Game stress, set stress: quando il tennis si dimentica che i campioni sono umani

Game stress, set stress: quando il tennis si dimentica che i campioni sono umani

Quattro campioni che hanno dedicato la vita al tennis e che si impegnano al massimo per restare ai vertici: Jannik Sinner, Carlos Alcaraz, Novak Djokovic e Lorenzo Musetti. Eppure, nel corso di questa stagione, tutti hanno dovuto fare i conti, in modi e momenti diversi, con infortuni, malesseri fisici, interruzioni o sconfitte che, a mio avviso, sono apparse segnate anche dalla fatica.

Non sono tutti contemporaneamente fuori dal circuito e non possiamo attribuire ogni problema allo stress. Ma l’immagine complessiva è difficile da ignorare: anche i corpi e le menti più allenati del mondo, a un certo punto, presentano il conto.

Mentre li guardavo giocare, ho avuto più volte la sensazione che non si trattasse soltanto di un calo tecnico. Ho visto momenti in cui il gesto cambiava, lo sguardo perdeva vivacità, i tempi di reazione si allungavano e il giocatore sembrava allontanarsi mentalmente dal campo prima ancora che la partita fosse terminata.

È una mia impressione, nata dall’osservazione di alcuni comportamenti, e non vuole essere certamente una diagnosi a distanza. Ma proprio per questo credo che valga la pena interrogarsi su ciò che stiamo vedendo.

Le parole degli stessi protagonisti sembrano dare sostanza a questa mia sensazione. Alcaraz è appena rientrato dopo quasi cinque mesi di stop per un infortunio al polso. Nella conferenza stampa del 3 settembre ha parlato dello stress molto diverso che si prova quando si gioca una partita ufficiale e ha denunciato quello che, per lui, è ormai un calendario troppo fitto. Ha annunciato che in futuro programmerà pause anche di uno o due mesi, perché partecipare a tutti i tornei importanti è diventato impossibile senza mettere a rischio la propria salute.

Anche Musetti mi ha colpita. Durante la partita contro Dane Sweeny, a un certo punto, mi è sembrato non essere più davvero sul campo: non per mancanza di tecnica, ma per una sorta di esaurimento delle forze fisiche, attentive ed emotive necessarie per restare pienamente dentro la gara.

Dopo la sconfitta, lui stesso ha affermato che negli ultimi tre set era difficile perfino parlare di tennis. Ha raccontato di non essere riuscito a recuperare energia e di aver continuato soprattutto per onorare la partita. Ha poi pronunciato una frase che dovrebbe farci riflettere: spesso gli atleti portano il proprio corpo al limite.

Io aggiungerei: qualche volta anche oltre il limite. Perché nessun allenamento fisico o mentale, per quanto intensivo, può trasformare un essere umano in una risorsa inesauribile.

 

Quando parlo di un possibile allontanamento “mentale” non intendo certamente dire che il problema fosse immaginario o separato dal corpo. Musetti ha attribuito quanto accaduto soprattutto a uno shock provocato dal brusco passaggio tra l’aria condizionata degli spazi interni e l’elevata temperatura del campo.

La mente, però, non è, come molti ancora credono, l’opposto del fisico. Attenzione, energia, emozioni e regolazione corporea partecipano sinergicamente alla stessa esperienza. In certi momenti non cede una singola funzione: è l’intero sistema a perdere coesione.

Sinner ha dovuto rinunciare agli US Open per un persistente problema al ginocchio. Djokovic è uscito al primo turno provato da malessere, crampi e difficoltà fisiche. Sono quattro storie diverse. Sarebbe scorretto sostenere che ogni dolore sia “solo stress”: un infortunio è reale e richiede una valutazione medica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo continuare a separare il corpo dalla mente, ignorare quanto l’uno influenzi l’altra e isolare l’atleta dall’ambiente nel quale è costretto a funzionare. Quando nessuno mette un limite, lo mette il corpo.

Nel tennis professionistico il calendario occupa ormai quasi tutto l’anno. Dal 2025 sette dei nove tornei Masters 1000 sono stati estesi a dodici giorni. Alcaraz ha parlato di una stagione che, seguendo tutti gli appuntamenti previsti, può impegnare un giocatore per circa quaranta settimane.

