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I ricordi sono tutti veri? Falsi ricordi e testimonianze di crimini

Falsi ricordi e testimonianze di crimini

Photo by @korpa on Unspalsh

Mesi fa ho passato gran parte dei miei tragitti casa- lavoro ascoltando i podcast di “Veleno”, inchiesta di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, pubblicata in più puntate su Repubblica.it, che racconta le vicende giudiziarie dei casi di presunta pedofilia avvenuti nella bassa modenese più di vent’anni fa, in seguito ai quali sedici bambini, presunte vittime di una rete satanica di pedofili, sono stati tolti alle loro famiglie d’origine e nessuno di loro è più tornato a casa. Nel corso delle indagini, conclusesi nel 2014 con l’assoluzione di metà degli indagati, una madre si è suicidata, il parroco accusato è morto d’infarto, due madri sono morte in carcere mentre un altro indagato è stato colpito da un attacco cardiaco dopo la condanna. Le testimonianze e i documenti raccolti dall’inchiesta fanno emergere il sospetto che gli assistenti sociali e la psicologa della Asl avrebbero interrogato i bambini seguendo modalità discutibili, portandoli a raccontare cose mai successe. La vicenda mette in luce un fenomeno psicologico da tenere assolutamente in considerazione durante la conduzione delle indagini giudiziarie e degli interrogatori, ovvero i falsi ricordi. Di cosa si tratta?

La memoria è una funzione cognitiva molto malleabile, soggetta a varie distorsioni e segue un percorso ricostruttivo piuttosto che riproduttivo.  Ciò che ricordiamo può essere accurato ma non necessariamente esatto, può essere verosimile ma completamente falso. I falsi ricordi sono una rievocazione distorta di un ricordo preesistente o addirittura di un evento che non si è mai verificato. Il falso ricordo è così vivido, autentico e viene vissuto dal soggetto come veritiero. È quindi significativo il ruolo che possono avere i falsi ricordi in contesti professionali come quello della testimonianza in ambito giudiziario. I testimoni, infatti, soprattutto i bambini, possono produrre ricordi totalmente errati, in particolare se posti sotto stress e pressati da domande suggestive. Come è possibile creare falsi ricordi?

Una ricerca del 2015 condotta da Julia Shaw e da Stephen Porter su un campione di studenti canadesi ha mostrato quanto sia facile instillare nella mente delle persone dei falsi ricordi. Ai partecipanti allo studio è stato detto che si trattava di una ricerca su come recuperare la memoria perduta. Gli studiosi hanno contattato le famiglie dei ragazzi per porre domande sull’adolescenza dei figli ed hanno chiesto loro di ricordare un momento particolare vissuto dal figlio, ma di non parlarne con quest’ultimo per tutto il periodo dell’esperimento. Nessuno degli studenti aveva precedenti penali. Lo studio si è svolto attraverso video-interviste, durante le quali i ricercatori raccontavano ai soggetti l’episodio riferito dai loro genitori insieme ad un altro, completamente inventato; quest’ultimo, nella metà dei casi, riguardava un crimine mai commesso, mentre nell’altra metà, era una disavventura o un incidente. Gli episodi inventati contenevano alcuni particolari veri (come il nome di una città conosciuta o un posto dove la persona aveva vissuto). Al termine del racconto i ricercatori chiedevano al soggetto di ripetere a sua volta gli episodi e la maggior parte aveva difficoltà a ricordare l’evento inventato mentre riusciva a ricordare facilmente quello vero. A quel punto i ricercatori chiedevano agli studenti di fare degli sforzi per ricordare più dettagli, magari suggerendo “false piste” o utilizzando tecniche di persuasione, come lunghe pause o finte delusioni per i mancati risultati. Il primo incontro terminava con l’invito al soggetto di tornare a casa e riflettere sui due eventi passati. Negli incontri successivi gli studenti erano chiamati a fornire più dettagli possibili sui due racconti, senza alcun intervento da parte del ricercatore. Solamente al terzo incontro veniva svelata la verità.

I risultati dello studio sono significativi: ben due terzi dei soggetti hanno creduto di aver vissuto il “falso ricordo”, sia che si trattasse di un crimine che di altro. I dati ci suggeriscono quanto la modalità di raccolta delle memorie dei testimoni di crimini e/o di eventi traumatici sia un processo da non sottovalutare per determinare l’accuratezza e l’attendibilità del ricordo. La testimonianza è un’operazione di recupero d’informazioni e il modo di porre le domande in questa fase può influenzare in modo significativo la ricostruzione del ricordo.

 

Riferimenti

  • Shaw, J., & Porter, S. (2015), “Constructing rich false memories of committing crime” Psychological
  • Science, 26, 291–301.

Autore/i dell’articolo

Dottor Marco Stefanelli - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Docente presso l’Istituto di Psicoterapia cognitivo- comportamentale A.T.Beck di Roma e di Caserta. Socio Ordinario della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva) e Terapeuta EMDR I livello. Vanta esperienza clinica in ambito adulto e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e omofobia interiorizzata.  
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