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Google Duplex imita una conversazione umana perfettamente

Google Duplex

Nel 1950 quel genio contemporaneo di Alan Turing ideò un test che prende il suo nome e che sta diventando sempre più attuale. Il cosiddetto Test di Turing viene soddisfatto quando, in una prova chiamata “gioco dell’imitazione”, una macchina intelligente risulta indistinguibile da un essere umano. Quando nel secolo scorso Turing pensò a questa prova, descrisse un’interazione umano-macchina fatta di messaggi dattiloscritti. Solo 70 anni dopo, nel 2018, Google fa un passo avanti e passa il Test di Turing in forma avanzata, cioè non semplicemente con messaggi scritti ma addirittura in forma vocale.

Google Duplex è definibile come una nuova funzionalità del già conosciuto assistente vocale e che riesce a imitare in maniera sorprendente una persona per prenotare un tavolo al ristorante od ordinare una pizza. Con una tale scioltezza e una tale credibilità che la persona all’altro capo del telefono non si accorge che a parlare non è un essere umano. Alla presentazione, Duplex è riuscito a prendere un appuntamento dal parrucchiere, con successo: il livello di dettagli della macchina include tutta una serie di inflessioni della voce, intercalari, tentennamenti tipici del parlato umano che Duplex imita in maniera perfettamente credibile.

Nel suo nuovo libro “Superintelligenza”, Nick Bostrom fa delle riflessioni su come l’evoluzione tecnologica potrà impattare sulla vita umana, in particolare nel caso dell’intelligenza artificiale. “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale”. Effettivamente stiamo arrivando nell’era della convergenza nella stessa macchina tra le proprietà umane (di pensiero, conversazione, interazione, probabilmente anche presto emozione) e le capacità superiori a quelle umane, come maggiore forza e velocità, visione notturna, infrarosso, ultravioletto, udito di suoni per noi impossibili da percepire, apprendimento istantaneo. Quali valori, continua Bostrom, vorremmo incorporare in una macchina che è una nostra creatura ma che è ben più potente di noi? “Siamo come bambini che giocano con una bomba, tale è il divario tra la potenza del nostro giocattolo e l’immaturità della nostra condotta”.

Nel film Ex_Machina (Alex Garland, 2014) viene creato l’umanoide Ava con lo scopo proprio di dare una coscienza a una macchina. Se una macchina è programmata per essere consapevole di se stessa, svilupparsi, imparare dall’esperienza e produrre nuovi concetti, capire e condividere emozioni, avere paura della morte, allora la domanda è: a parte il corpo, quale sarebbe la differenza tra questa macchina e la macchina organica che chiamiamo essere umano? Questo film fornisce una risposta a questa domanda combinandola con un’atmosfera sospesa dove la responsabilità del creatore perseguita la sua creatura, proprio come le scelte della creatura perseguitano il creatore.

Potrebbe sembrare strano che noi esseri umani vogliamo creare qualcosa che sia più possibile simile a noi. Dopo tutto, lo facciamo già da ere con la riproduzione, sessuata o asessuata. Perché dare alle macchine un aspetto, addirittura i difetti umani? A proporre una risposta ancora una volta ci viene in aiuto un film, Prometheus (Ridley Scott, 2012), in cui l’androide David asserisce di essere “…progettato così perché gli uomini sono a loro agio solo se interagiscono con esseri simili”. E, infine, durante una conversazione con uno degli scienziati che partecipano alla spedizione verso un pianeta lontano per incontrare i creatori del genere umano:

Dr. Holloway: Quello che speravamo di ottenere era trovare i nostri creatori, e fargli delle domande, prima fra tutte perché ci hanno creato.
David: Secondo Lei perché voi avete creato me?
Dr. Holloway: Perché ne eravamo capaci.
David: Pensi a che enorme delusione proverebbe se il suo creatore le rispondesse così.

Riferimenti:

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