Fenomeno Incel tra Dismorfofobia, Autismo e Abilismo – Parte IX

Fenomeno Incel tra Dismorfofobia, Autismo e Abilismo – Parte IX

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Vittime Maschili dell’Odio Redpillato

Nonostante, come abbiamo appena visto, gli incel siano molto meno violenti del resto della popolazione generale, quando comunque direzionano la poca violenza che hanno, o semplicemente prendono di mira verbalmente qualcuno nei loro spazi online e nella loro analisi della società, sfogano il loro risentimento principalmente contro gli uomini che considerano essere “Chad”.

Infatti, sebbene vi sia stata un’estrema e forse eccessiva enfasi della misoginia e quindi della critica che i redpillati (sia incel che non) fanno delle donne, pochissima attenzione è stata posta alla loro misandria, e quindi alla critica che fanno degli uomini non-incel, ovvero di quelli che chiamano “Chad”.

Come abbiamo esaminato in precedenza, un’idea fondamentale della Red Pill è quella per cui la maggior parte delle donne sarebbe attratta verso un numero limitato di uomini, i Chad, che sarebbero così colpevoli di “monopolizzare” gli incontri sessuali e di “escludere” gli incel dalle possibilità di accoppiamento.

La Red Pill, dunque, non ha come target diretto e primario della propria ostilità le donne, ma gli uomini Chad. Pertanto, invece che una misoginia, la Red Pill instilla spesso una forma di misandria diretta verso quegli uomini che vengono considerati aderenti allo standard societario. Solo ed esclusivamente di riflesso colpisce verso le donne che li scelgono.

Alla base di questa teoria, infatti, vi è una Competitività Intragenere Maschile insana, a cui è necessario opporsi con fermezza e da evidenziare. I redpillati difatti accusano i Chad di “non accontentarsi” di attirare le proprie “pariestetiche” (le “Stacy”), ma di accoppiarsi anche con le altre donne (le “Becky”), lasciando così agli incel poche o nessuna potenziale partner.

Tuttavia, anche questa forma di “Shaming”, che talvolta viene chiamata “Chad Shaming”, è nociva e da sradicare tanto quanto l’”Incel Shaming”.

Infatti, così come è necessario sostenere l’accettazione e la normalizzazione dei corpi e dei volti maschili non considerati dagli standard di bellezza attuali (come quelli incel), allo stesso modo dobbiamo anche sostenere ed evitare di attaccare gli uomini che vi aderiscono (quelli che gli incel chiamano “Chad”).

Non a caso, anche fuori dall’ambito Incel e Red Pill, gli uomini che aderiscono agli standard estetici societari spesso sono frequentemente vittime di pregiudizi: pensiamo all’idea che i culturisti siano più aggressivi o che siano stupidi o poco colti (ad esempio il classico: “tutto muscoli e niente cervello”).
La Body Acceptance maschile parte anche dallo smontare simili stereotipi, tra cui appunto l’idea che la cura del proprio corpo o della propria estetica vada necessariamente a detrimento della propria istruzione o intelligenza, come spesso purtroppo si tende a credere nel caso dei bodybuilder e degli uomini atletici o palestrati.

Un altro aspetto da evidenziare è come gli uomini classificati dalla Red Pill come “Chad” subiscano spesso il contraltare del “Virgin Shaming” che colpisce invece gli incel, ovvero il “Pig Shaming”. I “Chad” e in generale gli uomini che aderiscono agli standard estetici della società, infatti, spesso si ritrovano a passare dalla padella alla brace. Dopo essere finalmente riusciti a scansare il Virgin Shaming, si ritrovano, sia da parte della società più grande che da parte della comunità redpillata, ad essere colpiti dal “Pig Shaming”. Vengono infatti insultati e vessati, definiti porci, promiscui, maiali, bavosi e così via, per il loro andare a letto con molte donne, o aver avuto diverse esperienze e partner intime o sessuali.

È particolare che, come società, nel criticare la Red Pill non notiamo il loro odio verso gli uomini (i “Chad”), ma solo verso le donne (le “Stacy”). Probabilmente perché non lo abbiamo analizzato anche al di fuori dall’ambito incel: infatti è purtroppo ancora tristemente normale assistere, andando in giro per le città, a commenti sul “cervello da gallina” dei palestrati o di quanto quel dato uomo sia “un porco” perché ha una libido alta o è andato a letto con più donne.

