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L’effetto alone spiega l’intolleranza verso gli immigrati

Effetto alone

Qualche giorno fa è apparso su La Repubblica un articolo che girava intorno ad una palestra ma non si trattava di un altro di quegli interventi su esercizio fisico regolare, dieta mediterranea e prova costume. Questo articolo parla di razzismo.
La palestra in questione si trova in Veneto e al desk si è rivolto un ragazzo di colore il quale voleva iscriversi. Sia l’impiegato che, successivamente, il titolare gli hanno detto che purtroppo la palestra era al completo: essendo un circolo privato, avevano raggiunto il numero massimo di posti ma avrebbe potuto provare in un’altra palestra lungo la strada.

Il ragazzo ha raccontato tutto a un suo collega di lavoro il quale ha pensato bene di mettere alla prova il personale della palestra tornando e chiedendo lui stesso di iscriversi. Per un qualche strano motivo, a lui il titolare ha detto che avrebbe potuto iscriversi subito e cominciare anche il giorno successivo. Lo strano motivo in questione è che il collega di lavoro è di etnia caucasica e, quando ha raccontato l’accaduto, il titolare ha spiegato che il motivo del suo comportamento stava in alcuni furti avvenuti negli spogliatoi e aveva “elementi certi” per puntare il dito verso alcuni utenti di colore. Non sono razzista, ma.

La palestra ha sede in un paese di 17 mila abitanti alle porte di Padova. Questo dato è importante in quanto rispecchia quello avvenuto in altre realtà simili e che in sociologia è noto col nome di “effetto alone“: basandoci sulle poche informazioni (o caratteristiche) di cui siamo a conoscenza, ci creiamo un pregiudizio su qualcosa o qualcuno. L’effetto alone può essere applicato, quindi, anche all’idea che abbiamo delle persone immigrate e, secondo due studi molto interessanti, sarebbe più facile crearsi un pregiudizio negativo non nelle aree urbane con maggiore presenza di minoranze etniche, ma in quelle vicine a loro.

Il motivo di questo atteggiamento e dei relativi comportamenti starebbe nella scarsa conoscenza che si ha di talune minoranze, conoscenza che rimane superficiale in quanto non si ha un’esperienza in prima persona ma a distanza, mediata dai racconti o la rappresentazione dei media o del populismo politico.

Secondo i ricercatori del primo studio (Rydgren & Turh, 2011), i fattori socioeconomici, come bassi livelli di disoccupazione, spiegherebbero il supporto per i partiti di estrema destra più degli effettivi livelli di immigrazione locale: la spiegazione sarebbe da trovarsi nel fatto che spesso le zone con maggior immigrazione confinano con aree popolate dalla fascia inferiore della classe media, la quale teme di perdere i proprio status socioeconomico a causa, appunto, degli immigrati. Nei quartieri dove, invece, c’è una penetrazione maggiore di immigrati, gli abitanti tendono ad avere relazioni amichevoli con loro e, dunque, a combattere gli stereotipi spontaneamente.

Gli autori dello studio britannico (Kaufmann & Harris, 2015) aggiungono, oltre al contatto diretto come fattore positivo, anche il fatto che spesso i quartieri dove arrivano a vivere molti immigrati hanno una popolazione giovane, single e in affitto, una parte di popolazione solitamente più tollerante.

Potremmo riassumere che, in definitiva, è l’ignoranza la migliore arma del razzismo. L’ignoranza viene mantenuta proprio dalle forme di governo repressive, che sfruttano preoccupazioni e paure che vengono a originarsi nelle persone durante i grandi cambiamenti sociali. Trovare nell’immigrato un nemico comune è una strategia per distogliere l’attenzione dalle responsabilità della classe politica e aizzare la rabbia dei penultimi della nostra società contro quelli che povertà e guerra hanno trasformato nei nuovi ultimi.

 

Riferimenti

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