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Depressione e disturbi di personalità: quali i possibili effetti sull’efficacia della psicoterapia?

efficacia della psicoterapia

Photo by Stefano Pollio on Unsplash

Nel lontano 1977 Aaron T. Beck dimostrò, in uno studio controllato randomizzato su pazienti depressi, che la psicoterapia cognitivo-comportamentale era efficace quanto l’imipramina. Oggigiorno gli studi di efficacia sulla psicoterapia per la depressione sono numerosi, in particolare quelli riguardanti la psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma quelli sugli effetti di un disturbo di personalità in comorbidità sono invece scarsi o eterogenei. A partire da questo dato, alcuni ricercatori olandesi (Koppers et al., 2019) si sono posti l’obiettivo di approfondire l’influenza del disturbo di personalità in comorbidità e della modalità di trattamento sugli esiti, confrontando la psicoterapia cognitivo-comportamentale (Cognitive-Behavioral Therapy, CBT) e la psicoterapia psicodinamica supportiva a breve termine (psychodynamic supportive psychotherapy, SPSP).

Nello specifico, i ricercatori si sono posti le seguenti domande:

  • I pazienti depressi con e senza disturbo di personalità in comorbidità differiscono nelle loro caratteristiche sociodemografiche e nei loro sintomi depressivi?
  • Qual è la differenza nell’esito terapeutico nei pazienti depressi con e senza disturbo di personalità, alla fine del trattamento e al follow-up (ad un anno)?
  • L’approccio terapeutico (CBT o SPSP) influisce sull’esito del trattamento, alla fine di esso e al follow-up?

Lo studio condotto attinge ai dati di uno studio clinico randomizzato che metteva a confronto CBT e SPSP per il trattamento della depressione in 16 sedute per un periodo di 22 settimane. Ai pazienti con depressione moderata e grave (in base al punteggio alla Hamilton Scale for Depression) sono stati somministrati farmaci antidepressivi.

La CBT consisteva nell’uso di tecniche di attivazione comportamentale, ristrutturazione cognitiva e compiti a casa. La SPSP prevedeva l’utilizzo di tecniche di tipo supportivo per comprendere l’origine della depressione discutendo di relazioni interpersonali attuali e passate e pattern intrapersonali.

I pazienti depressi con disturbo di personalità, alle valutazioni iniziali, mostravano maggiori sintomi depressivi auto-riferiti, più episodi depressivi in anamnesi e maggiori problematiche nelle relazioni interpersonali e nel funzionamento sociale rispetto ai pazienti con depressione senza comorbidità. Questi risultati sono in linea con altri dati presenti in letteratura riguardo il decorso maggiormente cronico e ricorrente della depressione in pazienti con disturbi di personalità.

Inoltre, è stato riscontrato un effetto negativo del disturbo di personalità in comorbidità sull’esito del trattamento, indipendentemente dalla gravità della depressione. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che il focus dei due trattamenti (CBT e SPSP) sia la depressione e non il disturbo di personalità; un’altra spiegazione potrebbe essere che il disturbo di personalità interferisca con l’alleanza terapeutica, che a sua volta potrebbe avere un effetto negativo sull’esito del trattamento. Un’ultima potenziale spiegazione consiste nel fatto che i pazienti con depressione con e senza disturbi di personalità potrebbero presentare caratteristiche neurobiologiche correlate differenti e, quindi, reazioni differenti al trattamento.

In sintesi, lo studio condotto ha dimostrato che la psicoterapia a breve termine porta a miglioramenti in entrambi i gruppi di pazienti e che il disturbo di personalità non ha effetti al termine del trattamento, se non nell’area interpersonale; infatti, sebbene il funzionamento sociale e le relazioni interpersonali fossero più scarse nei pazienti con disturbo di personalità, è stato ottenuto un miglioramento in entrambi i gruppi e questo sembra persistere fino al follow-up. Tuttavia, le differenze nella compromissione tra pazienti con e senza disturbo della personalità rimangono considerevoli in termini assoluti. Ad esempio, il livello di funzionamento sociale al termine del trattamento nei pazienti con disturbo di personalità era allo stesso livello di quello dei pazienti senza disturbo di personalità all’inizio del trattamento.

Un limite dello studio presentato consiste senz’altro nell’utilizzo di questionari self-report per la valutazione dei disturbi di personalità (International Personality Disorder Examination – Self report, IPDE-SR), nato originariamente come strumento di screening. Inoltre, i ricercatori non hanno potuto impedire ai partecipanti di proseguire con un altro trattamento durante il periodo di follow-up, anche se questo non sembra aver modificato i risultati.

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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