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Dal figlio perfetto al perfetto narcisista

Figlio perfetto

Photo by Annie Spratt on Unspalsh

Diventare genitore è un avvenimento di straordinaria importanza nella vita di un essere umano, allo stesso modo per l’uomo e per la donna. Il bambino appare agli occhi dei suoi caregivers la creatura più perfetta al mondo; la concretizzazione di fantasie e aspettative; il centro attorno al quale ruota la vita della nuova famiglia. Sin da subito ogni gesto, ogni vocalizzo e ogni nuovo progresso destano gioia e sorpresa, che si rinnovano costantemente. Il bambino è al centro della scena, è amato oltre ogni limite; ogni suo bisogno, sia fisiologico (fame, sete, igiene personale) che emotivo (contatto fisico, attenzione, ammirazione) è prontamente soddisfatto.

Questa totale dedizione nell’accudimento del bambino diventa fondamentale per lo sviluppo della sua personalità e costituisce uno dei primi tasselli nella costruzione della sua autostima. Il sentirsi validati nei propri bisogni (fisiologici e psicologici), approvati e gratificati nelle proprie azioni dai caregivers, concorre a far maturare un profondo senso di competenza e di autoefficacia individuale.

Ma cosa accade quando gli elogi verso un figlio eccedono e sfociano nella sopravvalutazione delle sue reali competenze o qualità? Un recente studio durato 18 mesi, condotta su 565 bambini di età compresa tra i 7 e i 12 anni, rivela come la sopravvalutazione dei propri figli rappresenti un fattore in grado di strutturare tratti narcisistici nella loro personalità (Brummelman, E. et al, 2015; 2017). In base a quanto puntualizzano i ricercatori, si tratta nello specifico di papà e di mamme che sovrastimano i bambini ritenendo che siano “più speciali degli altri”, che meritino “qualcosa di più dalla vita”.

La propensione genitoriale ad elogiare eccessivamente il bambino può indurlo ad interiorizzare un’immagine di se stesso idealizzata non fondata su esperienze concrete ma piuttosto su aspettative illusorie dei suoi caregivers. Una volta instillata nella mente del bambino l’immagine di sé come persona superiore ad altre, priva di difetti e altamente competente, è con quella che l’individuo dovrà confrontarsi per tutta la sua vita. Come il maleficio uscito da una fiaba, al primo fallimento (o disapprovazione) non sarà in grado di difendersi e la ferita narcisistica che si produrrà diventerà progressivamente (fallimento dopo fallimento) uno squarcio incolmabile.

Il narcisista così strutturato dovrà “mostrare e dimostrare” continuamente agli altri e a sé stesso di essere all’altezza di ogni situazione o circostanza facendosi vanto delle suoi traguardi. Per nutrire il suo ideale immaginario dovrà continuamente denigrare e sminuire l’altro con arroganza e presunzione. In questa prospettiva l’altro viene “adoperato” come metro di misura in base al quale valutare e rinforzare il proprio presunto valore personale. Il narcisista riterrà che tutto gli sia dovuto e si approfitterà degli altri pur di soddisfare i suoi bisogni e le sue necessità non essendo capace di riconoscere i sentimenti e le necessità altrui. Contrariamente a quanto voglia far credere con il suo atteggiamento spavaldo e apparentemente sicuro di sé, è in realtà immensamente fragile: un vaso di cristallo brillante ma impercettibilmente lesionato, pronto ad andare in frantumi al primo colpo. Proprio come un bambino si nutre delle attenzioni e delle cure dell’adulto, allo stesso modo il narcisista continuerà per tutta la vita a ricercare quelle stesse attenzioni dalle figure con cui si legherà, ostentando una grandiosità come mascheramento di un profondo senso di inadeguatezza e inferiorità.

Il riscontro di una correlazione tra la sopravvalutazione del bambino e l’insorgenza di tratti narcisistici, induce gli studiosi a confutare una delle primissime ipotesi psicoanalitiche che, al contrario, correlava il narcisismo con l’assenza di calore affettivo e di considerazione da parte dei caregivers (Brummelman, E. et al, 2015). La prospettiva in base alla quale inquadrare le radici del narcisismo infantile si capovolge. Esso affonderebbe le radici in un atteggiamento genitoriale in cui la competenza del bambino è sovrastimata ed è irragionevolmente considerata superiore a quella degli altri. Ma non soltanto! Un altro rilevante dato scientifico inoltre correla l’eccesso di elogi e di lodi con una decremento dell’autostima nel bambino (Brummelman, E. et al, 2017). Egli dovrà misurarsi con standard irraggiungibili, dal cui confronto ne uscirà inevitabilmente sconfitto.

In quest’ottica il compito di un genitore si complica maggiormente e diventa sempre più difficile stabilire quale sia la giusta dose di vicinanza affettiva o di apprezzamento. Senza dubbio rinforzare con lodi ed elogi le conquiste raggiunte da un bambino durante il suo percorso di crescita consolida l’apprendimento di alcuni comportamenti, ma attenzione a non eccedere.

Questi recenti studi gettano luce sulla necessità di bilanciare adeguatamente le aspettative che l’adulto ripone nel bambino, con le sue reali peculiarità; di promuovere un’educazione emotiva che integri il riconoscimento delle proprie esperienze emotive con la validazione delle emozioni altrui; che miri a incoraggiare lo sviluppo e l’espressività di quelle aree di competenza esclusive di ogni bambino, senza adoperare l’altro come metro di paragone; di supportare i genitori in difficoltà così come tutte le figure di riferimento (educatrici, maestre, familiari ecc.) che ruotano attorno al bambino sin dalla primissima infanzia.

Bibliografia:

  • Brummelman, E., Thomaes, S., Nelemans, S. A., Orobio de Castro, B., Overbeek, G., & Bushman, B. J. (2015). Origins of narcissism in children. Proceedings of the National Academy of Sciences, USA, 112, 3659–3662.
  • Brummelman, E., Nelemans, S. A., Thomaes, S., & Orobio de Castro, B. (2017). When parents’ praise inflates, children’s self-esteem deflates. Child Development, 88, 1799–1809.
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