Questa invisibilizzazione delle vittime maschili e della misandria della Red Pill si nota anche analizzando gli attentati terroristici incel. Elliot Rodger, infatti, ha ucciso 6 persone, ma di queste solo 2 erano ragazze, mentre la maggioranza (4 individui) erano ragazzi. Per la precisione, si trattava di: George Chen, di 19 anni; Cheng Yuan “James” Hong, di 20 anni; Weihan “David” Wang, di 20 anni e Christopher Michaels-Martinez, anche lui di 20.

Nonostante il numero di vittime maschili risultasse maggiore di quelle femminili, ancora oggi il gesto continua ad essere classificato come “misogino”, quando è evidente come fosse anche e molto di più misandrico. Eppure, la misandria di questo atto non venne mai messa in evidenza.

Rodger era attratto dalle donne e riportava di voler molto bene a sua madre, eppure ciò non ha impedito di classificare il suo gesto come “misogino”, nonostante la misoginia indichi l’odio delle donne senza eccezione, similmente all’antisemitismo nazista. Eppure, se anche accettassimo la denominazione di “misogino” per questo suo gesto, nonostante non soddisfi tutte le condizioni per definirlo tale, allora come mai non ci viene in mente di chiamarlo almeno “principalmente misandrico”, visto l’espresso odio che Rodger aveva verso gli altri uomini, la sua invidia nei loro confronti, l’assenza di qualsiasi tipo di attrazione (anche sessuale) e il fatto che abbia ucciso più uomini che donne?

Evidentemente la Competitività Intragenere Maschile e le Vittime Maschili di tale competitività, scatenano un’empatia minore rispetto alle vittime femminili inter-genere. Questa empatia minore verso le vittime maschili, sia ad opera di altri uomini che di donne, è stata riconosciuta nella letteratura scientifica e prende il nome di Empathy Gap.

Ad esempio, in un recente studio del 2023, basato su una serie di tre esperimenti che coinvolgevano oltre 600 partecipanti, si è scoperto che le persone, soprattutto donne, sono più disposte ad accettare che gli uomini si facciano del male rispetto alle donne. Specialmente se ciò comporta un beneficio verso le donne. Cito (Graso et al., 2023):

“Gli interventi scientifici e organizzativi spesso comportano scelte tra due o più possibilità (trade-off), che beneficiano alcuni ma che comportano costi per altri (cioè danni strumentali; ‘instrumental harm’ o ‘IH’). […] I risultati indicano che le persone (soprattutto le donne) sono molto meno disposte ad accettare danni strumentali che colpiscono o ricadono sulle donne (rispetto a danni strumentali che colpiscono o ricadono sugli uomini)”.

Questo studio, come accennavo prima, è in linea con precedenti lavori della letteratura accademica, infatti gli autori riportano che:

“In primo luogo, abbiamo ampliato la letteratura su ‘genere e approvazione del danno’, che finora ha enfatizzato principalmente i dilemmi ad alto conflitto su ‘chi sacrificare’ che coinvolgevano questioni di vita o di morte (ad esempio, FeldmanHall et al., 2016; Skulmowski et al., 2014). Gli attuali risultati hanno rivelato che questo bias e pregiudizio di genere persiste in ambiti altamente consequenziali, ma ancora poco studiati: la valutazione di interventi benefici che comportano esternalità negative in una varietà di contesti: medico, psicologico, educativo e dell’istruzione, sessuale e assistenziale o di caregiving.

In secondo luogo, abbiamo dimostrato che, nel valutare gli interventi, le partecipanti di sesso femminile erano più propense dei partecipanti di sesso maschile ad accettare danni strumentali (IH) a carico di uomini rispetto a donne.

Questo pattern fornisce ulteriore supporto alla ben documentata scoperta che le donne hanno un più forte bias in-group [bias che favorisce maggiormente gli appartenenti ad un gruppo rispetto a, o a scapito di, chi non vi appartiene] rispetto agli uomini (ad esempio, Glick et al., 2004; Rudman & Goodwin, 2004) e sono più propense a percepirsi l’un l’altra come vittime piuttosto che come perpetratrici (Reynolds et al., 2020).

Questa disparità suggerisce che le donne possano dare priorità al benessere l’una dell’altra rispetto a quello degli uomini nella costruzione o approvazione di interventi sociali, educativi e dell’istruzione, medici e occupazionali.

In questo caso, le legislatrici e le policymaker di sesso femminile (ovvero le donne responsabili delle decisioni politiche) potrebbero essere specialmente caute nel promuovere politiche o iniziative che rischiano di danneggiare altre donne, ma esserlo molto meno quando rischiano di danneggiare gli uomini” (Graso et al., 2023).