Un’analisi della Professional Tennis Players Association su oltre trentamila incontri ha segnalato, nel primo trimestre del 2026, un aumento del 42% degli infortuni alla parte superiore del corpo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per quelli al braccio, l’incremento indicato arriva addirittura al 112%. Il problema non è soltanto il numero delle partite. Sono i viaggi, i fusi orari, le diverse superfici, gli allenamenti, gli obblighi commerciali e l’impossibilità di recuperare davvero. E poi ci sono la classifica, gli sponsor, i contratti e le aspettative di milioni di persone. Ogni sconfitta viene analizzata, ogni smorfia interpretata, ogni ritiro guardato con sospetto. Il giocatore non sembra più avere il diritto di essere stanco: deve essere disponibile, performante e possibilmente sorridente, come una macchina che può essere riprogrammata secondo il calendario dell’industria.

In questo quadro non direi che gli atleti “ricorrono” ai dolori corporei per sottrarsi alla pressione. Direi piuttosto che, qualche volta, è il dolore a ricorrere a loro. Il corpo diventa l’ultimo sistema di allarme quando tutti gli altri segnali, stanchezza, irritabilità, sonno disturbato, difficoltà di concentrazione e perdita del piacere, sono stati ignorati, considerati normali o trattati come segni di debolezza.

Lo stress non inventa una lesione, ma può contribuire ad aumentarne il rischio. Può influenzare la tensione muscolare, l’attenzione, il sonno, la percezione del dolore e i tempi di recupero. Corpo e mente non sono due reparti separati.

La ricerca sulla psicologia degli infortuni sportivi indica nelle risposte di stress uno dei più importanti fattori psicologici associati al rischio di lesioni acute. Il più recente documento del Comitato Olimpico Internazionale sulla salute mentale degli atleti sottolinea inoltre un punto decisivo: il benessere non può essere affidato soltanto alla resilienza del singolo. È una responsabilità anche delle organizzazioni, degli allenatori e dell’intero ambiente sportivo.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale conosce bene i meccanismi che possono trasformare l’eccellenza in una trappola. Alla base possono esserci convinzioni profonde come: Valgo soltanto se vinco, Non devo deludere nessuno, Se mi fermo perderò tutto, Gli altri mi giudicheranno. Da queste convinzioni nascono regole inflessibili: Devo giocare anche se sono esausto, Non posso mostrare dolore, Devo controllare ogni punto e ogni emozione, Devo andare avanti comunque.

Per un certo periodo queste regole sembrano funzionare: alimentano disciplina, tenacia e risultati. Ma quando diventano assolute restringono la vita e rendono impossibile ascoltare i segnali interni. Il riposo viene interpretato come pigrizia, il limite come fallimento e la prudenza come paura. L’atleta finisce così per coincidere con la sua prestazione: non è più una persona che gioca a tennis, ma un tennista che deve giustificare continuamente il proprio valore.

Un intervento di TCC non serve a eliminare l’ambizione, bensì a renderla sostenibile. Aiuta a riconoscere i pensieri automatici, a mettere in discussione le regole del “sempre” e del “mai” e a distinguere l’impegno dall’autosfruttamento. Lavora su obiettivi flessibili, recupero programmato, regolazione emotiva, assertività e capacità di dire no. Soprattutto, amplia l’identità: un atleta resta una persona, con relazioni, bisogni, paure e desideri che non entrano in classifica.

Anche la mindfulness può offrire qualcosa di prezioso, purché non venga utilizzata come un altro strumento per spremere prestazioni. Non significa svuotare la mente, ignorare il dolore o respirare profondamente per riuscire a giocare un torneo in più. Significa accorgersi di ciò che sta accadendo nel momento in cui accade, senza reagire automaticamente, ma scegliendo una risposta più consapevole e utilizzando gli strumenti adeguati. Significa riconoscere la fatica prima che diventi crollo; osservare un pensiero come “non posso fermarmi” senza trattarlo come un ordine; sentire il corpo con curiosità, invece di considerarlo un nemico da zittire.

Le ricerche sugli interventi basati sulla mindfulness negli atleti mostrano risultati promettenti nella riduzione dello stress e dell’ansia, pur senza trasformarla in una soluzione miracolosa.

Riferimenti

  • Reuters, Alcaraz e il calendario troppo fitto, 3 settembre 2026⁠
  • SuperTennis, le dichiarazioni di Musetti dopo la partita contro Sweeny, 4 settembre 2026⁠
  • US Open, il ritiro di Sinner per il problema al ginocchio, 21 agosto 2026⁠
  • Reuters, l’uscita di Djokovic al primo turno, 31 agosto 2026⁠
  • Comitato Olimpico Internazionale, salute mentale degli atleti e responsabilità del sistema, 14 agosto 2026⁠
  • WTA e World Tennis, rapporto sugli abusi online nel tennis, 16 luglio 2026⁠
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