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Gli effetti del bullismo sulla plasticità cerebrale

Effetti del bullismo sulla plasticità cerebrale

Photo by Kat J on Unsplash

Il bullismo è un fenomeno in costante crescita tra i ragazzi e gli adolescenti nella società moderna, che può avere ripercussioni importanti in termini neuropsicologici su chi lo subisce. La plasticità neurale nell’età infantile e adolescenziale è ancora alta e diversi studi dimostrano come atti aggressivi possono compromettere il corretto sviluppo del cervello e delle sue funzionalità, portando a disagi e patologie psicofisiche non solo nel periodo immediatamente successivo all’evento, ma anche in età adulta.

Nonostante i programmi di intervento e di sensibilizzazione portati avanti nelle scuole e nelle associazioni che accolgono giovani nella fascia di età interessata, il bullismo è un fenomeno ancora molto attuale; uno studio dell’Unicef del 2016, su un campione di 100.000 giovani di 18 nazioni, ha evidenziato che due terzi dei rispondenti sono stati vittima di bullismo. Per quanto riguarda l’Italia l’ISTAT, nell’ultima indagine del 2014, ha condotto un’indagine su un campione di 100 ragazzi, tra gli 11 e i 17 anni di età, rilevando che più del 50% degli intervistati ha subito qualche episodio offensivo e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei dodici mesi precedenti l’intervista.

Ad oggi sono molti gli studi che riportano difficoltà emotive e psicologiche per le vittime di bullismo, ma meno indagati e conosciuti risultano essere i danni che il comportamento aggressivo del bullo può avere sullo sviluppo del cervello del bambino che ne è vittima. Lo sviluppo dei sistemi neurobiologici non si ferma all’infanzia ma è presente anche nell’adolescenza e all’inizio dell’età adulta (Shonkoff, Boyce, McEwen, 2009). In particolare, alcuni studi documentano un diverso orientamento sullo sviluppo neurale dei bambini e adolescenti vittime, con conseguente impatto sulle abilità cognitive, sociali e relazionali.

Vaillancourt et al., in uno studio del 2008 e confermato da Mariani et al. nel 2018, hanno riscontrato alti livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, nei ragazzi vittime di bullismo. Quando si verifica un eccesso di cortisolo nel cervello, alcune abilità cognitive come la memoria possono essere compromesse esponendo i ragazzi ad un rischio maggiore di problemi mentali (Ouellet-Morin et al., 2011). Nello stesso studio è stato anche riscontrato che le vittime hanno punteggi inferiori nei test di memoria verbale rispetto ai propri coetanei. Questo dato ci suggerisce che livelli elevati di cortisolo possono portare alla morte dei neuroni dell’ippocampo, provocando quindi tali difficoltà mnestiche. Le vittime di bullismo mostrano anche livelli piu bassi di concentrazione e attenzione associate ad anomalie nel corpo calloso. Inoltre, l’atto di bullismo può essere caratterizzato da violenza fisica e da violenza psicologica, attraverso offese, tendenza all’esclusione dal gruppo e maldicenze; questi ultimi comportamenti possono provocare nella vittima quello che viene definito dolore sociale. Per dolore sociale si intendono quelle emozioni negative che seguono le esperienze di rifiuto, di ostracismo, di perdita e di umiliazione. Un crescente numero di ricerche ha dimostrato che i soggetti che sperimentano dolore sociale attivano i medesimi circuiti neurali coinvolti nel dolore fisico (Eisenberger, 2012) che comprendono la corteccia dorsale cingolata anteriore. L’attivazione di tale area cerebrale è stata associata a sintomi internalizzanti (Rudolph et al. 2016) che possono portare a depressione, ansia, paura e isolamento e che, nei soggetti con un’esperienza passata come vittima di bullismo, sono maggiori e maggiormente presenti.

Tutto ciò fa supporre che essere esposti ad azioni ripetute violente, fisiche o psicologiche e durante il periodo della maturazione psicofisica, può avere effetti duraturi sulle funzioni celebrali. Inoltre il periodo di esposizione sembra assumere una particolare rilevanza: l’intervallo dagli 11 ai 14 anni sembra essere quello maggiormente associato a sintomi di ansia, depressione, dissociazione, e utilizzo di alcol e droghe.

Altri studi hanno invece confermato le conseguenze del bullismo anche in persone adulte: chi è stato vittima di bullismo risulta sviluppare relazioni sociali difficili e difficoltà economiche, fino a 40 anni dopo gli episodi di violenza.

In Italia attualmente non esiste una legge formale specifica per regolamentare il bullismo; l’interesse dovrebbe essere proprio quello di sensibilizzare la politica e la legislazione affinché ci sia una maggiore diffusione dei sistemi di rilevamento degli atti di bullismo. In particolare dovrebbero essere attivati programmi formali di supporto sia per le vittime, che per il bullo, perché sono entrambi espressioni uguali ma opposte di un profondo disagio affettivo e relazionale. Considerando le modificazioni a livello cerebrale che gli atti di bullismo comportano, è importante prevedere tempestivi interventi di sostegno e riabilitazione, che consentano così un ripristino del normale processo evolutivo cerebrale.

Fonti:

  • Istat (2014). Il bullismo in Italia: Comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi.
  • Mariani, Torregiani, Amoroso (2018). Bullying, neuropsychological evaluations for legal protections. Formazione & Insegnamento XVI – 2, 317-332
  • Eisenberger, N.I., Lieberman (2004). The neural bases of social pain: Evidence for shared representations with physical pain. Psychosomatic Medicine 74, 2, 126–135.
  • Vaillancourt, Duku, Decatanzaro, Macmillan, Muir & Schmidt (2008). Peer victimization, depressive symptoms, and high salivary cortisol predict poorer memory in children. Brain and Cognition 77, 2, 191–199.
  • Shonkoff, Boyce, McEwen, (2009). Developmental influences on the neural bases of responses to social rejection: implications of social neuroscience for education. NeuroImage. 57, 686–694.
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