Questa ricerca fa eco ad altre, che dimostrano come quello maschile sia ancora oggi il genere più sacrificabile.

Ad esempio, una ricerca del 2016, condotta presso il Cambridge University’s Medical Research Council’s Cognition and Brain Sciences Unit e la Columbia University, e pubblicata sulla rivista scientifica “Social Psychological and Personality Science”, ha mostrato che siamo più inclini a sacrificare un uomo che una donna sia per salvare vite che per perseguire i nostri interessi finanziari e personali.

Lo studio si divideva in tre esperimenti. Il primo esperimento era basato sul “Problema del Carrello Ferroviario”: i partecipanti leggevano diversi scenari in cui dovevano decidere se sacrificare una persona per salvarne altre cinque. Nei vari scenari, la persona da sacrificare veniva descritta ora come un uomo, ora come una donna e ora come uno spettatore dal genere non specificato. I risultati hanno rivelato che sia uomini che donne erano più propensi a sacrificare un uomo o una persona dal genere non specificato piuttosto che una donna, al fine di salvare altre cinque persone.

In un secondo esperimento, ad un nuovo gruppo di soggetti venivano dati 20£, e venivano informati che il loro denaro sarebbe stato moltiplicato fino a diventare 200£ se lasciavano che altre persone subissero scariche elettriche lievi. Se invece avessero dato il denaro, avrebbero impedito la somministrazione degli shock elettrici a queste persone. Come per il precedente, anche i partecipanti di questo secondo esperimento tendevano a sottoporre di meno le donne alle scariche elettriche rispetto agli uomini. Ciò evidenzia una maggiore avversione nel danneggiare le donne rispetto agli uomini, anche quando questo avviene a spese finanziarie proprie dei soggetti.
Inoltre, anche se sia uomini che donne avevano entrambi meno probabilità di somministrare shock alle donne di quanto non ne avessero con gli uomini, le donne in particolare erano molto meno propense a sottoporre altre donne (rispetto al sottoporre uomini) a queste scosse.

Nel terzo esperimento, una nuova serie di più di 350 soggetti ha risposto a domande mirate a comprendere le norme sociali riguardanti i danni verso gli uomini e verso le donne.
Le domande erano: “Su una nave che affonda, chi si deve salvare prima? Uomini, donne, o senza ordine?”; “Secondo le norme sociali, quanto è moralmente accettabile nuocere a (uomini/donne) per soldi?”; “Secondo le norme sociali, quanto è giusto fare del male a (uomini/donne)?”; e, “Secondo le norme sociali, quanto (gli uomini/le donne) tollerano il dolore?”
Le risposte indicavano una maggiore giustificazione e accettazione sociale nel danneggiare gli uomini rispetto alle donne. Le donne erano percepite come meno tolleranti al dolore, danneggiarle per guadagno personale era considerato moralmente inaccettabile e veniva riportato che la società condividesse il comportamento cavalleresco.

Tuttavia, questa percezione non era influenzata dalle emozioni dei partecipanti: infatti, sebbene i partecipanti condividessero i valori di cavalleria e maggiore sacrificabilità maschile, trovavano equamente avverso danneggiare sia uomini che donne da un punto di vista emozionale.

Secondo i ricercatori, quindi, esiste un pregiudizio di genere per cui la società percepisce il danneggiare le donne come più inaccettabile moralmente rispetto al danneggiare gli uomini (FeldmanHall et al., 2016).

Tutti questi studi ci devono rendere più consapevoli, dunque, delle vittime maschili nei diversi contesti, visto che rappresentano un punto cieco che potremmo non notare.

Tra queste, le vittime maschili dell’odio e della violenza redpillata rappresentano forse le più trascurate di tutte, visto che abbiamo associato con così tanta facilità (ma anche con così tanto pregiudizio ed errore, come abbiamo dimostrato nei paragrafi precedenti) incel e misoginia, ignorando completamente anche solo l’eventualità che ci potessero essere delle vittime maschili e della misandria. Questo elefante nella stanza era ancora più difficile da non notare, se prendiamo in considerazione il fatto che addirittura gli attentatori hanno indirizzato espressamente nei loro ultimi messaggi i loro attacchi terroristici ai Chad e ucciso uomini proprio per questo motivo.
Eppure, siamo comunque riusciti a non vedere ciò che era davanti ai nostri occhi.

 

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Autore/i dell’articolo

Dott. Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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