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Genocidio e violenza sessuale come armi di guerra

Genocidio e violenza sessuale come armi di guerra
Genocidio e violenza sessuale come armi di guerra

Genocidio e violenza sessuale come armi di guerra

Il 9 dicembre è stata istituita la Giornata Internazionale per la Commemorazione e la dignità delle vittime di genocidio, e della prevenzione di questo crimine.

Il genocidio può essere definito come “atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etico, razziale o religioso” (Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite). Questo significa che i conflitti con l’obiettivo dello sterminio etnico hanno come pretesto la differenza, reale o percepita, di identità tra diversi gruppi sociali.

Il XX secolo è stato tristemente battezzato “Secolo dei genocidi“: il più noto è sicuramente l’Olocausto condotto dal Regime Nazista tedesco, ma lo sono anche il massacro delle foibe in Italia nello stesso periodo, la Cina di Mao Tse-Tung, il massacro da parte dei Khmer rossi in Cambogia alla fine degli anni ’70, la guerra in Jugoslavia e il genocidio in Ruanda negli anni ’90. Tuttavia i genocidi sono anche pagine di storia più recente: è il caso del massacro in Sudan del 2003.

La violenza sessuale è considerata il tipo di violenza di genere più immediato e pericoloso che accade nelle situazioni di crisi e, dunque, in molti conflitti e atrocità di massa: non ha nulla a che vedere con il sesso, bensì con potere, umiliazione, intimidazione, tortura fisica e psicologica. E’ conseguenza della rottura delle strutture familiari e della comunità, impunità e mancanza di sicurezza.

E’ fondamentale comprendere le norme di genere di una cultura per capire l’uso della violenza di genere come arma di guerra: l’essere maschio o femmina ha differenti significati e, quindi, anche la violenza ha un impatto culturale diverso a seconda che le vittime siano uomini o donne. I modelli tradizionali patriarcali rappresentano le donne come sottomesse, passive e, in molte culture, portatrici dell’onore della famiglia: questo fa di loro dei bersagli particolari per punire persone con ruoli sociali specifici o per distruggere la comunità. Parallelamente, le norme stereotipiche che accostano al maschio le caratteristiche di potere e dominanza possono influenzare gli uomini a esercitare violenze e, allo stesso modo, a negare di esserne vittime. Donne e ragazze, comunque, sono notevolmente più esposte a questo tipo di violenza.

Come in altri casi di violenza sessuale, le vittime trovano molti ostacoli alla denuncia: trauma, stigma sociale, vergogna, opposizione da parte della famiglia, paura di vendetta. Per questi motivi, quelle della violenza sessuale sono stime al ribasso.

La violenza sessuale usata come arma da guerra differisce da quella in tempo di pace per le seguenti caratteristiche: accade in contemporanea ad altre violenze e atrocità; è un atto pubblico usato per umiliare e terrorizzare famiglie e comunità; ha un elevato livello di brutalità fisica e psicologica.

L’impatto sulla persona è particolarmente devastante: oltre a ferite, infezioni, shock, stress post-traumatico e depressione, occorre aggiungere inadeguate o mancate cure mediche, controlli di polizia umilianti, mancanza di supporto, punizioni e colpevolizzazioni da parte della famiglia. Le donne, in particolare, sono considerate disonorate e disonorevoli per la famiglia, quindi stigmatizzate, emarginate dalla comunità e con l’eventuale difficoltà di una gravidanza a seguito della violenza. In alcuni paesi, sono persino arrestate, punite e uccise per adulterio.

Eventi come violenza sessuale, tortura e violenze relative alla guerra sono esperienze traumatiche per la quasi totalità delle persone che le subiscono, al di là di fattori culturali, di genere o età. Il trauma è una risposta emotiva a un evento terribile che minaccia la propria incolumità fisica e psicologica. Vi sono fattori protettivi (per es. alta qualità delle relazioni, accesso a cure mediche, risorse essenziali, istruzione, autostima) e fattori di rischio (violenze preesistenti, ferite gravi e croniche, durata delle aggressioni, mancanza di supporto medico e sociale, lutti ed evacuazioni/deportazioni) che influenzano l’esperienza soggettiva dell’evento e le sue conseguenze. Con una violenza sessuale, in particolare in contesti bellici e di genocidio, è presente deumanizzazione ed estrema oggettificazione della vittima, umiliazione, distruzione dell’identità; la vittima, che non solo subisce l’atto in sé ma teme anche per la sua vita, potrebbe in seguito esperire una reazione acuta da stress, ansia, depressione, dissociazione, tutti sintomi di un Disturbo Post-Traumatico da Stress.

E’, dunque, chiaro che l’atroce uso della violenza sessuale (in particolare sulle donne) come arma da guerra aggiunge al trauma del conflitto gli effetti distruttivi sulla psiche e sul corpo della brutalità dello stupro. L’ONU ha infatti stilato un protocollo internazionale per documentare                 questo fenomeno, cautelare le vittime e con l’impegno internazionale  a combattere questa barbarie che, ricordiamolo, è stata osservata solamente nella nostra specie.

Benino Argentieri

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