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Giornata internazionale contro l’omofobia 2018: ecco la cura

Giornata internazionale contro l’omofobia

Il 17 maggio ricorre la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La data è stata scelta in quanto, nello stesso giorno del 1990, è stata presa la decisione da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. L’Unione Europea ha deciso di ufficializzare la data di questa celebrazione dal 2007 per ribadire la necessità degli Stati membri di superare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Secondo l’OMS, l’omosessualità è “una variante naturale del comportamento sessuale umano”, esattamente come tutti gli altri orientamenti sessuali, incluso quello eterosessuale.

Il termine omofobia risale al 1971 e fu coniato da George Weinberg, psicologo clinico. È formato da due parole greche: “homos”, qui usato come abbreviazione di omosessuale, e “fobos”, paura. Sarebbe una forma atipica di fobia, in quanto non condividerebbe l’avversione irrazionale e la distonia tipiche di questa manifestazione psicopatologica. Di psicopatologico, in realtà, l’omofobia ha ben poco: si basa su pregiudizio, disinformazione e disapprovazione a cui siamo tutti esposti fin dall’infanzia e la persona “omofoba” ritiene le proprie opinioni giustificate e normali. La cultura più comune su questo pianeta è infatti eterosessista: l’orientamento sessuale considerato normale e accettato sarebbe solo quello eterosessuale, ogni altro orientamento sessuale è un argomento tabù, bersaglio di denigrazione e derisione e l’omosessualità può essere considerata peccaminosa, ridicolizzabile, una malattia (Lingiardi, 2007). Proprio per questa caratterizzazione lontana dalla fobia classica e la natura di fenomeno sociale, culturale, legale ed etico, oggi si preferisce parlare di omonegatività.

Secondo le ricerche, si hanno atteggiamenti e opinioni omofobici soprattutto verso le persone omosessuali del proprio sesso e nei maschi più che nelle femmine. Il perché di queste differenze sarebbe ancora una volta culturale, in questo caso parliamo della cultura maschilista e sessista: agli uomini viene richiesta una maggiore adesione al proprio ruolo di genere (ovvero i comportamenti identificati come maschili) rispetto a una maggiore flessibilità “concessa” alle donne; inoltre la socializzazione tra maschi prevede regole e schemi più rigidi rispetto a quanto ci si aspetta tra donne o tra persone di sesso opposto (basti pensare che molto spesso i ragazzi si salutano con una stretta di mano mentre verso le ragazze è considerato normale scambiarsi dei baci sulle guance); infine, la mancata adesione al ruolo di genere maschile vedrebbe cadere le caratteristiche di potere, popolarità e prestigio connesse all’essere maschio. Nella cultura maschilista, inoltre, la donna viene creduta o percepita come oggetto sessuale da parte di un maschio predatore: il poter essere considerato preda sessuale da parte di altri maschi metterebbe “in pericolo” lo status di maschio dominante.

Poiché nasciamo tutti in una tale cultura, anche le persone con orientamento omosessuale possono essere omofobe: si parla di omofobia interiorizzata. In questo caso, opinioni, atteggiamenti ed emozioni negative sono rivolte anche verso se stessi, con ricadute altrettanto negative nella costruzione della propria identità. Nel caso di altre minoranze, come quelle religiose o etniche, vi è generalmente supporto da parte della propria famiglia e del resto della rete sociale, supporto che verrebbe a mancare nel caso delle persone con orientamento omosessuale. L’omofobia interiorizzata porterebbe a non accettarsi, a sviluppare bassa autostima, a sentimenti di vergogna, inferiorità e inadeguatezza, senso di colpa anche nei confronti dei propri genitori. Il proprio orientamento sessuale viene considerato motivo di rifiuto e di insoddisfazione nella propria vita. Al contrario, un contesto sociale di accettazione e supporto aiuterebbe a non sviluppare omofobia interiorizzata o ne favorirebbe un’elaborazione efficace.

Con un lento cambiamento culturale, stiamo assistendo a una graduale normalizzazione degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale. L’obiettivo è quello di arrivare a una società in cui l’omofobia non esista, che essere nati castani o biondi sia alla stregua di essere nati eterosessuali o omosessuali o qualsiasi sia l’orientamento dell’individuo. Oltre a un’adeguata educazione in famiglia, a scuola e nei media, sarebbe d’aiuto ricordare che l’orientamento sessuale non può essere scelto o cambiato a piacimento e che conviene impegnarsi per una società del rispetto in quanto l’omosessualità ha una prevalenza del 10%, in ogni famiglia ci sono persone omosessuali e persino dei genitori omofobi potrebbero avere un figlio omosessuale. Come recitato nel film “Mine Vaganti”, “la terra non può voler male all’albero”, altrimenti sarebbe la terra a essere contronatura.

Riferimenti:

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