L’empatia come terapia del dolore

L’empatia come terapia del dolore

empatia come terapia del dolore.

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L’empatia come terapia del dolore: un’analisi delle risposte cerebrali

L’empatia si definisce come la capacità di comprendere una persona dalla sua prospettiva anziché dalla propria, di “mettersi nei panni dell’altro”, di fare esperienza indiretta delle sue emozioni, percezioni, pensieri o comportamenti. L’empatia è una qualità umana che svolge un ruolo fondamentale nella vita quotidiana, poiché non solo migliora le relazioni interpersonali, ma può anche avere un impatto notevole sulla salute e il benessere. Negli ultimi anni, numerosi studi hanno dimostrato come l’empatia e il sostegno sociale siano due fattori fondamentali anche nella relazione fra medico e paziente. La capacità del medico di comprendere e immedesimarsi nello stato emotivo vissuto dal paziente aiuta quest’ultimo a ridurre la sensazione di dolore.

Un recente studio (2023) condotto da un gruppo di esperti guidato dal neuroscienziato Dan-Mikael Ellingsen, PhD, dell’Ospedale universitario di Oslo ha esaminato come l’atteggiamento di un medico possa influenzare la sensibilità del paziente al dolore, inclusi gli effetti sul sistema nervoso centrale, mediante la risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Lo studio

Il gruppo di esperti ha sottoposto venti pazienti con dolore cronico a scansione cerebrale. Le già menzionate scansioni sono state condotte in due sessioni, durante le quali i pazienti sono stati esposti a stimoli alle gambe che variavano da indolori a moderatamente dolorosi. L’intensità del dolore percepita è stata registrata impiegando una scala di valori. In parallelo, anche i medici sono stati sottoposti a fMRI.

Ciò premesso, la metà dei pazienti è stata esposta agli stimoli dolorosi in solitudine, mentre l’altra metà in presenza di un medico. Quest’ultimo gruppo è stato, a sua volta, suddiviso in due sottogruppi: il primo ha avuto la possibilità di intrattenere un colloquio preliminare con il medico, fornendogli informazioni circa le sue condizioni mediche e la sua storia clinica fino a quel momento; il secondo è stato esaminato in presenza del medico, ma senza aver avuto alcun tipo di contatto in precedenza.

I risultati

Dalla ricerca condotta da Ellingsen e il suo team è emerso che i pazienti che si trovavano in solitudine durante l’esame riportavano un maggiore livello di dolore rispetto a quelli che erano accompagnati da un medico, nonostante fossero esposti a stimoli di uguale intensità.

Per quanto concerne il sottogruppo dei pazienti e medici che avevano già avuto una conversazione preliminare, i pazienti ritenevano che il medico fosse più in grado di comprendere il loro dolore e i medici erano più accurati nel valutare l’intensità del dolore percepito dai pazienti. In questi ultimi, a livello cerebrale, è stata riscontrata una maggiore attività nella corteccia prefrontale dorsolaterale e ventrolaterale, nonché nelle aree somatosensoriali primarie e secondarie rispetto ai pazienti che erano stati sottoposti all’esame in solitudine.

Relativamente ai medici, in confronto al gruppo di controllo, è stato riscontrato un incremento della corrispondenza tra l’attività nella corteccia prefrontale dorsolaterale e l’attività nelle aree somatosensoriali secondarie (area del cervello che reagisce al dolore) dei pazienti esposti al dolore. La correlazione dell’attività cerebrale aumentava parallelamente al livello di fiducia reciproca riportata dal medico e dal paziente (alleanza terapeutica).

I risultati di tale studio, oltre a dimostrare l’importanza dell’empatia e del supporto nella riduzione dell’intensità del dolore del paziente, fanno chiarezza sui processi cerebrali alla base della modulazione sociale del dolore nel rapporto medico e paziente.

Conclusioni

Lo studio di Ellingsen e il suo team mette in luce l’importanza di un atteggiamento empatico e di una buona comunicazione da parte del medico nei confronti del paziente per il successo di qualsiasi terapia. Citando Il Professor Winfried Meißner, MD, capo della clinica del dolore presso il Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva dell’Ospedale Universitario di Jena in Germania, “l’interazione umana ha un impatto decisivo nel trattamento dei pazienti che soffrono di dolore (…). Questo studio dovrebbe incoraggiare gli operatori sanitari a considerare la comunicazione con la stessa serietà riservata alla somministrazione dell’analgesico corretto”.

La comunicazione empatica non può sostituire il trattamento farmacologico, ma può integrarlo e potenziarlo.

Il Prof. Meißner, a tal proposito, suggerisce a tutti i medici di trattare i pazienti con dolore in modo empatico, di porre loro domande sui sintomi, sulle loro possibili paure e sullo stress mentale correlato, prendendo seriamente in considerazione tutti questi aspetti. Questo atteggiamento mira a creare una solida alleanza terapeutica tra medico e paziente, con l’obiettivo di ridurre la percezione del dolore, migliorare le aspettative di guarigione e, di conseguenza, aumentare l’efficacia del trattamento farmacologico.

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