T.Beck di Roma e di Caserta. Socio Ordinario della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva) e Terapeuta EMDR I livello. Vanta esperienza clinica in ambito adulto e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e omofobia interiorizzata.  
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